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Iperaldosteronismo (Aldosteronoma) nel Gatto

Iperaldosteronismo (Aldosteronoma) nel Gatto

Che cos’è l’iperaldosteronismo? L’iperaldosteronismo è una malattia ormonale che colpisce soprattutto i gatti adulti e anziani. È causata da una produzione eccessiva di un ormone chiamato aldosterone, che viene prodotto dalle ghiandole surrenali, due piccole strutture situate vicino ai reni. In condizioni normali, l’aldosterone ha un ruolo molto importante: aiuta l’organismo a mantenere il giusto equilibrio tra acqua e sali minerali, in particolare sodio e potassio, e contribuisce al controllo della pressione arteriosa. Quando però questo ormone viene prodotto in quantità eccessiva, può avere effetti negativi su diversi organi e apparati. Da cosa è causata questa malattia? Nel gatto, l’iperaldosteronismo è quasi sempre dovuto a un problema diretto delle ghiandole surrenali. Nella maggior parte dei casi è legato a: un tumore di una delle due ghiandole surrenali, oppure a un aumento di volume di entrambe le ghiandole (forme non tumorali). Per molto tempo questa patologia è stata considerata rara, ma oggi sappiamo che in realtà è più frequente di quanto si pensasse, e che spesso non viene riconosciuta subito. Quali segnali può dare il gatto? I sintomi possono comparire in modo graduale oppure improvviso e non sono sempre uguali in tutti i gatti. I segni più comuni includono: debolezza muscolare, con difficoltà a camminare, saltare o salire sui mobili; una caratteristica flessione del collo verso il basso (Figura 1), perché il gatto non riesce a sostenere bene la testa; stanchezza e ridotta voglia di muoversi; perdita improvvisa della vista, spesso causata da una pressione arteriosa molto elevata; aumento della sete e della quantità di urina; in alcuni casi, aumento dell’appetito. Talvolta la cecità improvvisa può essere l’unico segno evidente, anche in gatti che fino a poco tempo prima sembravano stare bene. Figura 1 - Gatto con aldosteronoma: si noti la marcata ventroflessione del collo legata alla miopatia da carenza di potassio. Perché l’iperaldosteronismo è una malattia importante? L’eccesso di aldosterone può avere conseguenze rilevanti sull’organismo del gatto. In particolare può causare: una riduzione del potassio nel sangue, responsabile della debolezza muscolare; un aumento della pressione arteriosa, che può danneggiare occhi, reni, cuore e cervello; un peggioramento progressivo della funzione renale. Se non riconosciuta e trattata, la malattia può quindi compromettere seriamente la qualità e la durata della vita. Come si arriva alla diagnosi? La diagnosi di iperaldosteronismo non si basa su un solo esame, ma su una valutazione complessiva del gatto che generalmente prevede: esami del sangue, per controllare il potassio e la funzione dei reni; solitamente il potassio è molto basso mentre il sodio può essere normale o aumentato. Aumenta molto la Creatin Kinasi (CK) la misurazione della pressione arteriosa (ipertensione marcata); un’ecografia addominale, per valutare le ghiandole surrenali; esami ormonali specifici (aldosteronemia ed eventualmente valutazione della renina), eseguiti in laboratori specializzati. Poiché alcuni segni possono essere simili a quelli di altre malattie comuni del gatto anziano, la diagnosi può richiedere tempo e attenzione. Come si può curare? Il trattamento dipende dalla causa e dalle condizioni generali del gatto. In alcuni casi si ricorre a una terapia medica, che ha lo scopo di controllare i sintomi e ridurre gli effetti dell’ormone in eccesso. In situazioni selezionate, può essere presa in considerazione anche la chirurgia per rimuovere la ghiandola surrenale malata. La scelta della terapia più adatta viene sempre fatta dal veterinario, tenendo conto dell’età del gatto, della presenza di altre malattie e della qualità di vita. Qual è la prognosi? Con una diagnosi corretta e un trattamento adeguato, molti gatti possono vivere ancora a lungo e con una buona qualità di vita. In diversi casi i sintomi migliorano in modo evidente, permettendo al gatto di tornare a una vita più attiva e confortevole. Un messaggio per i proprietari Se il vostro gatto anziano manifesta debolezza improvvisa, difficoltà nei movimenti o perdita della vista, è importante rivolgersi rapidamente al veterinario. L’iperaldosteronismo è una malattia complessa, ma oggi può essere diagnosticata e gestita, soprattutto se individuata precocemente.Fig. 1 e in copertina - è gentilmente concessa dall'Autore. “DVM, Diplomato ECVIM-CA, EBVS® - European Veterinary Specialist in Small Animal Internal Medicine - Animali da compagnia, Endocrinologia non riproduttiva, medicina interna e terapia (Malattie Metaboliche).” Prof. Federico FracassiAutore

Il criptorchidismo nel cane e nel gatto, cosa è importante sapere

Il criptorchidismo nel cane e nel gatto, cosa è importante sapere

Cos'è il Criptorchidismo? Il criptorchidismo è una condizione comune che colpisce alcuni animali domestici, in particolare cani e gatti. Si verifica quando uno o entrambi i testicoli non scendono nello scroto, rimanendo nell'addome o nel canale inguinale. Questa condizione può avere importanti effetti sulla salute dei nostri pet e, come proprietari, è fondamentale conoscerne i dettagli per garantire il benessere dei nostri amici a quattro zampe. Nei cuccioli di cane entrambi i testicoli dovrebbero trovarsi nel sacco scrotale entro i 60 giorni, mentre nei gattini (così come nei bambini) i testicoli devono essere già in sede alla nascita, anche se nei primi giorni è difficile palparli. Nella vita fetale, i testicoli si formano subito dietro i reni e successivamente compiono un percorso attraverso l’addome per attraversare gli anelli inguinali e posizionarsi nello scroto. E’ possibile che in questo “viaggio” qualcosa vada storto ed uno o entrambi i testicoli non giungano a destinazione. Nei cani e nei gatti (così come nel bambino), il criptorchidismo può essere unilaterale (un solo testicolo non scende) o bilaterale (entrambi i testicoli non scendono). Il criptorchidismo unilaterale rappresenta l’eventualità più frequente e quasi sempre è coinvolto il testicolo destro (perché parte da più in alto). La condizione si riscontra più frequentemente in alcune razze (Boxer, English Bulldog, Maltesi, Bassotti, Chihuahua. Schnauzer miniatura, Old English sheepdog, Shetland sheepdog, Siberian Husky e Yorkshire terrier), ma può verificarsi in qualsiasi razza ed anche nei meticci. Cause e Fattori di Rischio E’ noto che il criptorchidismo ha cause genetiche, è un difetto a carattere recessivo (anche la madre può portare il problema) ed è multigenico (cioè sono coinvolti più geni). Solo in rarissimi casi, il testicolo può essere stato “bloccato” nella sua discesa da cause meccaniche o può essere stato risospinto nel canale inguinale da traumi avvenuti nei primissimi giorni di vita. Diagnosi La diagnosi di criptorchidismo viene effettuata durante una visita clinica effettuata dal Medico Veterinario che già al controllo per il primo vaccino può emettere il dubbio di criptorchidismo, servirà poi un esame più accurato ed un’ecografia per localizzare correttamente il testicolo criptorchide e valutarne la normalità. Per la diagnosi definitiva, se il testicolo è localizzato nel canale inguinale, si deve comunque aspettare almeno i 10-12 mesi di età (a seconda della taglia), perché, seppur in rarissimi casi, può completarsi la discesa in modo naturale.Al contrario, se il testicolo è localizzato in addome, non c’è alcuna possibilità che raggiunga lo scroto dopo la nascita. Che problemi può dare un testicolo ritenuto? A causa della temperatura maggiore (di quella presente nello scroto), i testicoli ritenuti in addome hanno una maggiore probabilità di sviluppare tumori, eventualità che può sopravvenire sempre dopo il 4-5 anno di età. E’ inoltre possibile che, a causa del maggiore spazio che hanno a disposizione, i testicoli criptorchidi possano andare incontro a torsione causando dolore acuto e potenzialmente mettendo a rischio la vita dell’animale. La torsione del testicolo per quanto possa avvenire anche nei testicoli scrotali ed inguinali è molto più comune nei testicoli posizionati nella cavità addominale. E’ anche importante sapere che i testicoli ritenuti in addome, sempre a causa della maggiore temperatura a cui sono sottoposti, non possono produrre spermatozoi ma producono normalmente gli ormoni sessuali. Terapia Il trattamento standard per il criptorchidismo è la chirurgia, nota come orchiectomia, che rimuove i testicoli ritenuti. Importantissimo sottolineare che non è necessario rimuovere entrambi i testicoli ma solo quello ritenuto in addome.Se il testicolo ectopico è posizionato nel canale inguinale è anche possibile non asportarlo ma controllarlo periodicamente attraverso la visita clinica ed eventuale ecografia. Va però precisato che poiché il criptorchidismo dipende solitamente da un difetto genetico il cucciolo NON DOVRA’ assolutamente riprodursi. È importante poi sapere che il riposizionamento del testicolo nello scroto non è concesso e può anche essere giudicato come “truffa in commercio”. Concludendo possiamo affermare che il criptorchidismo è un’anomalia importante ma con la giusta informazione ed intervento i proprietari possono garantire ai loro animali una vita sana e felice. La scelta migliore è affrontare al più presto questo problema seguendo i consigli e le indicazioni del Medico Veterinario di fiducia. Prendersi cura dei nostri amici a quattro zampe è una responsabilità importante ed essere sempre ben informati sulle differenti possibili problematiche, come il criptorchidismo, è essenziale per il loro benessere. “DVM, Diplomata ECAR, EBVS ® - European Veterinary Specialist in Animal Reproduction (Fisiologia e patologia della Riproduzione, Ginecologia e Andrologia del cane, del gatto e dei mammiferi non convenzionali, Neonatologia)” Dr.ssa Maria Carmela PisuAutore

IPERTENSIONE SISTEMICA NEL CANE E NEL GATTO

IPERTENSIONE SISTEMICA NEL CANE E NEL GATTO

Con la definizione di ipertensione sistemica si intende una condizione caratterizzata da un aumento della pressione del sangue nelle arterie, che è determinata dalla quantità di sangue che viene pompata dal cuore e dalla resistenza delle arterie al flusso del sangue. In condizioni di normalità, ci sono dei complessi meccanismi neuro-ormonali (che coinvolgo reni, cuore, cervello e pareti vascolari) che si attivano in combinazione con fattori tissutali locali, per mantenere i valori di pressione arteriosa nei valori fisiologici. Alcuni organi, tra cui i reni, hanno la capacità di regolare autonomamente la loro pressione entro certi limiti, infatti tale parametro varia in risposta a stimoli fisiologici (es. attività fisica, stress) e a meccanismi neuroregolatori atti a mantenere l’omeostasi emodinamica. Si distinguono due momenti fondamentali: la pressione sistolica, che coincide con la contrazione ventricolare sinistra, e la pressione diastolica, che corrisponde alla fase di rilassamento del ventricolo sinistro. I valori di riferimento nel gatto sono: 140-150 mmHg per la pressione sistolica, 135 mmHg come valore medio e 100 mmHg per la diastolica. Nei cani, i parametri considerati normali sono: 140 mmHg sistolica, 100 mmHg media e 75 mmHg diastolica, con alcune variazioni in base alla razza. Il monitoraggio della pressione arteriosa sistemica nei cani e nei gatti rappresenta una procedura complessa, influenzata in maniera significativa dalla tecnica impiegata, dal livello di esperienza dell’operatore e dalle condizioni ambientali in cui viene eseguita. Per questo motivo è raccomandato un approccio integrato che combini diverse metodiche diagnostiche, allo scopo di migliorare l’accuratezza nella valutazione pressoria. Metodiche di Misurazione La pressione arteriosa sistemica può essere misurata tramite tecniche dirette o indirette. Le prime prevedono l’inserimento di una cannula all’interno di un’arteria, garantendo un contatto diretto tra il sistema di rilevazione e il flusso ematico. Questo tipo di metodica è riservato ai reparti di terapia intensiva o monitoraggi anestesiologici, mentre nella pratica clinica veterinaria quotidiana si preferiscono metodiche indirette, meno invasive e più facilmente applicabili. Le due tecniche indirette più diffuse sono: Metodo oscillometrico, che valuta le oscillazioni della parete arteriosa Metodo Doppler, che utilizza segnali acustici per rilevare il flusso ematico Entrambe le metodiche prevedono l’applicazione di un bracciale pneumatico, generalmente sull’arto anteriore o sulla coda. È buona norma eseguire almeno cinque misurazioni consecutive, scartando i valori estremi (più alti e più bassi) per entrambe le pressioni (sistolica e diastolica), e calcolando una media attendibile. Figura 1: misurazione della pressione arteriosa in un cane con metodica oscillometrica. Braccialetto applicato sulla coda con il paziente in braccio alla proprietaria, al fine di ridurre lo stato di stress del paziente. Figura 2: misurazione della pressione arteriosa in un gatto con metodica oscillometrica. Braccialetto applicato sulla coda con il paziente tranquillo sul tavolo visita, evitando lo stress del contenimento. Figura 3 e in copertina: misurazione della pressione arteriosa in un gatto con metodica oscillometrica. Si noti in contemporanea la verifica dell’attendibilità della valutazione mediante valutazione grafica della gaussiana formata dall’onda pressoria. Organi bersaglio e fisiopatologia dell’ipertensione Con il termine organi bersaglio si indicano quelle strutture particolarmente suscettibili ai danni causati dall’aumento cronico della pressione sanguigna. Le patologie renali sono tra le principali cause di ipertensione nel cane e nel gatto, ma allo stesso tempo, il rene costituisce anche uno degli organi più vulnerabili a tale condizione. Oltre al rene, rientrano in questa categoria anche il sistema cardiovascolare, il sistema nervoso centrale e l’apparato visivo. L’aumento pressorio prolungato determina un sovraccarico del lavoro cardiaco, con conseguente sviluppo di ipertrofia miocardica e induce alterazioni vascolari a livello delle arterie. A livello oculare, le modificazioni arteriolari sistemiche si riflettono anche a livello retinico, con aumento della tortuosità dei vasi, rilevabile mediante esame oftalmologico. L’impiego di strumenti specifici consente un’analisi dettagliata delle strutture oculari. I danni d’organo a livello oculare possono includere distacco retinico acuto, emorragie oculari e cecità. L’integrazione dell’esame oftalmologico con metodiche come la misurazione oscillometrica della pressione e l’ecocardiografia, che può evidenziare alterazioni strutturali quali l’ipertrofia concentrica del ventricolo sinistro, permette di giungere a una diagnosi più precisa e completa. Approccio clinico e terapeutico Un approccio clinico efficace nei confronti dell’ipertensione sistemica richiede una strategia integrata che includa: Rilevazioni seriali della pressione arteriosa Valutazione cardiaca tramite ecocardiografia Visita oftalmologica approfondita Nella specie canina e felina, l’ipertensione è frequentemente secondaria ad altre patologie sottostanti quali patologie renali (che costituiscono le cause più frequenti), ormonali, cardiache, iatrogene dovute alla somministrazione cronica di alcuni farmaci, idiopatiche ovvero di origine sconosciuta. Per questo motivo, identificare la causa primaria risulta fondamentale per la prognosi, in quanto il trattamento della patologia scatenante può determinare la normalizzazione della pressione arteriosa. In parallelo, la terapia farmacologica mira a migliorare il benessere clinico del paziente e a prevenire le lesioni secondarie agli organi bersaglio. Il consiglio è di chiedere al vostro Medico Veterinario di fiducia di effettuare periodicamente una visita generale ed esami di controllo fra cui anche la misurazione della pressione sistemica.Le immagini sono gentilmente concesse dall'Autrice. “Med. Vet., GPCert in Cardiologia - Dipl. ECVIM-CA Cardiology” Dr.ssa Marta ClarettiAutore

Falsi miti e vecchie leggende: 10 domande sui parassiti gastrointestinali del cane e del gatto

Falsi miti e vecchie leggende: 10 domande sui parassiti gastrointestinali del cane e del gatto

1 - I parassiti gastrointestinali sono un problema tipicamente o prevalentemente giovanile? Certamente no. È questo un concetto che si è insediato nelle menti di proprietari e talora medici veterinari perché i trattamenti antiparassitari di routine per anni sono stati erroneamente programmati solo nei cuccioli e gattini. Se è vero che alcuni parassiti come Toxocara canis e Toxocara cati, per la possibilità di trasmissione verticale sono virtualmente presenti nella totalità dei soggetti giovani, è anche vero che gli stessi parassiti sono presenti in tutti i soggetti in tutto il corso della loro vita nel cane, con picchi di prevalenza senile (14 anni), e a giovane (2 anni), media (8anni) e tarda età (14 anni) nel gatto. Per quanto concerne poi le infestazioni da Ancylostoma, il rischio di infestazione nel cane non è legato all’età ma alla frequentazione di ambienti terricoli caldo umidi (più frequente nei soggetti adulti), mentre nel gatto, oltre ad un picco di alta prevalenza tipicamente post svezzamento, si registra un aumento del rischio di infestazione attorno ai 5 e 12 anni di età. Pensando ad altri parassiti che possono infestare sia il cane sia il gatto come Dipylidium caninum (il cestode di più frequente riscontro) il suo ritrovamento nel cane è frequente indipendentemente dall’età (con maggiori probabilità nella fase giovanile e senile) mentre nel gatto le fasce di età a maggior rischio sono quelle incluse tra 1 e 4 anni e tra 8 e 11. Trichuris vulpis infine è il nematode di più frequente riscontro nel cane sia in ambiente urbano sia rurale, in particolar modo nelle comunità di cani o ove siano presenti numerosi soggetti conviventi. La prevalenza di questo parassita nei soggetti non sottoposti a trattamenti periodici rimane stabilmente alta (3-6%) dai 6 mesi ai 15 anni. Questi dati indicano pertanto come sia necessario mantenere alta l’attenzione nei confronti dei parassiti gastrointestinali lungo il corso di tutta la vita, e in alcuni casi anche nei soggetti di età medio avanzata che erroneamente si è portati a credere non toccati dal problema. 2 - Tutti i cani e gatti sono esposti al rischio di contrarre parassiti gastrointestinali? Con i necessari distinguo correlati al ciclo biologico di ciascun parassita (trasmissione diretta o indiretta e nel caso di trasmissione indiretta caratteristiche dell’ospite intermedio), la risposta è si. I cani per le loro caratteristiche hanno necessariamente accesso all’ambiente esterno o vivono stabilmente in ambiente esterno e quindi sono tutti esposti al rischio di infestazione. Questo vale anche per i cani che vivono in ambito urbano che addirittura sono più esposti alle infestazioni da Trichuris. Per quanto concerne il gatto è opportuno ricordare che solo il 10% dei gatti è strettamente indoor (ossia non ha mai nel corso della sua vita accesso all’ambiente esterno) e che la maggior parte di quelli considerati “casalinghi” per alcuni periodi dell’anno o momenti della giornata escono di casa. Inoltre deve essere considerata l’attitudine predatoria: i gatti che predano, anche occasionalmente, oltre a essere maggiormente esposti alle parassitosi a ciclo indiretto in cui la loro preda è l’ospite intermedio, sono esposti al rischio dei cosiddetti ospiti paratenici, cioè ospiti in cui non ha luogo una fase del ciclo biologico del parassita ma che sono in grado di fungere da carriers delle forme infestanti. Infine per i gatti strettamente indoor non deve essere assolutamente dimenticata la possibilità di convivenza con il cane che può veicolare all’interno dell’ambiente domestico parassiti comuni ad entrambe le specie (Toxascaris leonina) o ospiti intermedi in grado di infestare il gatto stesso (pulci nel caso di Dipylidium caninum). 3 - I farmaci contro i parassiti gastrointestinali sono tutti uguali? Nell’ambito della parassitologia la terapia o un piano di chemioprofilassi sono messi in atto a fronte di una diagnosi precisa (esame copro microscopico) o un rischio di infestazione specifico. La scelta della o delle molecole da utilizzare si deve basare sicuramente sull’ampiezza dello spettro d’azione antiparassitaria, ma deve anche prendere in considerazione l’efficacia, l’indice terapeutico e la facilità di somministrazione, che sono caratteristiche di pari rilievo. È inoltre indispensabile conoscere l’efficacia di un farmaco sui diversi stadi del parassita, la sua azione (esclusivamente “locale” per i farmaci con scarso assorbimento gastrointestinale come il pyrantel, o locale/sistemica per farmaci con buon assorbimento) per scegliere correttamente numero e cadenza dei trattamenti. L’approccio al problema parassitario cambia ulteriormente qualora si programmi correttamente il trattamento antiparassitario con cadenze fisse ripetute adeguate al tipo di parassita, all’ambiente in cui vive il cane o il gatto e al loro stile di vita (come suggerito dalle linee guida ESCCAP). In quest’ambito, al di là della scelta della molecola, un ruolo determinante è svolto dalla valutazione della compliance del proprietario e dall’eventuale presenza di problemi o rischi concomitanti che suggeriscano l’uso di molecole o associazione con spettro ampio. È comunque indispensabile per ogni farmaco disponibile sul mercato, non limitarsi a conoscere il nome del brand ed associarlo ad uno spettro (“questo farmaco copre tutti i “Parassiti Gastrointestinali “ad esempio), ma conoscere la farmacocinetica e farmacodinamica dei principi attivi, esattamente come avviene per gli antibiotici nei confronti delle patologie ad eziologia batterica. Fig. 1 - Uovo di Toxocara canis 4 - Il diverso rapporto che si sta instaurando con gli animali d’affezione può contribuire a ricadute sulla salute umana per quanto concerne i parassiti zoonosici? Certamente. È importante considerare non tanto e solo la convivenza del cane e del gatto nell’ambito dello stesso ambiente domestico ma piuttosto l’aspetto globale della loro convivenza con l’uomo nello stesso ambiente, particolarmente quello urbano. Probabilmente l’antropozoonosi più insidiosa per frequenza, gravità ma anche sottostima da parte dei medici umani è la “Sindrome da larva migrans” causata da ingestione di uova larva di Toxocara canis e cati. Il rischio non è legato al convivere strettamente con un cane o un gatto ma alla frequentazione di ambienti (parchi, giardini) altamente contaminati. Si stima che a livello Europeo dal 3 al 8% della popolazione abbia un titolo anticorpale positivo (abbia quindi ingerito accidentalmente uova) per Toxocara sp. Il ruolo del medico veterinario (poiché è impensabile un’azione di decontaminazione con agenti fisici/chimici) sta nel promuovere un responsabile atteggiamento civico (rimozione delle deiezioni) ma soprattutto evitare che cani e gatti (siano essi giovani o adulti) contaminino l’ambiente stesso attraverso trattamenti mirati e pianificati costanti lungo il corso di tutta la vita. Esistono altre zoonosi da parassiti Gastrointestinali in Italia che possono essere sporadiche, accidentali e di gravità lieve (Dipylidium caninum per ingestione di pulci infestanti, specie nei bambini), non frequentissime ma gravi (Echinococcus granulosus per il quale il mancato controllo delle abitudini alimentari del cane e l’assenza di una chemioprofilassi nelle aree endemiche riveste un ruolo centrale) o solo a potenziale futura diffusione (Echinococcus multilocularis per il quale il gatto potrebbe svolgere un ruolo da ponte verso l’uomo se si creasse in ambito peri-urbano condizioni per il ciclo del parassita). Anche in questi casi il ruolo e l’attenzione del medico veterinario sono fondamentali in termini di prevenzione. 5 - Esistono parassiti gastrointestinali sopravalutati o sottovalutati per il loro impatto clinico? Tra i parassiti gastrointestinali Giardia duodenalis è il più sopravvalutato, indagato e discusso in medicina veterinaria, in parte per la facilità nella diagnosi (estrema sensibilità e facilità d’uso dei test antigenici sulle feci), in parte per la facilità di re infestazione (oocisti infettive appena emessa nell’ambiente esterno) ed in parte per il suo supposto potenziale ruolo zoonosico. Giardia duodenalis è difficilmente un enteropatogeno primario. Probabilmente in presenza di infestazioni massive (ed in coabitazione con altri agenti infettivi) nei soggetti di giovane età la giardiosi può indurre segni clinici come diarrea, dimagramento ed algia addominale. Nei pazienti adulti con diarrea (sia acuta che cronica) invece il rilevare la Giardia non deve essere confuso con l’aver individuato la causa del sintomo, in quanto, presumibilmente, nel cane adulto Giardia è un comune elemento del microbioma intestinale. Inoltre il rilevare Giardia in cani e gatti adulti non sintomatici è un reperto molto frequente e non dovrebbe condurre all’esecuzione di un trattamento medico in quanto inutile. Anche nei casi in cui siano rilevati nel cane gli assemblaggi specie-specifici dell’uomo (A I e AII) il rischio zoonosico, ossia la possibilità che siano trasmessi all’uomo, non è stato ancora mai dimostrato. Al contrario i Tricocefali, parassiti responsabili di quadri clinici anche nei cani adulti o anziani, sono spesso sottostimati per le difficoltà diagnostiche legate alla scarsa sensibilità dell’indagine copro microscopica e non sono inoltre inclusi nello spettro di molte molecole o associazioni usate di routine per i trattamenti antiparassitari 6 - L’esame copro microscopico è affidabile per la diagnosi dei parassiti gastrointestinali? L’esame copro microscopico è il principale ausilio diagnostico per identificare i parassiti gastro-intestinali. Deve però essere eseguito in modo adeguato per essere sufficientemente affidabile. Deve essere effettuato su campioni freschi (idealmente prelevati da meno di 1 giorno), con un quantitativo minimo che va da 1 a 3 gr. Per alcuni parassiti (metastrongili polmonari / Giardia duodenalis / Trichuris vulpis) è poi consigliabile raccogliere campioni multipli (usualmente 3 volte a giorni alterni) Tra i parassiti gastro-intestinali comuni il Trichuris vulpis è il nematode che principalmente può sfuggire all’identificazione copro microscopica, anche in presenza di malattia clinica evidente. L’elevato peso specifico delle uova, spesso ad eliminazione intermittente, impedisce la loro flottazione in soluzione non adeguatamente preparate ed il tempo di prepatenza particolarmente lungo (fino a 3 mesi) riducono la sensibilità dell’esame a non oltre il 75%. Per questo motivo nell’iter diagnostico della diarrea cronica riferibile al colon nel cane è consigliabile l’esecuzione di terapia ex-juvantibus con farmaci efficaci. Fig. 2 - Uovo di Ancylostoma caninum 7 - Esistono parassiti più pericolosi di altri e verso cui avere maggiore attenzione? Il concetto di pericolosità quando si parla di parassiti gastro-enterici è riferibile a due diversi aspetti: da una parte il rischio zoonosico e dall’altra il rischio che una parassitosi possa compromettere la qualità di vita (o raramente la vita) del cane o del gatto. Relativamente a questo secondo punto, negli ascaridi le migrazioni larvali (microascaridiosi) decorrono quasi sempre in forma asintomatica; ma in corso di elevata carica parassitaria si possono verificare polmonite (e conseguenti segni clinici respiratori), vomito e diarrea. Le gravi infestazioni da parte di parassiti adulti, invece, provocano segni clinici quasi esclusivamente nei cuccioli come: crescita stentata, diarrea, vomito, condizioni scadenti del mantello e crisi epilettiformi per azione sottrattiva di sostanze nutritive (come il glucosio). Nel caso di infestazioni massive, la matassa di vermi adulti può indurre un processo ostruttivo meccanico vero e proprio a livello enterico con conseguente addome gonfio, dolorante, vomito, depressione, ittero (se si verifica ostruzione del coledoco) fino ad arrivare anche a perforazione intestinale e peritonite. In queste condizioni anche il trattamento antiparassitario può essere rischioso in quanto la morte di un numero ingente di parassiti, senza che vengano espulsi, determina oltre a blocchi intestinali parziali o totali, un maggior riassorbimento di sostanze irritanti e pro infiammatorie. Anche Ancylostoma caninum può essere un patogeno grave nel cucciolo. Questo agente è ematofago, un singolo parassita può succhiare fino a 0,1 ml di sangue al giorno e quando l’infestazione è sostenuta da centinaia di parassiti la perdita ematica può essere importante ed indurre grave anemia da carenza da ferro. Infine i Tricocefali possono indurre gravi colonpatie iperemico-emorragiche anche in soggetti adulti massivamente infestati e con anamnesi di diarrea cronica o indurre quadri clinici simili al morbo di Addison. Per quanto concerne invece gli aspetti zoonosici Toxocara sp., forse il nematode gastrointestinale di più comune riscontro nel cane e nel gatto, è responsabile nell’uomo di patologie gravi e frequenti (Sindrome da Larva Migrans Viscerale e Oculare) ma ancora sottostimate nell’ambito della medicina umana e anche veterinaria, mentre Echinococcus granulosus (Idatidosi cistica)ed Echinococcus multilocularis (Idatidosi alveolare) rappresentano un rischio ben conosciuto, specialmente nelle aree classicamente endemiche, ma con rischio concreto di espansione sul territorio nazionale. Al contrario, a dimostrazione di come l’impatto mediatico possa creare allarmismi o disinformazione è bene ricordare che il reale rischio zoonosico di Giardia duodenalis è ancora dubbio negli uomini immunocompetenti e non è considerato comunque significativo dal Center for Disease Control and Prevention (CDG) che non consiglia controlli/trattamenti a scopo di protezione dell’uomo in cani e gatti. 8 - Le parassitosi Gastrointestinali sono oramai scomparse o rivestono un ruolo minimo nelle patologie gastroenteriche? I parassiti gastrointestinali sono tutt’altro che scomparsi nel cane e nel gatto come dimostrano le indagini epidemiologiche ma anche i report dei laboratori che eseguono esami copro microscopici. Sicuramente si è allentata l’attenzione e riduzione del numero di esami effettuati di routine, specie nei soggetti adulti, e conseguente inevitabile riduzione del numero di soggetti positivi rilevati. Per gli aspetti inerenti i quadri clinici bisogna fare un distinguo. Nei cani di giovane età le parassitosi gastroenteriche rivestono un ruolo patogeno rilevante, soprattutto in regime di coinfezione con altri agenti infettivi. Nei cani adulti invece i parassiti gastrointestinali non sono generalmente un fattore primario di patologia. Questo non significa che non possano giocare un ruolo rilevante come fattore copatogeno, soprattutto nei casi in cui il paziente sia sottoposto a eventi stressanti o debilitanti sia di natura fisiologica che patologica (gravidanza, malattie sistemiche concomitanti, terapie con immunosoppressori). Per esempio la Tricuriasi è una parassitosi in grado di indurre segni clinici nei cani adulti e va quindi sempre presa in considerazione ed esclusa prima di eseguire procedure diagnostiche più costose ed invasive come l’endoscopia. 9 - La convivenza di più cani e gatti come contribuisce a variare la diffusione dei parassiti gastrointestinali e come influenza l’approccio del medico veterinario? Non vi è dubbio che la presenza di numerosi conviventi modifichi ed aumenti la probabilità di diffusione di parassiti Gastrointestinali. Questo appare ovvio nei confronti di parassiti a trasmissione diretta come Trichuris vulpis che trova la massima diffusione in comunità e canili o ambienti urbani frequentati da molti cani e per il quale si consigliano trattamenti di tutti i soggetti che convivano con un cane infestato e/o piani di chemioprofilassi periodica nei soggetti a rischio (canili, rifugi). Ma lo stesso vale anche per i parassiti con in ciclo indiretto quale Dipylidium caninum. In caso di positività di un soggetto (cane o gatto) tutti i conviventi dovrebbero essere trattati periodicamente almeno fino a che il piano di eradicazione dell’ospite intermedio (pulce) nello stesso ambiente non abbia raggiunto un pieno risultato. Fig. 3 - Capsula proligera di Dipylidium caninum 10 - Quando e come sospettare una parassitosi Gastrointestinale in un cane o in un gatto? La parassitosi gastrointestinali dovrebbero ovviamente sempre sospettate in presenza di segni clinici gastro-enterici. La presunzione di malattia parassitaria nel medico veterinario e anche nel proprietario è “storicamente” molto più elevata nei cuccioli, ma qualsiasi iter diagnostico anche nei soggetti adulti con diarrea acuta o cronica dovrebbe iniziare con accurato esame copro microscopico. Come le patologie urinarie non possono prescindere da un esame chimico fisico delle urine è impensabile che una patologia gastroenterica non comprenda come primo step la ricerca di parassiti gastroenterici. Tra i dati anamnestici che portano al sospetto di parassitosi ci sono il contatto/convivenza con altri animali o con ambienti frequentati da altri animali o anche solo il libero accesso all’ambiente esterno che nel cane è fisiologico ma che ha luogo anche solo sporadicamente in molti gatti considerati “indoor”. Anche alterazioni non classicamente gastroenteriche quali quelle dell’emogramma (anemia microcitica ipocromica) pur in assenza di una chiara alterazione delle feci possono essere espressione di anemia da carenza di ferro per la presenza di parassiti ematofagi. Così come una condizione di iperoesinofilia devono essere indagate escludendo in primis la presenza di nematodi gastro intestinali. In corso di diarrea cronica (anche del cane adulto) la presenza di inversione elettrolitica (riduzione del rapporto Na+/K+) impone di escludere le parassitosi del colon (Trichuris vulpis in primis ma anche Prototheca sp) spesso causa di quadri simil Addisoniani. Indagini più specifiche che esulino dalla copromicroscopia (PCR, esame culturale) si rendono necessarie in caso di patologie come quelle indotte da Tritrichomonas foetus nel gatto in cui anche la partecipazione a mostre feline o la permanenza in pensioni, allevamenti sono fattori predisponenti dal punto di vista epidemiologico, quando uno o più soggetti presentino diarrea riferibile a colonpatia. Immagine di copertina - Uovo di Trichuris vulpis Tutte le immagini sono gentilmente concesse dall'Autore. “DVM, Specialista in Clinica dei Piccoli Animali, Diplomato EVPC, EBVS® - European Veterinary Specialist in Parasitology”. Dr. Luigi VencoAutore

“Il mio gatto è giallo”: cause di ittero nella specie felina

“Il mio gatto è giallo”: cause di ittero nella specie felina

Vi sono diverse patologie che possano far assumere una colorazione “gialla” al nostro gatto, e con questo articolo vogliamo chiarire la nomenclatura e i diversi stati patologici che possono portare a questa condizione. La bilirubina è un prodotto di degradazione dell’emoglobina contenuta prevalentemente nei globuli rossi (eritrociti). Questo processo rientra all’interno del fisiologico invecchiamento degli eritrociti: una volta completata la loro vita vengono “distrutti” e alcune loro componenti riciclate ed altre eliminate. La bilirubina si divide in tre frazioni: Coniugata: bilirubina resa idrosolubile in seguito a un processo di coniugazione a livello epatico che consente poi di eliminarla tramite le urine e le feci; Non coniugata: bilirubina non idrosolubile, per lo più legata all’albumina, prima del processo di coniugazione; Delta: piccola frazione di bilirubina coniugata ma legata alle albumine. Con ittero si intende una colorazione giallastra che possono assumere i tessuti, la pelle e le sclere in seguito al deposito di pigmento biliare. Con iperbilirubinemia si intende un aumento patologico della bilirubina sierica, mentre con bilirubinuria si fa riferimento alla sua concentrazione nelle urine, alterazione che compare solitamente più precocemente rispetto all’aumento ematico di bilirubina, sottoforma di urine di color ambrato/intensamente giallo. Una piccola frazione di bilirubina nel cane, soprattutto maschio intero e con urine concentrate, è considerato un reperto fisiologico, mentre nel gatto è sempre da considerarsi patologico salvo in corso di interferenze analitiche (es. presenza di urine pigmentate/colorate). In medicina, la bilirubina ematica viene utilizzata come marker di funzionalità epatica, di patologia colestatica e come supporto a una diagnosi di anemia emolitica; pertanto, le cause di ittero possono essere svariate, e si possono riassumere nelle seguenti categorie: ITTERO PRE-EPATICO Questa categoria è correlata ad un’aumentata produzione di bilirubina in seguito ad aumentata distruzione degli eritrociti in corso di processi emolitici, come ad esempio in seguito a distruzione immunomediata (es. auto-anticorpi contro gli eritrociti), stress ossidativo (es. esposizione a sostanze ossidanti endogene o esogene), frammentazione (es. vasculiti) etc. I pazienti che presentano questo tipo di ittero sono gravemente ed acutamente anemici e possono presentare alterazioni della morfologia dei globuli rossi che suggeriscono la patogenesi sottostante. La frazione di bilirubina che aumenta in corso di emolisi è prevalentemente quella non coniugata, soprattutto in una fase iniziale della malattia. L’ittero compare nel momento in cui la produzione di bilirubina supera la capacità del fegato di poterla coniugare e metabolizzare. ITTERO EPATICO Questa categoria è correlata a una ridotta captazione della bilirubina non coniugata da parte del fegato e una sua incapacità di coniugarla (quindi rendere la bilirubina idrosolubile per poterla eliminare). Gli stati patologici che si annoverano in questa categoria sono quelli che portano a una riduzione della massa funzionante del fegato (disfunzione/insufficienza epatica). Le cause possono essere le più svariate, tra cui patologie congenite (es. shunt porto-sistemici in soggetti giovani), metaboliche (es. lipidosi, diabete mellito), neoplastiche (es. patologie infiltrative, linfoma), infettive/infiammatorie (es. peritonite infettiva felina, epatite cronica, epatite batterica), tossiche e ipossiche. In questa categoria, le bilirubine coniugata e non coniugata possono risultare ugualmente aumentate. ITTERO POST-EPATICO Questa categoria è correlata a una ridotta escrezione di bilirubina coniugata in seguito patologie colestatiche, e possono essere divise in colestasi ostruttiva o funzionale. La colestasi ostruttiva indica un ridotto/rallentato flusso della bile nei canalicoli e nei dotti biliari (quindi all’interno del fegato o a livello extra-epatico); esempi di patologie colestatiche ostruttive sono presenza di calcoli biliari, neoplasie e processi infiammatori (es. colangiti, pancreatiti). In questi casi, la frazione della bilirubina maggiormente presente è quella coniugata: il fegato funziona bene, ma non riesce a escretare la bilirubina correttamente. In corso di patologie ostruttive, l’ittero e l’iperbilirubinemia risultano essere molto più marcati e gravi rispetto alle categorie riportate in precedenza. La colestasi funzionale invece è correlata a fenomeni settici o flogistici gravi di natura sistemica, e non direttamente correlati al fegato o alle vie biliari. In corso di queste patologie, l’alterato/rallentato flusso di bile dal fegato in assenza di ostruzione meccanica viene indotto da una ridotta capacità delle proteine di trasporto della bilirubina con le quali competono sostanze pro-infiammatorie prodotte dall’organismo. Rispetto alla specie canina, nel gatto non è infrequente riscontrare ittero clinico, e la presenza di questa alterazione è indicativa di un processo patologico grave e da indagare rapidamente. Se ci sia accorge di questa “colorazione anomala”, è importante portare il proprio gatto il prima possibile dal Medico Veterinario in modo che possa eseguire approfondimenti diagnostici mediante esami di laboratorio di base (esame emocromocitometrico, profilo biochimico ed esame delle urine) e mediante diagnostica per immagini. “DVM, dipl. ECVCP, EBVS® European Specialist in Veterinary Clinical Pathology; Esperto MyLav in Ematologia e Patologia Clinica. Dr.ssa Giulia MangiagalliAutore

Alopecia X: una malattia dermatologica del cane, dalla diagnosi alla terapia

Alopecia X: una malattia dermatologica del cane, dalla diagnosi alla terapia

L'Alopecia X è una malattia dermatologica che affligge principalmente cani giovani-adulti, ed è caratterizzata dalla perdita dei peli primari progredendo fino all'alopecia completa prevalentemente su tronco, collo e cosce, risparmiando la testa e le estremità distali. Spesso si osserva iperpigmentazione cutanea nelle aree affette, e per questo è altrimenti denominata, soprattutto dagli allevatori, “Black Skin Disease”. Alcune razze sono più predisposte, soprattutto quelle con mantello doppio e folto come Volpini di Pomerania, Alaskan Malamute e Chow Chow. Segnalata anche in Barboncini nani e Toy, può comunque presentarsi in qualsiasi altra razza. Eziologia e Nomenclatura Colpisce cani maschi e femmine, giovani adulti, senza correlazione con lo stato di castrazione/sterilizzazione. Si ipotizza una base ereditaria, data la predisposizione di razza, ma necessita di ulteriori studi. La condizione è conosciuta con vari nomi: "Black Skin Disease (BSD)" o "coat funk" (tra gli allevatori), e nella letteratura scientifica come “deficit di ormone della crescita ad esordio adulto”, “alopecia responsiva all'ormone della crescita”, “alopecia responsiva alla castrazione”, “alopecia responsiva alla biopsia”, “sindrome simile all'iperplasia surrenale congenita”, e più recentemente, Alopecia X. La varietà di nomi riflette la mancanza di comprensione della causa, ad oggi ancora sconosciuta. Segni Clinici L’alopecia nel cane si presenta da parziale a totale, bilaterale e simmetrica, clinicamente non infiammatoria, localizzata a tronco, collo, cosce, perineo e coda. Testa ed estremità distali sono risparmiati (Fig. 1).In alcuni cani la malattia si manifesta con la mancata ricrescita del pelo dopo la tosatura. Le aree affette possono presentare cute iperpigmentata e secca; dermatite papulare, pustolosa e crostosa e collaretti epidermici possono essere presenti in caso di follicolite batterica secondaria e, in questo caso, determinare prurito.Il paziente non presenta segni clinici sistemici e, ad eccezione del problema cutaneo, è sano. Fig. 1 ed in copertina - cane affetto da "Alopecia X". Presenta alopecia bilaterale e simmetrica, localizzata a tronco, collo, cosce, perineo e coda. Testa ed estremità distali sono risparmiati. Diagnosi Differenziali ed Esami Collaterali Le diagnosi differenziali da considerare sono le endocrinopatie (ipercortisolismo, ipotiroidismo, iperestrogenismo) e altri disordini follicolari (demodicosi, follicolite batterica, dermatofitosi). Per escludere queste patologie, gli esami collaterali che il Medico Veterinario potrà effettuare sono, nell’ordine: Raschiati cutanei multipli per la ricerca di acari Demodex spp (negativi in corso di Alopecia X); Esame citologico per apposizione dopo rimozione di eventuali croste o da pustola integra per valutare eventuale presenza di flogosi neutrofilica settica e batteri (in corso di follicolite batterica); Tricogramma: prevalenza di peli secondari, radici in fase telogena; possibile tricoressi nodosa. Lampada di Wood ed esame colturale per dermatofiti (negativi in corso di Alopecia X). Esame ematobiochimico completo ed esame chimicofisico delle urine: in caso mostrino alterazioni compatibili con ipotiroidismo o ipercortisolismo, occorrerà effettuare i relativi test specifici. E’ inoltre indicato l’esame ecografico dell’addome con particolare attenzione a surreni e gonadi (ovaie e testicoli nei pazienti non sterilizzati). L’esame istopatologico della cute è necessario per la diagnosi definitiva e va eseguito come ultimo esame dopo avere escluso le endocrinopatie.E’ diagnostico quando evidenzia le seguenti alterazioni istopatologiche: atrofia del derma, arresto diffuso del ciclo pilifero con telogenizzazione prominente dei follicoli piliferi e presenza di follicoli dismorfici e in kenogen, e "flame follicles" (follicoli a fiamma, così denominati a causa dell’aspetto determinato dall’eccessiva cheratinizzazione trichilemmale (Fig. 2). Fig. 2 - follicoli piliferi di cane a fiamma, così denominati a causa dell’aspetto determinato dall’eccessiva cheratinizzazione trichilemmale. Terapia I trattamenti che il Medico Veterinario potrà impostare sono molti, ma l'efficacia varia a seconda del paziente ed il successo non è prevedibile. Considerato che l’Alopecia X è solo un difetto cosmetico, il cane potrebbe non essere trattato (scientific neglect) ma solo sottoposto a cure ed attenzioni per evitare l’eccessiva secchezza cutanea o i danni derivanti dall’azione dei raggi UV. Qualora si decida, in accordo con il Medico Veterinario, di effettuare una terapia per la risoluzione dell’alopecia, quelle proposte più di frequente sono le seguenti: Integrazione di Melatonina: Il meccanismo d'azione non è completamente noto, e diversi studi hanno mostrato efficacia in circa il 30% dei cani. La dose somministrata per via orale due volte al giorno, a seconda del peso, deve essere proseguita per almeno 3-4 mesi. Promuoverebbe la transizione da telogen ad anagen, ossia riattiverebbe la fase di crescita follicolare. Castrazione/sterilizzazione chirurgica dei cani interi: limitata ai cani maschi interi (non c’è evidenza di efficacia della ovaroisterectomia nelle femmine). Può esitare in ricrescita parziale o completa (43% dei casi) che può verificarsi in settimane, mesi o anni. In alcuni casi non c'è ricrescita (40%), o si verifica una recidiva (17%). Trilostano a basse dosi è apparso efficace nell’85% dei pazienti trattati; tuttavia deve essere prescritto solo da medici con esperienza poiché sono necessari monitoraggi frequenti e può avere effetti avversi gravi. Deslorelin: l'effetto sul follicolo pilifero non è noto, ed è stato segnalato che causi la ricrescita dei peli nel 75% dei cani maschi intatti. La ricrescita inizia 2-3 mesi dopo l'inizio del trattamento. Non si è dimostrato efficace nelle femmine. Il trattamento risulta reversibile, sicuro e facile da somministrare. Osaterone acetato, utilizzato con lo stesso protocollo suggerito per il trattamento dell’iperplasia prostatica benigna, ha dimostrato aneddoticamente successo variabile (25-50%) in maschi e femmine. Microneedling: è una procedura mediante la quale la cute viene punta più volte con aghi sottili (circa 2.5 mm) posti su un rullo (DermaRoller® ), inducendo irritazione e riparazione tissutale; in questo modo sarebbe in grado di stimolare la transizione alla fase anagen. I pazienti devono essere sottoposti ad anestesia generale/sedazione profonda; la ricrescita è variabile, e l’alopecia può in seguito recidivare. Terapia Laser a Basso Livello e Biomodulazione a Fluorescenza: singoli case reports e segnalazioni aneddotiche ne dimostrano l’efficacia, in assenza di effetti collaterali. Creme, unguenti, lozioni contenenti diversi principi attivi ed eccipienti sono presenti in commercio senza evidenza o studi scientifici, pertanto vengono proposti da allevatori di Volpini di Pomerania o toelettatori. Anche in questi casi, i risultati sono variabili e si pensa che la ricrescita del pelo sia conseguente a stimolo irritativo.Le immagini sono gentilmente concesse dall'Autore. “DVM, Dipl. European College of Veterinary Dermatology (ECVD); Esperto MyLav in Dermatologia e Allergologia Dr.ssa Roberta SartoriAutore

Ulcera corneale indolente: una patologia che colpisce il cane e raramente il gatto

Ulcera corneale indolente: una patologia che colpisce il cane e raramente il gatto

Il vostro cane ha una lesione corneale che nonostante le cure tende a non guarire e perdurare nel tempo (da settimane o mesi), caratterizzata da momenti in cui l’occhio colpito sta “bene” (sembra “aperto”) ed altri in cui risulta al contrario “dolente e chiuso” (i proprietari di solito lo definiscono “gonfio”): potrebbe allora essere affetto da una cosiddetta “ulcera indolente o ricorrente”, che da alcuni anni viene internazionalmente denominata SCCEDs (spontaneous chronic corneal epithelial defects).Le ulcere “indolenti” o erosioni epiteliali recidivanti (REE), sono delle lesioni ulcerative superficiali della cornea, inizialmente non infette, caratterizzate dalla spontaneità di insorgenza e difficoltà di guarigione, che vengono riscontrate frequentemente nel cane, ma che possono colpire più raramente anche il gatto ed il cavallo. Si presentano con improvviso fastidio o dolore oculare (l’animale tende a tenere l’occhio chiuso e a grattarsi) e risultano “refrattarie” alle terapie comunemente utilizzate (antibiotiche o altro). Sono di solito colpiti soggetti di età adulta/anziana (> 5-8 anni) di cani di razze diverse, meticci compresi, ma sembrano maggiormente predisposti Boxer, Bouledogue Francese, Bulldog Inglese, Pinscher e Corgi. La loro origine risiede in un difetto dell’epitelio corneale (distrofia) che tende a “ulcerarsi da solo” e non è in grado di riparare velocemente come avviene nei cani normali, perché il “collante” intercellulare, costituito da piccole propaggini (desmosomi), nei soggetti malati non viene prodotto adeguatamente. Ne consegue che queste ulcere possano diventare “croniche” (da qui il termine “indolente”), con una sintomatologia altalenante e ricorrente; spesso gli animali colpiti ricevono terapie topiche per mesi senza raggiungere la guarigione completa e prima che venga emessa la diagnosi corretta. Queste lesioni infatti devono essere trattate dal Medico Veterinario con particolari tecniche che possiamo definire “parachirurgiche” e che nel 98% dei casi portano alla risoluzione della sintomatologia. Le procedure in anestesia locale consistono in una “pulizia” (debridement) dell’area ulcerativa con cotton fioc sterili e in una “stimolazione” delle zone limitrofe e sottostanti con la punta di un piccolo ago (cheratotomia a griglia) o con una fresa corneale diamantata (diamond burr), favorendo così l’arrivo di cellule epiteliali sane in grado di riparare il difetto. I tempi di guarigione medi sono di circa 15-20 giorni durante i quali il cane dovrà portare il collare elisabetta, ricevendo terapie topiche a base di antibiotici e lacrime artificiali. Solo nel 2% dei casi si dovrà ricorrere ad una “vera” chirurgia in anestesia generale (cheratectomia superficiale). Questa patologia non è di solito grave per l’integrità della visione, anche se possono residuare cicatrici corneali più evidenti e, specialmente in soggetti brachicefalici, rare complicanze legate a infezioni batteriche secondarie. Inoltre, è bene ricordare che queste “ulcere indolenti” possono recidivare sullo stesso occhio e, più frequentemente, comparire sull’altro anche a distanza di tempo. In caso il vostro cane (o gatto) mostri dolore oftalmico è bene portarlo rapidamente a visita presso il Medico Veterinario per risparmiare tempo e dolore all’animale, rivolgendosi, quando necessario, ad uno specialista.Foto di copertina gentilmente concessa dall'Autore “DVM, Dottore di Ricerca in Oftalmologia Veterinaria Specialista in Clinica e Malattie dei Piccoli Animali (Oftalmologia)” Dr. Domenico MultariAutore

Zecche: come proteggere al meglio i nostri cani e noi stessi e a cosa prestare attenzione

Zecche: come proteggere al meglio i nostri cani e noi stessi e a cosa prestare attenzione

Zecche e pulci vengono spesso scambiate, ma in realtà sono solo accomunate dal fatto di essere parassiti primari ematofagi, cioè che si nutrono del sangue del loro ospite, e vettori di altre patologie.Le pulci sono ditteri ematofagi, con sei zampe e capaci di compiere dei salti e di muoversi velocemente nel mantello per la forma affusolata, le zecche invece sono aracnidi con otto zampe e le loro dimensioni, a seconda dello stadio biologico e della specie, variano da qualche millimetro fino a quelle di una nocciola nel caso delle femmine adulte ingorgate di sangue.Nonostante i proprietari di animali da compagnia pensino che la presenza delle zecche si concentri maggiormente nei mesi più caldi, come primavera ed estate, il rischio della presenza di questi parassiti è presente tutto l’anno in quanto la maggior parte di essi vive in ambienti in cui non solo vi sono condizioni climatiche ottimali ma anche ospiti ideali da parassitare.A conferma della non stagionalità delle zecche, una recente survey che ha coinvolto 64 province italiane e 153 strutture veterinarie, ha evidenziato come il 45,7% dei cani che afferiscono agli ambulatori veterinari siano infestati da zecche, senza che i proprietari se ne siano accorti e alcune specie, come Ixodes ricinus, siano presenti e attive tutto l’anno anche nelle regioni del Nord Italia.Nel cane e nel gatto, ma anche nell’uomo, la zecca non induce alcuna sensazione di fastidio, pertanto può svolgere la sua azione passando completamente inosservata ed oltre, in caso di infestazioni massive, poter indurre anemie gravi, è responsabile della trasmissione di numerosi agenti patogeni (Tick Borne Diseases).Malattie trasmesse da zecche (TBD) di più frequente riscontro nel cane e nell’uomo in ItaliaCane- Babesiosi (Babesia canis canis, Babesia canis vogeli)- Ehrlichiosi (Ehrlichia canis)- Anaplasmosi (Anaplasma phagocytophilum, Anaplasma platys)- Hepatozonosi (Hepatozoon canis)Uomo- Febbre bottonosa del Mediterraneo (Rickettsia conorii)- Borreliosi di Lyme (Borrelia burgdorferi) Fig. 1 - Patogeni del cane identificati in cellule ematiche. In termini di biomassa, in Italia, i principali generi di zecche sono Rhipicephalus spp. che rappresenta il 27,5% delle zecche riscontrate nei cani infestati da zecche in nord Italia e nel 36,1% dei cani infestati nel centro-sud. Una distribuzione inversa è invece caratteristica del genere Ixodes riscontrato nel 25,6% e nel 10,8% dei cani rispettivamente nelle regioni settentrionali e del centro-sud Italia.I generi Dermacentor e Haemaphysalis, seppur abbondanti negli ambienti silvestri, sono riportati rispettivamente nello 0.6% e 0,2% dei cani infestati da zecche a fronte di Rhipicephalus sanguineus, riscontrato nel 63,6% dei cani infestati da zecche, seguito da Ixodes ricinus (30,6%) e I. hexagonus (5,6%).La “zecca tipica del cane” (Rhipicephalus sanguineus), vettore di malattie come Babesiosi ed Ehrlichiosi, può vivere invece nei pressi delle abitazioni - specialmente nelle crepe e nelle fessure dei pavimenti - in climi asciutti o aridi.Questa zecca tende ad aggredire l’ospite sugli arti, infatti è di comune ritrovamento soprattutto a livello degli spazi interdigitali.Il motivo per il quale può essere presente tutto l’anno è che nelle cucce o nelle gabbie degli animali può sopravvivere a basse temperature per diversi mesi senza nutrirsi e in alcuni ambienti, come i canili, può essere presente con densità elevata causando vere e proprie infestazioni massive con rischio di gravissime anemie.La “zecca dei ricci” (Ixodes hexagonus), infine, è meno frequente delle precedenti, sebbene sia diffusa in tutto il territorio italiano, ma si trova principalmente sui ricci che, frequentando orti o giardini, possono disperdere queste zecche favorendo l’infestazione a loro volta in cani e gatti. Fig. 2 - Femmina adulta di Rhipicephalus sanguineus ingorgata di sangue dopo il pasto di sangue. Prevenzioni: i farmaci ectoparassiticidi Utilizzare un farmaco attivo nei confronti delle zecche sugli animali da compagnia è sicuramente il miglior rimedio, ma come sceglierlo?Il farmaco ideale è quello in grado di determinare la morte della zecca (Speed Of Kill) entro otto ore dal momento in cui abbia iniziato il pasto di sangue, bloccando quindi la possibile trasmissione di patogeni che avviene durante la fase rapida di assunzione del sangue, quando la zecca rigurgita sulla ferita la parte liquida trattenendo i nutrimenti ematici.Tra questi, i farmaci antiparassitari ad azione locale (in formulazione spot on, collari e spray) che si disperdono nel biofilm cutaneo senza essere assorbiti annoverano tra i vantaggi quello di non interagire con altri farmaci assunti dall’animale e la possibilità di agire per contatto, espletando un’azione repellente, ma potrebbero non garantire una copertura completa di alcune aree corporee dell’animale, come le zampe.I farmaci antiparassitari ad azione sistemica (in formulazione spot on o per via orale) consentono invece una copertura di tutte le aree corporee dell’animale e rimangono efficaci nonostante lavaggi intensi o bagni.La protezione migliore si ottiene abbinando entrambe le tipologie di farmaci seguendo il consiglio del proprio Medico Veterinario.Vi sono alcuni accorgimenti importanti accorgimenti da mettere in atto, (validi sia per il cane sia per l’uomo) soprattutto se si passeggia in campagna o in montagna in questa stagione.Dopo ogni passeggiata, soprattutto se svolta in aree boschive o in cui l’erba è particolarmente alta, è bene ispezionare cute e mantello dell’animale a livello degli spazi interdigitali, delle ascelle, del collo, della testa e delle zone peri auricolari.Nel caso si trovasse una zecca, bisogna afferrarla il più vicino possibile al rostro e alla cute dell’animale, staccarla poi con una pinza sottile o con la punta delle dita - a patto che la mano sia provvista di un guanto - con delicata trazione avendo cura di non schiacciarla.L’eventuale permanenza del rostro nella cute dell’animale non costituisce un problema poiché viene rigettato in modo spontaneo. La stessa cosa vale nell’uomo con una ispezione accurata di tutta la superficie corporea, specie considerando che le forme larvali hanno dimensioni molto piccole, spesso difficili da essere rilevabili.Dopo aver rimosso la zecca dalla cute dell’animale o dalla propria sarebbe meglio conservarla in una piccola provetta contenente alcool non denaturato a 95 gradi (alcool ad uso alimentare) perché, in caso di comparsa di sintomi, ciò rende possibile la ricerca di eventuali patogeni direttamente sulla zecca stessa.Infine, nel tentativo di rimozione è importante evitare di cospargere la zecca con alcool, olio, o farmaci antiparassitari prima di asportarla perché ciò favorisce il rigurgito agonico della zecca stessa e l’immediata trasmissione di patogeni.I proprietari, invece, dovrebbero utilizzare stivali o scarpe che coprano caviglie e parte della gamba durante le passeggiate negli ambienti boschivi con i propri amici a quattro zampe, specie se frequentati da ungulati selvatici (come cervi e caprioli) per il rischio potenziale di trasmissione della malattia di Lyme o o delle Febbre bottonosa del Mediterraneo molto diffusa in Italia.È importante ispezionare tutta la superficie corporea al termine della passeggiata e, nel caso venga trovata una zecca, rimuoverla con le modalità descritte sopra avendo cura di conservarla e avvisando successivamente il medico o rivolgendosi a un reparto ospedaliero per la cura delle malattie infettive.Le immagini Fig. 1 e Fig. 2 sono gentilmente concesse dall'Autore.Immagine di copertina: Ispezione del mantello di un cane dopo una passeggiata. “DVM, Specialista in Clinica dei Piccoli Animali, Diplomato EVPC, EBVS® - European Veterinary Specialist in Parasitology”. Dr. Luigi VencoAutore

Penfigo foliaceo nel cane

Penfigo foliaceo nel cane

Cos’è il pemfigo foliaceo nel cane? Il pemfigo foliaceo è la malattia autoimmune cutanea più frequente del cane ed è caratterizzato dalla produzione di autoanticorpi diretti contro antigeni localizzati nei desmosomi che sono le strutture che ancorano e connettono le cellule epiteliali.In particolare nel cane l’antigene bersaglio degli autoanticorpi sono due proteine presenti nei desmosomi principalmente la desmocollina 1 e in minor misura la desmogleina 1. L’azione degli autoanticorpi induce la perdita di coesione e il distacco tra le cellule dell’epidermide (processo che prende il nome di acantolisi) per cui si formano delle pustole contenenti granulociti neutrofili e cellule epiteliali distaccatesi singolarmente o in piccoli gruppi libere all’interno della pustola che prendono il nome di cheratinociti acantolitici. Esiste una predisposizione di razza di sesso e di età? Non vi è alcuna predilezione di sesso nel pemfigo foliaceo del cane mentre sembrano predisposte le razze Akita inu, Chow Chow, Dobermann, Terranova, Collie, Bassotto, Shar-pei e Pastore Australiano. Il pemfigo foliaceo può essere osservato in cani di qualunque età anche se mediamente si manifesti in cani adulti con età media di sei anni. Come si manifesta il pemfigo foliaceo nel cane? La lesione primaria è la pustola, in genere più grande di quella che si osserva nella piodermite in quanto ingloba più unità follicolari, che evolve rapidamente in erosione ricoperta da croste giallastre. A volte le croste assumono una disposizione circolare formando ampi collaretti epidermici (Fig. 1). Fig.1 - Ampio collaretto epidermico circondato da un alone eritematoso e da croste giallastre in un cane con pemfigo foliaceo. Le lesioni si sviluppano frequentemente sulla testa in particolare sul dorso del naso, nelle aree perioculari e sulla faccia interna dei padiglioni auricolari (Fig.2, 3 e 4). Fig.2 - Croste giallastre ed erosioni sulla canna nasale di un cane con pemfigo foliaceo. Fig.3 - Ampie croste perioculari in un cane con pemfigo foliaceo. Fig.4 - Lesioni crostose sulla faccia interna del padiglione auricolare di un cane con pemfigo foliaceo. Altre localizzazioni frequenti sono i cuscinetti plantari, con ipercheratosi e lo scroto (Fig.5). Il tartufo è spesso interessato da depigmentazione accompagnata da erosioni e ulcerazioni (Fig.6). Fig.5 - Ipercheratosi sui cuscinetti di un cane con pemfigo foliaceo Fig.6 - Depigmentazione infiammatoria ed erosioni sul tartufo di un cane con pemfigo foliaceo.Notare la contemporanea presenza di lesioni crostose localizzate sul dorso del tartufo Nei casi in cui siano coinvolti i follicoli si osserva alopecia mentre il prurito è variabile (Fig. iin copertina).In alcuni casi si riscontrano segni sistemici quali letargia, anoressia, ipertermia e linfoadenomegalia generalizzata. Come si fa la diagnosi di pemfigo foliaceo? L’esame citologico, eseguito per apposizione da una pustola integra o al di sotto di una crosta, è fortemente suggestivo.Il quadro citologico è caratterizzato da numerosi granulociti neutrofili non degenerati e cheratinociti acantolitici che si presentano come cellule tondeggianti con nucleo centrale e citoplasma intensamente basofilo spesso circondati da neutrofili (Fig.8). Possono essere osservati anche granulociti eosinofili. La diagnosi deve essere confermata dall’esame istopatologico. Fig.8 - Esame citologico: cellule acantolitiche a citoplasma rotondeggiante e nucleo centrale disperse tra numerosi granulociti neutrofili. Come si tratta il pemfigo foliaceo? Il pemfigo foliaceo è considerato una malattia cronica per cui l’obiettivo della terapia è rappresentato dal controllo della malattia ovvero dalla risoluzione della maggior parte delle lesioni presenti in assenza di nuove lesioni. La terapia d’elezione deve essere impostata del Medico Veterinario e si basa sull’utilizzo di glucocorticoidi che consentono una rapida remissione dei segni clinici.In associazione si possono utilizzare farmaci immunosoppressivi non steroidei come l’azatioprina, la ciclosporina o i clorambucile, i cosiddetti “risparmiatori di glucocorticoidi”, che consentono di ridurre il dosaggio dei glucocorticodi con lo scopo di aiutare nel mantenimento della remissione. Tutte le immagini sono gentilmente concesse dall'Autore “Medico Veterinario - (Dermatologia, Allergologia, Otologia veterinaria e Parassitologia cutanea).” Dr. Federico LeoneAutore

Leishmaniosi canina: come e quando proteggere i nostri cani

Leishmaniosi canina: come e quando proteggere i nostri cani

Leishmania infantum è un parassita dei flebotomi (pappataci) all’interno dei quali avviene la riproduzione sessuata. I flebotomi sono ditteri ematofagi volanti prettamente stagionali. In Italia si ritiene che siano attivi da fine aprile ad inizio dicembre nelle regioni più calde. Non sono in grado infatti di sopravvivere al freddo se non come uova e talvolta stadi larvali. Questo implica la necessità per il parassita di trovare un ospite ideale da infettare per sopravvivere durante la stagione invernale ed infettare le nuove generazioni di flebotomi che si schiudono in primavera. Il cane che sostanzialmente agisce come “capsula del tempo” può, in seguito, andare incontro a malattia, anche grave, come conseguenza di una risposta alterate (eccessiva ed inefficace). Oltre alle zone considerate classicamente endemiche (Italia centro meridionale, regioni litoranee ed Appenniniche) L. infantum è stata segnalata ripetutamente anche in aree ritenuti indenni in passato (Pianura Padana) e ad oggi si può affermare che tutta l’Italia è potenzialmente a rischio per questo parassita. È importante quindi sapere come proteggere i nostri cani, sia che vivano in un’area a rischio, sia che la frequentino durante il periodo che va da dine aprile ad inizio dicembre Come ogni tipo di Prevenzione possiamo considerare 3 tipi di Prevenzione: Primaria che consiste nell’evitare il contagio con il patogeno (in questo caso i pappataci che lo tramettono (anche se c sono altre modalità di trasmissione come materno fetale, veneree e tramite trasfusioni di sangue) Secondaria che consiste nel proteggere nel momento in cui avviene il contatto con il Patogeno Terziaria che consiste nel proteggere la popolazione che vive nelle vicinanze del cane Le specie di Flebotomi responsabili della trasmissione in Italia sono P. perniciosus (il più frequente) P. perfiliewi, P. neglectus e P. ariasi. Si tratta di specie che sono attive solo di notte, dal crepuscolo all’alba con un picco di attività tre le ore 23 di sera e le 2 del mattino, ma che sono esofile ed esofagiche. Non entrano quindi nelle nostre abitazioni e se vi entrano non effettuano il pasto di sangue! Tenere il cane in casa nella stagione a rischio e durante il periodo di attività dei pappataci è sicuramente il metodo di prevenzione primaria più sicure ed efficace. Poiché spesso ciò non è possibile, specie nelle prime ora della sera la seconda misura che deve esser utilizzata si basa sull’uso di sostanze eccito-repellenti come i piretroidi sintetici che non impediscono ai pappataci di posarsi sul mantello dei nostri cani, ma che ne inibiscono la possibilità di pungere nella nella stragrande maggior parte dei casi. Questi farmaci sono reperibili in diverse formulazioni (dai collari agli spot on) che presentano vantaggi e svantaggi in relazione alla taglia e abitudine del cane. È importante quindi che siano indicati per ogni singolo soggetto dal medico veterinario. Altre sostanze sono utilizzate come repellenti propriamente detti (impediscono cioè di avvicinarsi al cane) ma per le caratteristiche di pelo e mantello nel cane hanno una azione molto breve come l’azadiractina (Olio essenziale di Neem 2-5% in olio di cocco o mandorle) o nulla (Citronella). Possono quindi affiancare i piretroidi sintetici ma non certo sostituirli. La prevenzione secondaria non sostituisce quella primaria e consiste nell’utilizzazione di un vaccino contente una proteina ricombinante che non è in grado di prevenire l’infezione ma riduce sensibilmente la possibilità che un cane una volta infettato sviluppi una forma clinica della malattia. La prevenzione primaria è importante anche nei i cani che si sa siano già stati infettati perché è dimostrato che punture ripetute di flebotomi infetti destabilizzano il sistema immunitario ed aumentano la probabilità che il cane nel tempo sviluppi quadri clinici. Il vaccino invece deve essere somministrato solo a cani che siano risultati negativi ai test di screening. Per i cani infetti (che attirano più facilmente i pappataci) è importante anche mettere in atto una forma di prevenzione terziaria per proteggere i cani conviventi assieme al nucleo famigliare. La classe di farmaci più utile in questo senso sono le isoxazoline, una classe di antiparassitari ad azione sistemica che uccidono rapidamente tutti gli ecto-parassiti ematofagi (pulci, zecche, flebotomi) impedendo quindi ai flebotomi che abbiano superato la barriera della prevenzione primaria di infettarsi e contagiare soggetti vicini qualora abbiano punto il cane. Anche in questo caso il Medico veterinario è la persona più indicata per scegliere, in base alle diverse caratteristiche di ogni soggetto, la molecola e le modalità di somministrazione più adatte. “DVM, Specialista in Clinica dei Piccoli Animali, Diplomato EVPC, EBVS® - European Veterinary Specialist in Parasitology”. Dr. Luigi VencoAutore

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