Il canarino (serinus canaria) è il più allevato tra gli uccelli da gabbia e da voliera. Il canarino selvatico è originario delle Isole Canarie, è di colore verde e non supera i 12 cm di lunghezza. I primi soggetti furono importati in Europa nel primo periodo del XV secolo e negli anni successivi, a causa della comparsa di mutazioni, sono state create differenti tipologie raggruppate nelle tre seguenti categorie. Canarini da canto: sono stati selezionati per riprodurre suoni e note ricercate. Appartengono a questa categoria la razza Malinois, la Harzer-Roller e il Timbrado Spagnolo. In queste razze la capacità al canto è, in parte, innata e migliorata attraverso la selezione e, in parte, appresa dai giovani imitando le melodie dei canarini più anziani (maestri cantori). Canarini di colore: definiti anche sassoni, si distinguono per le bellissime varietà di colore, esistono soggetti a fondo chiaro detti lipocromici (colore rosso, giallo o bianco) e a fondo scuro, definiti melaninici per la presenza nella piuma di vari pigmenti che combinandosi tra di loro danno origine a differenti tonalità di colore. Ai canarini melaninici appartengono i canarini neri, i bruni, gli agata, gli isabella, i satinè, gli opale, i rubino e molte altre mutazioni di colore. I canarini a fattore rosso possono essere sia lipocromici che melaninici. Canarini di forma e posizione: possono essere a piumaggio liscio oppure a piumaggio arricciato, possono avere il ciuffo (in tal caso occorre fare accoppiare un canarino con il ciuffo con uno non ciuffato), avere una forma del corpo particolare, ad esempio Fife fancy e Border sono rotondi, mentre, Scotch Fancy e Japan Hoso sono sottili. Le dimensioni dei canarini sono variabili da 11,5 cm per la Razza Spagnola a 21 cm per il Lancashire e l’Arricciato Gigante Italiano. L’allevamento dei canarini ha lo scopo di riprodurre soggetti giovani per conservare il patrimonio genetico acquisito nei secoli di selezione, ma anche quello di ottenere nuove razze con caratteristiche differenti da quelle esistenti. Tra le nuove tipologie abbiamo: il Salentino, l’Arlecchino Portoghese, il Llarguet Spagolo, il Rogetto, il Benacus e il Girardillo. Se si dovesse decidere di acquistare una coppia ci si deve indirizzare verso l’acquisto di canarini di una stessa razza per non ottenere dei canarini meticci. Le gabbie devono essere rettangolari, prive di altalene, giochi e specchi e devono essere funzionali in modo da permetterne il volo, a tal fine occorre disporre i posatoi ad altezze differenti distanziandoli dal tetto e dai lati.È preferibile scegliere posatoi con diametro diverso, in modo da permettere un buon esercizio delle zampe, due terzi del posatoio deve essere coperto dal piede e un terzo deve essere libero. È importante che la gabbia sia sistemata in un posto tranquillo, durante le ore notturne dovrebbe essere coperta con un panno per evitare che entri la luce. Gli accessori presenti all’interno devono essere di facile utilizzo e gli alimenti non devono contaminarsi con le deiezioni.Quando si sceglie il posto della casa dove posizionare la gabbia, è fondamentale tenere presente che questi uccellini sono molto sensibili al fumo dei camini, al fumo di sigaretta, ai deodoranti per ambienti e ai vapori prodotti dalle pentole antiaderenti. Il canarino è granivoro, quindi la dieta è costituita prevalentemente da miscele di semi. Il seme principale è la scagliola, che costituisce la base dell’alimentazione, alla quale si aggiungono altre tipologie di semi (niger, colza, ravizzone, lino, perilla, avena decorticata e canapa) in percentuale minore. La dieta deve essere bilanciata e nutriente durante tutto l’anno, è sufficiente aggiungere un buon pastoncino integrato con uovo sodo, piselli decongelati, carota, broccoli.La dieta può essere completata con l’utilizzo di prodotti specifici contenenti sali minerali, vitamine, aminoacidi essenziali e fermenti lattici. È possibile aggiungere all’interno della gabbia un osso di seppia per permettere la limatura del becco e l’integrazione di calcio. I canarini a fattore rosso devono essere alimentati, esclusivamente durante il periodo della muta, con un pastoncino contenente dei coloranti (cantaxantina e beta carotene), in questo modo i pigmenti colorati saranno inglobati nella struttura delle penne in accrescimento e il canarino continuerà ad avere il suo colore di fondo rosso. Negli ultimi anni sono disponibili in commercio degli alimenti estrusi, che si presentano in forma di piccole sfere oppure in polvere, in questi prodotti c’è tutto ciò di cui il canarino ha bisogno e sono molto pratici per i proprietari, che non devono preoccuparsi di bilanciare i diversi ingredienti. Inoltre, l’estruso ha un’ottima conservabilità. Il passaggio dai semi all’alimento estruso deve essere effettuato in modo graduale perché gli uccelli sono abitudinari e si adattano lentamente ai cambiamenti alimentari. Si consiglia di effettuare un paio di visite veterinarie durante l’anno. Il veterinario controllerà lo stato di nutrizione, la lunghezza del becco e delle unghie, la qualità del piumaggio, l’aspetto e la consistenza delle feci ed effettuerà l’esame coprologico (per valutare la presenza di parassiti) e i test di citologia fecale per studiare le popolazioni batteriche e micotiche. Qualora risultassero delle alterazioni è possibile continuare le indagini diagnostiche inviando al laboratorio dei campioni per effettuare dei test specifici. “DVM, GPCert medicina e chirurgia degli animali esotici, Responsabile settore Animali non Convenzionali Mylav La Vallonea” Dr. Gustavo PicciAutore
La diarrea è uno dei motivi più comuni per portare cani e gatti dal veterinario.I problemi gastroenterici rappresentano uno dei principali motivi per i quali i proprietari di cani e gatti si rivolgono al medico veterinario per un consulto. In particolare, i disturbi cronici dell’apparato digerente costituiscono una patologia frustrante per diversi possessori di pet. Questi disturbi richiedono spesso un iter diagnostico e terapeutico di lunga durata, nel corso del quale la collaborazione e la comunicazione veterinario–proprietario risulta fondamentale per il raggiungimento di una diagnosi corretta e un trattamento soddisfacente.A differenza della diarrea acuta, che spesso è un problema autolimitante e non richiede un lavoro diagnostico approfondito (ma richiedono soprattutto una terapia di supporto che dipende dalla gravità della condizione e da eventuali complicanze sistemiche), la diarrea cronica rappresenta una sfida diagnostica molto maggiore data l’ampia varietà di diagnosi differenziali da prendere in considerazione. Considerato la molteplicità delle cause di enterite cronica è facile comprendere come tali problemi siano a volte difficili da trattare. Le patologie che coinvolgono l’apparato gastroenterico sono caratterizzate da segni clinici aspecifici (vomito, diarrea, perdita di peso, nausea, appetito altalenante), variabili nel tempo e possono essere sovrapponibili a quelli presenti in altre malattie. Nella pratica quotidiana queste malattie possono avere un tipico decorso, caratterizzato da fasi altalenanti, durante le quali si manifestano i sintomi che tendono a regredire per periodi più o meno lunghi. Questo ciclo si ripete costantemente nel corso della vita con tendenza progressiva all’aggravamento.A causa di queste caratteristiche, si tende a volte a sottovalutare la patologia sottostante e questo può portare a conseguenza molto gravi. La visita gastroenterologica è indicata ogni qual volta evidenziamo nei nostri animali segni clinici come variazioni nell’appetito, coprofagia, dimagrimento o incapacità a prendere peso, variazioni dell’appetito (aumentato, ridotto o capriccioso), vomito, rigurgito o anche frequente ingestione di erba, borborigmi, feci malformate se non addirittura diarroiche, associate o meno a presenza di muco e/o sangue.Un paziente può presentare diversi di questi sintomi e allo stesso tempo più patologie possono essere presenti nello stesso individuo.Nel cane e nel gatto, la diarrea cronica può avere molte cause. È molto importante raccontare al veterinario (durante la raccolta dell'anamnesi) il maggior numero di informazioni sulla natura, frequenza, gravità e sul momento della comparsa dei segni clinici.Un’anamnesi dietetica completa è di estrema importanza per il veterinario. L’obiettivo è determinare se la diarrea sia secondaria ad una malattia dell'intestino tenue o del crasso o interessi tutto il tratto intestinale o al contrario sia dovuta a patologie a carico di altri organi. Differenziare le cause primarie di diarrea cronica da quelle secondarie. Il veterinario dovrà effettuare una serie di esami per l’esclusione di patologie infettive e parassitari, disturbi non gastroenterici, insufficienza pancreatica esocrina o anomalie che richiedono la chirurgia.Dopo aver escluso queste cause di diarrea, i gruppi di malattie intestinali associati alla diarrea cronica sono la malattia infiammatoria intestinale, l’enteropatia responsiva alla dieta, l’enteropatia responsiva agli antibiotici e la linfangiectasia. L’approccio a questo gruppo di pazienti è solitamente determinato dalla gravità dei segni clinici (diarrea grave e frequente, dimagrimento eccessivo, riduzione dell’appetito), e dalla presenza di ipoalbuminemia o vitamina B12. Nei pazienti in cui si sospetti una di queste patologie causa di diarrea cronica, il veterinario potrà richiedere delle indagini aggiuntive come esami di laboratorio generali e specifici, esami strumentali come per esempio un esame ecografico ed endoscopico ed un esame bioptico intestinale per definire la causa precisa e poter ottimizzare la terapia. L’approccio terapeutico della diarrea cronica causata da una di queste patologie intestinali, dipenderà dalla gravità della malattia in base ai segni clinici e mirerà a correggere le carenze nutrizionali, a contrastare l’infiammazione e la disbiosi, ovvero lo squilibrio della popolazione batterica intestinale, che consiste in un aumento delle specie batteriche che favoriscono l’infiammazione ed in una diminuizione delle specie batteriche meno inclini a indurre infiammazione.Per concludere possiamo dire che le malattie intestinali croniche del cane e del gatto sono patologie complesse e rappresentano una sfida diagnositica e tarapeutica che potrà essere vinta solo se ci sarà una stretta collaborazione e complicità fra il proprietario di animale ed il veterinario curante. “DVM, PhD, Diploma Master Universitario II livello in Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, consulente nutrizionale (Clinical Nutrition).". Dr. Giuseppe FebbraioAutore
La costipazione è definita come una diminuita o difficoltosa evacuazione delle feci. È un problema che si riscontra più nel gatto che nel cane.Il termine costipazione non è sempre indicativo di perdita della funzionalità del colon. Solo quando la costipazione risulta intrattabile e non rispondente a terapia si può parlare di una severa e permanente costipazione. La maggior parte dei pazienti che presentano costipazione, sono gatti di mezza età, più frequentemente maschi. Gli animali vengono portati a visita solitamente perché non riescono a defecare per diversi giorni o settimane. Le feci prodotte sono spesso molto secche.Gli animali che rimangono costipati per periodi lunghi possono sviluppare diarrea per via dell’effetto irritante che possono avere le secrezioni fecali sulla mucosa intestinale e a volte questo puó rappresentare l’unico segno clinico. Altri segni che accompagnano questi pazienti includono anoressia, vomito e perdita di peso. L’esame emocromocitometrico completo il biochimico e l’analisi delle urine sono solitamente normali ma a volte possono svelare cause metaboliche come disidratazione oppure alterazioni elettrolitiche (e.g. ipopotassiemia, ipercalcemia etc).Negli animali giovani, sopratutto gatti, che presentano episodi frequenti di costipazione e hanno altri sintomi clinici dovrebbe essere eseguita la valutazione della tiroide.Le radiografie addominali dovrebbero essere effettuate per valutare l’entità del problema e cercare eventuali ulteriori cause. Inoltre un esame radiografico può aiutare ad identificare eventuali fattori predisponenti come fratture pelviche, masse extra-luminali, corpi estranei, etc.Altri esami che possono essere importanti in queste situazioni di costipazione sono l’ecografia addominale, l’endoscopia con biopsie ma anche le radiografie con contrasto di bario. Nel caso di pazienti con megacolon (colon molto dilatato) è molto importante reidratare il paziente e rimuovere le feci indurite con clismi.La terapia medica consiste in tre step: Somministrazione di fibra alimentare nei casi di lieve costipazione Uso di lassativi e procinetici nei casi in cui la costipazione sia di moderata entità oppure ricorrente Uso di chirurgia nel caso di costipazione persistente e megacolon Il veterinario identificherà il migliore piano terapeutico adatto ad ogni singolo paziente. “DVM, CertSAM, Diplomata ECVIM-CA, EBVS® - European Veterinary Specialist in Small Animal Internal Medicine - Animali da compagnia (Gastroenterologia, Ematologia, Autoimmunità, Endocrinologia, Medicina Interna).” Dr.ssa Magda Georu Ferriani
La Filariosi cardiopolmonare è una malattia parassitaria diffusa in tutta Italia che colpisce il cane e meno frequentemente il gatto.Il parassita responsabile è Dirofilaria immitis, che allo stadio adulto è un verme di aspetto filiforme lungo fino a 15-25 cm che vive nelle arterie del polmone del cane e del gatto. La malattia si trasmette grazie alla zanzara che pungendo un cane malato assume le larve prodotte dalle femmine adulte, larve che maturate all’interno della zanzara vengono poi trasmesse ad un altro cane o gatto che venga successivamente punto. La trasmissione della malattia può avvenire tutto l’anno, ma tarda primavera, estate e soprattutto inizio autunno sono i periodi maggiormente rischiosi. Nonostante la profilassi effettuata da molti proprietari attenti alla salute del proprio animale, D. immitis mantiene costante la sua presenza nelle vaste sacche di animali (> 50%) che per motivi economici o logistici non sono sottoposti a profilassi. La percentuale dei soggetti infettati nella pianura padana continua a mantenersi tra il 20 e il 40%. È interessante notare che nell’ultimo decennio nuove aree sono diventate endemiche anche nel centro sud Italia (Puglia, Sicilia) e che virtualmente nessuna regione Italiana può considerarsi indenne. La diffusione di D. immitis verso le regioni meridionali di associa alla diffusione di un altro parassita simile ovvero al Dirofilaria repens che viceversa dal sud si è diffusa verso il nord Italia, tanto che le infestazioni miste nel Nord Italia sono diventate molto frequenti se non maggioritarie. Tra le cause di diffusione di entrambi i parassiti va considerata primariamente la contemporanea diffusione di nuovi insetti vettori come Aedes albopictus (la famosa zanzara tigre), che per la sua capacità di adattarsi molto bene ad ambienti fortemente antropizzati e contaminati e per l’abitudine di eseguire il pasto di sangue durante le ore diurne e in sequenza su più soggetti mette a rischio contagio anche tipologie canine (cani di appartamento che vivono in Città) che prima erano a rischio modesto. L’ambiente urbano favorisce inoltre la diffusione della zanzara tigre anche perché proprio nei contesti maggiormente cementificati sono riscontrabili le cosiddette “isole di calore”, microambienti nei quali le temperature anche nelle stagioni fredde superano i 14°C, il valore soglia per lo sviluppo della larva all’interno della zanzara. Figura 1 - Macrofilarie (adulti) di D. immitis Nel cane l’evoluzione della malattia è cronica e porta nell’arco di 3-4 anni inizialmente a disturbi respiratori (tosse) e successivamente, nello stadio terminale, ad insufficienza cardiaca Nel gatto la parassitosi evolve nella maggior part dei casi in forma asintomatica, per poi appalesarsi con crisi respiratorie acute e gravi o morte improvvisa. La diagnosi è molto semplice nel cane per il quale esistono numerosi presidi diagnostici ma più difficile nel gatto in cui l’evoluzione è meno prevedibile. Se diagnosticata precocemente prima che insorgano i sintomi o che insorga lo scompenso cardiaco la malattia nel cane è curabile per via medica o chirurgica, mentre nel gatto è possibile esclusivamente un trattamento contro i sintomi, sperando che il gatto elimini spontaneamente i parassiti. La prevenzione consiste nella somministrazione di farmaci che uccidano le larve eventualmente inoculate e deve essere mantenuta per 12 mesi l’anno. E’ l’arma più potente che abbiamo per prevenire questa malattia potenzialmente letale e curabile con difficoltà nel cane, se diagnosticata tardivamente, e addirittura non curabile nel gatto. “DVM, Specialista in Clinica dei Piccoli Animali, Diplomato EVPC, EBVS® - European Veterinary Specialist in Parasitology”. Dr. Luigi VencoAutore
La Filariosi cardiopolmonare è una malattia parassitaria diffusa in tutta Italia che colpisce il cane e meno frequentemente il gatto.Il parassita responsabile è Dirofilaria immitis, che allo stadio adulto è un verme di aspetto filiforme lungo fino a 15-25 cm che vive nelle arterie del polmone del cane e del gatto. La malattia si trasmette grazie alla zanzara che pungendo un cane malato assume le larve prodotte dalle femmine adulte, larve che maturate all’interno della zanzara vengono poi trasmesse ad un altro cane o gatto che venga successivamente punto. La trasmissione della malattia può avvenire tutto l’anno, ma tarda primavera, estate e soprattutto inizio autunno sono i periodi maggiormente rischiosi. Nonostante la profilassi effettuata da molti proprietari attenti alla salute del proprio animale, D. immitis mantiene costante la sua presenza nelle vaste sacche di animali (> 50%) che per motivi economici o logistici non sono sottoposti a profilassi. La percentuale dei soggetti infettati nella pianura padana continua a mantenersi tra il 20 e il 40%. È interessante notare che nell’ultimo decennio nuove aree sono diventate endemiche anche nel centro sud Italia (Puglia, Sicilia) e che virtualmente nessuna regione Italiana può considerarsi indenne. La diffusione di D. immitis verso le regioni meridionali di associa alla diffusione di un altro parassita simile ovvero al Dirofilaria repens che viceversa dal sud si è diffusa verso il nord Italia, tanto che le infestazioni miste nel Nord Italia sono diventate molto frequenti se non maggioritarie. Tra le cause di diffusione di entrambi i parassiti va considerata primariamente la contemporanea diffusione di nuovi insetti vettori come Aedes albopictus (la famosa zanzara tigre), che per la sua capacità di adattarsi molto bene ad ambienti fortemente antropizzati e contaminati e per l’abitudine di eseguire il pasto di sangue durante le ore diurne e in sequenza su più soggetti mette a rischio contagio anche tipologie canine (cani di appartamento che vivono in Città) che prima erano a rischio modesto. L’ambiente urbano favorisce inoltre la diffusione della zanzara tigre anche perché proprio nei contesti maggiormente cementificati sono riscontrabili le cosiddette “isole di calore”, microambienti nei quali le temperature anche nelle stagioni fredde superano i 14°C, il valore soglia per lo sviluppo della larva all’interno della zanzara. Figura 1 - Macrofilarie (adulti) di D. immitis Nel cane l’evoluzione della malattia è cronica e porta nell’arco di 3-4 anni inizialmente a disturbi respiratori (tosse) e successivamente, nello stadio terminale, ad insufficienza cardiaca Nel gatto la parassitosi evolve nella maggior part dei casi in forma asintomatica, per poi appalesarsi con crisi respiratorie acute e gravi o morte improvvisa. La diagnosi è molto semplice nel cane per il quale esistono numerosi presidi diagnostici ma più difficile nel gatto in cui l’evoluzione è meno prevedibile. Se diagnosticata precocemente prima che insorgano i sintomi o che insorga lo scompenso cardiaco la malattia nel cane è curabile per via medica o chirurgica, mentre nel gatto è possibile esclusivamente un trattamento contro i sintomi, sperando che il gatto elimini spontaneamente i parassiti. La prevenzione consiste nella somministrazione di farmaci che uccidano le larve eventualmente inoculate e deve essere mantenuta per 12 mesi l’anno. E’ l’arma più potente che abbiamo per prevenire questa malattia potenzialmente letale e curabile con difficoltà nel cane, se diagnosticata tardivamente, e addirittura non curabile nel gatto. “DVM, Specialista in Clinica dei Piccoli Animali, Diplomato EVPC, EBVS® - European Veterinary Specialist in Parasitology”. Dr. Luigi VencoAutore
Con il termine "esofagite" si indica l'infiammazione della mucosa (e a volte anche della sottomucosa) dell'esofago. Le cause dell'infiammazione esofagea possono essere varie e nei casi cronici si può arrivare a stenosi esofagea o megaesofago. I segni clinici variano in base al tipo di danno locale, l'estensione e il grado di infiammazione. Se l'infiammazione è minima gli animali possono essere anche completamente asintomatici. Nel caso di infiammazione moderata o grave i segni clinici che si manifestano più frequentemente sono ipersalivazione, anoressia, odinofagia (estensione della testa e del collo durante la deglutizione), disfagia, spesso rigurgito (a volte con la presenza di sangue fresco), perdita di peso e cachessia. Per la diagnosi, di solito una buona anamnesi può già indirizzare verso l’esofagite, invece gli esami del sangue (emocromocitometrico e biochimico) raramente mostrano delle alterazioni. Le radiografie del torace non sono abbastanza sensibili per indicare uno stato infiammatorio. Radiografie con contrasto (esofagogrammi) possono evidenziare ritenzione di bario nell'esofago, lieve dilatazione esofagea oppure alterazioni della mucosa esofagea. La fluoroscopia, un esame dinamico, può mostrare ostruzioni parziali che possono sfuggire ad un esame radiografico. L'endoscopia è la tecnica più sensibile e specifica per diagnosticare problemi nell'esofago. Negli animali con lieve infiammazione l'esame può' evidenziare solo lieve eritema dei tessuti ma negli animali con infiammazione severa si possono vedere eritema, erosioni e a volta anche ulcere. Nel caso di reflusso gastro-esofageo le lesioni sono più evidenti nella parte distale dell'esofago vicino al cardias (sfintere esofageo basso). La terapia per l'esofagite si basa sull'eliminazione dei fattori predisponenti (per esempio ernia iatale, corpo estraneo etc.), medicazioni appropriate e dieta con piccoli e frequenti pasti a basso contenuto di lipidi e alto contenuto proteico per aumentare il tono del cardias e minimizzare il reflusso. In animali che non possono nutrirsi adeguatamente a causa del vomito o di stenosi esofagea è consigliabile applicare un sondino alimentare gastrico (per es: PEG etc.) in modo da riuscire ad alimentarli bypassando l'esofago e riducendo un’ulteriore irritazione esofagea. I sondini esofagei e naso- esofagei non sono consigliabili. Nel caso di stenosi sarà necessaria la dilatazione e il bougienance endoscopico. Raramente la chirurgia e' indicativa in questi casi e deve rappresentare l'ultima soluzione. La durata della terapia e' variabile in base al grado di infiammazione. E' vivamente consigliabile la valutazione endoscopica a distanza di qualche giorno/settimana dall'inizio della terapia per valutare i risultati ottenuti. La prognosi dipende dal grado di esofagite. Di solito nei casi lievi e moderati la prognosi è eccellente con trattamento medico e dieta appropriata, ma nei casi gravi la prognosi è riservata poichè può verificarsi stenosi esofagea che non sempre può essere risolta anche con multiple dilatazioni endoscopiche. La percentuale di successo che e' stato riportato in questi casi varia da 77-88%. Nella maggioranza dei casi il trattamento precoce dell'esofagite è risolutivo dei segni clinici e previene la formazione di stenosi esofagee. Un consiglio: quando ad un animale si somministra una terapia farmacologica orale (soprattutto se si tratta di compresse) è buona abitudine somministrare successivamente dell’acqua in modo da evitare che il farmaco stazioni in esofago e possa dare infiammazione e conseguente esofagite. “DVM, CertSAM, Diplomata ECVIM-CA, EBVS® - European Veterinary Specialist in Small Animal Internal Medicine - Animali da compagnia (Gastroenterologia, Ematologia, Autoimmunità, Endocrinologia, Medicina Interna).” Dr.ssa Magda Georu Ferriani
La coagulazione è un processo biochimico complesso e necessario per l’integrità dell’organismo animale. Si basa su una serie di sostante presenti nel sangue e nelle pareti dei vasi ematici, che possono venir attivate in caso di necessità: allorché un vaso viene danneggiato, il sistema emostatico reagisce cercando di circoscrivere la perdita di sangue che, se incontrollata, porterebbe inevitabilmente a morte o a gravi danni al distretto colpito. L’organismo degli animali superiori mette in pratica una serie di contromisure per arrestare l’emorragia e riparare successivamente i vasi danneggiati. La muscolatura attorno ai vasi si contrae riducendo il flusso ematico nel distretto danneggiato. Le piastrine, con le altre cellule ematiche, cercano di creare un “tappo” alla falla che è venuta a crearsi. Infine le molecole della coagulazione intervengono per consolidare questo groviglio di cellule formando una sostanza solida (fibrina) che stabilizza e rinforza il tutto. Le molecole della coagulazione, prodotte nel fegato, sono presenti nel sangue e nei tessuti in forma inattiva: se fossero attivate costantemente, l’animale morirebbe in poco tempo a causa della formazione disseminata di trombi. Solo in caso di emergenza vengono attivate, scatenando una reazione enzimatica a catena. Siccome questa reazione necessita di tutta una serie di molecole per poter condurre alla formazione della fibrina, una carenza anche di un solo di questi fattori della coagulazione, può condurre ad una difettosa reazione e quindi alla tendenza a sviluppare emorragie esagerate. Gli animali, come l’uomo, possono soffrire di diversi tipi di carenze congenite di uno o più fattori della coagulazione. Nel gatto ad esempio è relativamente comune la carenza del fattore XII, che per fortuna ha scarsi effetti clinici, essendo secondario nella reazione coagulativa. Nel cane sono invece relativamente frequenti le carenze dei fattori VIII (emofilia A), IX (emofilia B) e VII. In questi casi la carenza può manifestarsi con sintomatologia clinica variabile, spesso caratterizzata dall’insorgenza di emorragie spontanee (in particolare ematomi ed ecchimosi). In caso di interventi chirurgici o di traumi, le emorragie possono essere esagerate e addirittura pericolose per la vita del paziente. La diagnosi di queste patologie è basata su complessi esami ematologici che possono dimostrare l’assenza dello specifico fattore in esame. Inoltre, attraverso l’esecuzione di test genetici, è possibile in alcune razze, stabilire se quel particolare paziente è un portatore del difetto genetico responsabile della patologia. “DVM, Diplomato ECVCP, EBVS® - European Specialist in Veterinary Clinical Pathology (Patologia clinica - Ematologia - Citologia generale e midollare)” Dr. Walter Bertazzolo
Nutrizionisti e veterinari da molti anni s’interessano alla fibra alimentare come componente degli alimenti per animali da compagnia o come integratore. La fibra è stata usata tradizionalmente per modificare la qualità delle feci, come ausilio nella gestione del peso e del diabete mellito, ma più di recente la fibra ha mostrato avere effetti sulla flora intestinale ovvero sul microbiota. È stato scientificamente dimostrato come l’apporto di fibra nelle razioni alimentari svolga un ruolo adiuvante la terapia di diverse patologie metaboliche (obesità, diabete mellito, ipercolesterolemia, ipercalcemia ecc.) e un ruolo preventivo e terapeutico nei confronti di alcuni disturbi dell’apparato intestinale (stipsi, tricobezoari, diarrea). La fibra è un componente alimentare difficile da definire, potremmo definirla semplicemente come quel componente alimentare vegetale non attaccabile dagli enzimi digestivi. I vegetali così come i cereali integrali sono una ricca fonte di fibra. Sebbene non esista di per sé la necessità nutritiva delle fibre alimentari, la presenza di una piccola o moderata quota di fibra nella dieta dei nostri animali da compagnia è a volte necessaria per un corretto funzionamento dell’apparato digestivo. Le fibre possono essere classificate in base alla loro solubilità e fermentabilità. Le fibre insolubili, come la cellulosa, aumentano la massa fecale, assorbono le tossine e normalizzano la motilità intestinale. Le fibre solubili, come lo psyllio e la gomma di guar formano un gel in acqua che ritarda lo svuotamento gastrico e rallenta l’assorbimento nel piccolo intestino. Le fibre alimentari sia solubili che insolubili possono essere di beneficio nel trattamento sintomatico di alcuni casi di diarrea del grosso intestino, poiché favoriscono la normalizzazione del tempo di transito intestinale e aumentano il contenuto di acqua nelle feci. Non sono consigliate nelle patologie gastriche (possono ritardare il tempo di svuotamento gastrico) o del piccolo intestino in presenza di mal assorbimento (in quanto possono sfavorire la digestione). Le fibre fermentabili come la polpa di barbabietola, i betaglucani (fibre dei cereali integrali come avena e orzo), la pectina (mela), la gomma di guar, l’inulina (es. cicoria), e i FOS (es polpa di banana acerba) possono avere un effetto positivo sulla barriera intestinale, ovvero la mucosa dell’intestino che è lo strato più interno, e possono stimolare la crescita di batteri intestinali salutari come i Bifidobacter e i Lattobacilli. Questi batteri si sono rivelati benefici perché inibiscono la crescita dei batteri patogeni intestinali. Inoltre, i batteri presenti nel colon degradano queste fibre fermentabili producendo acidi grassi a catena corta che hanno un ruolo importante a livello metabolico favorendo la salute dell’intestino. È probabile che variare le quantità e i tipi di fibra influenzi la popolazione microbica gastrointestinale del cane e del gatto, anche se la ricerca nel campo del microbiota (flora intestinale) è appena all’inizio. Considerato il numero crescente di studi condotti su cani e gatti che dimostrano i numerosi effetti benefici dei diversi tipi di fibre (fermentescibili e non) sull’apparato gastroenterico, è possibile ritenere che presto le fibre verranno classificate come sostanza nutritiva indispensabile in queste specie. “DVM, PhD, Diploma Master Universitario II livello in Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, consulente nutrizionale (Clinical Nutrition).". Dr. Giuseppe FebbraioAutore
La trombocitopenia immuno-mediata è una patologia ematologica molto comune nel cane, meno frequente nel felino, caratterizzata da una forte riduzione del numero di piastrine circolanti nel sangue. Poichè le piastrine hanno una funzione protettiva importante per l’organismo animale, sia emostatica che immunologica, una marcata riduzione della loro disponibilità può condurre a manifestazioni patologiche caratterizzate da emorragie spontanee di piccole dimensioni come ad esempio petecchie (piccole macchie rosse) su cute e mucose, sanguinamenti dal naso o dalle gengive, ematuria ovvero la presenza di sangue nelle urine, ecc..Solo in rari casi queste emorragie possono diventare incoercibili e quindi pericolose per la vita. Il motivo per cui queste cellule del sangue tendono a ridursi è legato ad una aberrante azione del sistema immunitario dell’animale, che inizia a non riconoscere più le piastrine come proprie, le attacca e le distrugge come fossero cellule estranee. Inoltre ne riduce la produzione a livello di midollo osseo. Il motivo per cui ciò può accadere non è sempre noto: nella maggior parte dei casi non si riescono a riconoscere cause scatenanti e la trombocitopenia viene definita auto-immune idiopatica. In altri casi la patologia è scatenata da precedenti trattamenti vaccinali, farmacologici (es. antibiotici), infezioni o concomitanti neoplasie. Quando viene diagnosticata, la patologia deve essere strettamente monitorata e non è detto che richieda un trattamento immuno-soppressore. Molti animali possono vivere con una bassa concentrazione di piastrine senza manifestare alcun sintomo e non avrebbero pertanto alcun bisogno di trattamento. Quest’ultimo si rende necessario allorché compaiono i sintomi, oppure qualora il paziente dovesse essere sottoposto ad un intervento chirurgico, con maggiori rischi di emorragia. Il trattamento non è infatti banale e si basa sull’utilizzo di farmaci immuno-soppressori (quali cortisonici ad alto dosaggio, ciclosporina, micofenolato, clorambucile) che possono generare effetti collaterali importanti. La scelta del trattamento va affidata al proprio veterinario di fiducia, al quale ci si deve affidare per un monitoraggio nel tempo. “DVM, Diplomato ECVCP, EBVS® - European Specialist in Veterinary Clinical Pathology (Patologia clinica - Ematologia - Citologia generale e midollare)” Dr. Walter Bertazzolo
Le pulci sono insetti ematofagi obbligati che parassitano comunemente i nostri cani e gatti. Hanno un corpo compresso latero-lateralmente di colore dal marrone chiaro al nero e misurano 1-6 mm di lunghezza.Il ciclo biologico prevede gli stadi di uovo, larva, pupa, adulto, ma solo le pulci adulte sono parassiti e sono parassiti permanenti in quanto non si allontanano mai volontariamente dall’ospite. Non esiste quindi possibilità che una pulce adulta si trasferisca da un animale all’altro. Lo stadio adulto infatti rappresenta soltanto il 5% dell’intero ciclo biologico, mentre il rimanente 95% è rappresentato dagli stadi immaturi che si ritrovano in ambiente. La femmina di pulce, 1-2 giorni dopo l’accoppiamento (che avviene sull’animale ospite) e dopo il pasto di sangue (indispensabile per la maturazione ovarica), inizia a deporre 40-50 uova al giorno per un totale di circa 2000 uova nell’arco della sua vita. Le uova non aderiscono al mantello dell’animale ospite ma cadono sulle superfici dove l’animale si riposa, frammiste alle feci della pulce stessa ed ai detriti cutanei di cane e gatto. Dopo circa 2 giorni dalle uova fuoriescono le larve che si approfondano nelle fessure del pavimento, nelle superfici della cuccia dell’animale o tra le fibre di tappeti, cuscini o divani.Le larve si nutrono dei detriti cutanei e delle feci eliminate dalle pulci adulte e si trasformano quindi in pupa, circondate da un bozzolo molto resistente dal quale possono uscire, dopo un periodo che varia da 2 settimane fino a 5 mesi, per infestare cani e gatti. Il grafico mostra la percentuale di pulci adulti presenti su cane o gatto rispetto agli altri stadi presenti nell’ambiente. Il rischio di infestazione per un animale privo di pulci sussiste se entra in ambienti infestati, indipendentemente dalla presenza di altri animali parassitati, in quanto la fonte d’infestazione è rappresentata esclusivamente dai giovani parassiti adulti appena fuoriusciti dal bozzolo e non da altri animali con pulicosi. Temperatura e umidità ambientali elevate e costanti sono di fondamentale importanza per lo sviluppo di tutti gli stadi biologici delle pulci. Condizioni ideali per il loro sviluppo sono infatti quelli degli ambienti domestici. Proprio per questo motivo si possono ritrovare sugli animali in tutti i mesi dell’anno. In ambiente esterno le pulci non trovano condizioni ideali per il ciclo biologico, soprattutto nel caso di aree esposte alla luce solare come ad esempio, giardini o prati. Le pulci dei cani e dei gatti possono talvolta pungere l’uomo solo quando l’infestazione ambientale è molto elevata o quando gli animali, per una qualunque ragione, hanno abbandonato il contesto abitativo. Infatti, è difficile che le pulci preferiscano parassitare gli esseri umani in presenza di cani e gatti. Benché la quantità di sangue che le pulci assumono appaia modesta, l'alimentazione continua e ripetuta può essere causa di perdita di sangue e di quadri anemici gravi, particolarmente negli animali giovani e di piccola taglia. I quadri clinici più frequenti, tuttavia, sono dermatologici, causati dall’infestazione in sé o dalla dermatite allergica da pulci (sensibilizzazione causata da un antigene contenuto nella loro saliva) e sono caratterizzati da prurito e mordicchiamento, nel cane, leccamento eccessivo nel gatto. Lieve nel primo caso, molto intenso nel secondo. Il prurito si manifesta principalmente nelle regioni del ventre, del collo e della regione caudale. Nell’uomo, la puntura delle pulci, in particolare di quelle giavani che sono particolarmente aggressive, causa lesioni soprattutto agli arti inferiori in corrispondenza delle caviglie e dei polpacci. Le lesioni consistono in puntini rossi e pruriginosi, raggruppati tipicamente in sequenza lineare, corrispondente alla traccia lasciata dalla pulce durante la sua attività di puntura alla ricerca di un vaso sanguigno. Negli animali la diagnosi si ottiene facilmente tramite l’identificazione visiva diretta degli insetti o delle loro feci che presentano l’aspetto di polvere di carbone. Feci di pulce sul pelo di un gatto a forte ingrandimento.All’apparenza appaiono come polvere di carbone che a contatto con un foglio di carta inumidito formano un alone rossastro essendo costituite da sangue digerito. I prodotti efficaci per la terapia ed il controllo della pulicosi sono numerosi e disponibili in diverse formulazioni, come spot on, spray, collari e orali. Alcuni di essi si distribuiscono solo sulla cute e agiscono per contatto, altri vengono assorbiti ed esercitano azione sistemica durante l’assunzione del sangue da parte della pulce. La maggior parte delle formulazioni disponibili può essere usata sia per il trattamento di infestazioni già presenti sugli animali, sia per prevenire la pulicosi in cani e gatti sani. La loro somministrazione deve essere però costante poiché implica non solo un trattamento efficace sull’animale ma, deve contribuire in pochi mesi, alla bonifica della carica ambientale.E' anche importante eseguire pulizie approfondite degli ambienti domestici in cui circolano gli animali e dei loro luoghi di riposo (cucce, divani ecc.).È utile sia l’impiego costante dell’aspirapolvere, per rimuovere feci, uova e larve, sia il lavaggio di tutte le superfici ambientali, prestando particolare attenzione alle crepe e alle fessure presenti sul pavimento. La semplice, quotidiana, esposizione di cucce, tappeti e tappetini, copridivani, alla luce diretta del sole (in estate) o al freddo (in inverno), per qualche ora, è in grado di ridurre notevolmente la carica parassitaria ambientale. Solo in caso di gravissima contaminazione dell’ambiente domestico è indicato usare insetticidi in formulazione spray o nebulizzatori ambientali. “DVM, Specialista in Clinica dei Piccoli Animali, Diplomato EVPC, EBVS® - European Veterinary Specialist in Parasitology”. Dr. Luigi VencoAutore

