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CARDIOMIOPATIA IPERTROFICA FELINA

CARDIOMIOPATIA IPERTROFICA FELINA

La cardiomiopatia ipertrofica felina (HCM, dall’inglese hypertrophic cardiomyopathy) è la patologia cardiaca più frequente nel gatto, e rappresenta circa il 57% delle patologie cardiache del gatto.   La cardiomiopatia ipertrofica felina è una patologia cardiaca primaria che causa un ispessimento del miocardio ventricolare sinistro (il termine cardiomiopatia indica proprio una malattia del muscolo cardiaco), in assenza di altre cause cardiovascolari o sistemiche.L’ispessimento delle pareti cardiache può infatti essere anche secondario ad ipertensione sistemica o a stenosi aortica, oltre che stimoli ormonali (come in caso di ipertiroidismo), ma in questi casi è una condizione secondaria e non patologia primaria del muscolo cardiaco. Esistono razze maggiormente predisposte allo sviluppo della cardiomiopatia ipertrofica? La base genetica della cardiomiopatia ipertrofica felina è stata dimostrata nelle razze Maine Coon e Ragdoll, mentre nelle altre razze la causa di tale patologia è sconosciuta. Recentemente è stata proposta una mutazione genetica come responsabile di HCM anche nello Sphinx, tuttavia questo dato è ancora in fase di validazione scientifica. Le due mutazioni genetiche identificate finora nel Maine Coon e nel Ragdoll riguardano entrambe il gene MYBPC3 (MYBPC3- A31P nel Maine Coon e MYBPC3- R820W nel Ragdoll), che codifica la sintesi di una proteina regolatrice muscolare, ovvero che influenza la forza e la velocità di contrazione cardiaca. La miocardiopatia ipertrofica felina si riscontra frequentemente in molte altre razze feline (Sphinx, Norvegese delle foreste, British Shorthair, Himalayano, Cornish Rex, Persiano, Bengala), ma non sono ancora stati identificati i geni responsabili della malattia e sono scarse le conoscenze sulla sua modalità di trasmissione. È bene specificare che possono essere affetti da HCM anche gatti comuni europei, anche non incrociati con gatti di razza.  Per definizione la cardiomiopatia ipertrofica felina è una patologia autosomica dominante (quindi basta la presenza della mutazione in una delle due coppie di geni affinché il soggetto ne sia affetto), a penetranza incompleta e variabilità fenotipica, il che implica che l’espressione clinica della malattia è estremamente variabile: molti gatti omozigoti (quindi che presentano la mutazione in entrambi i geni) sviluppano forme moderate o gravi entro i 4 anni di età, mentre i soggetti eterozigoti, ovvero portatori della mutazione solo in una coppia di geni, presentano forme più lievi e sopravvivono più a lungo. I soggetti maschi di razza Maine Coon sembrerebbero sviluppare la malattia precocemente e con una forma più severa rispetto alle femmine. Va tuttavia specificato che anche i soggetti negativi geneticamente, per le due razze di cui conosciamo la mutazione genetica causativa la malattia, possono sviluppare l’HCM per diversi fattori, tra cui verosimilmente il fatto che la mutazione genetica ad oggi riconosciuta è solo una a fronte delle 1400 circa mutazioni responsabili della stessa patologia nell’uomo.  Come faccio a sapere se il mio gatto è affetto da HCM? La miocardiopatia ipertrofica diventa solitamente clinicamente manifesta in un’età compresa tra i 4 e i 7 anni, ma nelle razze Maine Coon e Ragdoll l’età di insorgenza è precoce. La malattia può decorrere in maniera completamente asintomatica, quindi l’animale può non avere nessun sintomo, fino alla comparsa di insufficienza cardiaca congestizia o di tromboembolismo arterioso. Spesso l’unico reperto clinico di tale patologia è rappresentato, all’auscultazione cardiaca, da un soffio, ritmo di galoppo od un’aritmia in gatti asintomatici, ma può essere riscontrata anche in assenza di alterazioni cliniche. I soffi, nei gatti affetti da HCM, possono diventare più evidenti con l’aumento della frequenza cardiaca, conseguente ad esempio allo stress della visita clinica od a manualità che il cardiologo attuerà ad hoc al fine di evocarla. Tuttavia la sola presenza di un soffio non è un test di screening adeguato alla diagnosi di cardiomiopatia ipertrofica. Il polso femorale può presentarsi normale, debole, fino ad assente in corso di tromboembolismo iliaco; in quest’ultimo caso il paziente manifesta dolore improvviso con zoppia o paralisi mono o bilaterale degli arti posteriori, che si presenteranno freddi e con cianosi (presenza di un colore bluastro) dei cuscinetti digitali e del letto ungueale. La dispnea, ovvero la difficoltà respiratoria, nei gatti affetti da cardiomiopatia ipertrofica è spesso associata allo scompenso cardiaco, che si può manifestare come edema polmonare o versamento pleurico.  L’esame radiografico del torace in corso di HCM può risultare normale nelle forme lievi ed iniziali della patologia, mentre in stadi più avanzati si possono riscontrare delle alterazioni della silhouette cardiaca indicative di cardiomegalia (aumentate dimensioni cardiache). Lo studio radiografico può inoltre rivelarsi utile per valutare i vasi polmonari ed il loro stato di congestione, oltre che per verificare/confermare la presenza di edema polmonare o versamento pleurico, espressioni di uno scompenso cardiaco in atto. La radiografia del torace è inoltre essenziale per il monitoraggio della risposta alle terapie in pazienti con insufficienza cardiaca congestizia.  L’elettrocardiografia viene utilizzata come mezzo diagnostico collaterale per la valutazione di eventuali aritmie cardiache primarie o secondarie al danno miocardico, mentre è sicuramente l’ecocardiografia l’esame di elezione per la diagnosi della cardiomiopatia ipertrofica. L’esame viene eseguito dopo tricotomia della regione parasternale e con il paziente in decubito laterale. La valutazione dello spessore del miocardio, quindi del muscolo cardiaco, nelle diverse porzioni della parete ventricolare sinistra e del setto interventricolare, attraverso un’osservazione di tutti i segmenti, analizzati in diverse scansioni, è il punto cruciale per la diagnosi di cardiomiopatia ipertrofica. Talvolta lo spessore del ventricolo sinistro rientra in una classe borderline per cui non è ancora possibile parlare di fenotipo ipertrofico, ma al contempo non è possibile classificare il soggetto come sano. In questi casi solo dei controlli seriali ci permetteranno di dire se il gatto è affetto o meno da HCM.  Un’ importante osservazione dal punto di vista ecocardiografico è l’eventuale presenza di ecocontrasto spontaneo all’interno del lume atriale (c.d. smoke effect), in quanto la sua presenza suggerisce una fase prodromica alla formazione di trombi e l’aumento del rischio di tromboembolismo arterioso come possibile esito della patologia.    Fig. 1 - Gatto Ragdoll: l'esame ecocardiografico evidenzia l'ispessimento delle pareti del ventricolo sinistro. Ho un gatto con HCM, che cosa mi devo aspettare? La prognosi della cardiomiopatia ipertrofica è molto variabile in funzione della fase in cui viene diagnosticata la patologia e dell’entità dell’ipertrofia stessa, oltre che del quadro clinico nel complesso. Il paziente asintomatico ha solitamente una prognosi favorevole, con lunghi tempi di sopravvivenza, mentre questi sono ridotti nel caso di scompenso cardiaco o tromboembolismo. Il più importante fattore predittivo dell’esito della patologia sembra essere infatti la presenza o meno di sintomatologia al momento della diagnosi: in particolare soggetti riferiti per scompenso congestizio o per tromboembolismo sono a più alto rischio di decesso, a causa della stessa complicanza, nell’arco dei due anni successivi. I gatti affetti da HCM ostruttiva hanno una prognosi migliore rispetto a quelli che presentano la forma non ostruttiva, questo poiché nelle forme ostruttive è spesso presente un soffio cardiaco che permette al veterinario di effettuare una diagnosi precoce. Esiste una terapia per la cardiomiopatia ipertrofica? L’obiettivo della terapia nei casi di cardiomiopatia ipertrofica è quello di prevenire lo scompenso cardiaco, i fenomeni tromboembolici e la morte improvvisa. Il trattamento del paziente asintomatico è uno degli argomenti più dibattuti nella comunità scientifica, poiché mentre alcuni studi sostengono il beneficio dei farmaci beta-bloccanti in gatti affetti da HCM subclinica, altri non ne riconoscono nessuna evidenza scientifica nell’utilizzo in gatti con cardiomiopatia ipertrofica felina da lieve a moderata in assenza di segni clinici. Nei casi in cui sia già presente insufficienza cardiaca congestizia la finalità della terapia consiste nel trattare lo scompenso nel paziente acuto ed aumentare i tempi di sopravvivenza del nostro paziente, spesso attraverso l’utilizzo di farmaci diuretici. Nel caso di versamento pleurico e grave difficoltà respiratoria ad esso associata, è possibile ricorrere alla toracocentesi, ovvero alla rimozione del liquido libero presente nella cavità toracica.   Ho un gatto di razza Maine Coon o Ragdoll, come mi devo comportare? Come abbiamo detto, per i gatti appartenenti a queste razze esiste un test genetico per la cardiomiopatia ipertrofica, tuttavia non è sufficiente il solo esito negativo come test di screening.Tutti i soggetti appartenenti a questa razza devono essere annualmente sottoposti ad esame ecocardiografico di screening, a partire dall’anno di età o prima dell’accoppiamento.Individuare la patologia in fase precoce è una delle chiavi del successo per il benessere e la prognosi del nostro gatto.   “Med. Vet., Med Vet, GPCert in Cardiologia - (Cardiologia)”Dr.ssa Marta ClarettiAutore

E’ cresciuto un nodulo sulla cute: mi devo preoccupare?

E’ cresciuto un nodulo sulla cute: mi devo preoccupare?

Cosa sono i noduli cutanei? I noduli cutanei sono escrescenze rilevate che si osservano frequentemente sulla cute di cani e gatti; essi si formano quando un infiltrato cellulare, infiammatorio o neoplastico, si localizza nel derma e/o nel grasso sottocutaneo, fino a formare un rilievo visibile ad occhio nudo.    Ma nodulo è sinonimo di neoplasia? In presenza di un nodulo cutaneo i proprietari sono sempre in apprensione per il timore che ci si trovi di fronte a un tumore maligno, ma non necessariamente un nodulo cutaneo è indicativo di un processo neoplastico e, tra questi, non è detto che si tratti di un tumore con un comportamento biologico maligno. Un classico esempio è l’Istiocitoma cutaneo, una proliferazione benigna di cellule istiocitarie residenti nello spessore dell’epidermide, che si osserva frequentemente nei cani;  l’istiocitoma ha un comportamento biologico benigno dal momento che va incontro a regressione spontanea nell’arco di alcune settimane dalla sua insorgenza.   Come si fa a capire di che natura è un nodulo? La natura di questi noduli non può essere definita mediante il solo esame visivo. Una visita clinica da parte del Medico Veterinario è il primo step per un rapido iter diagnostico, che in alcuni casi può salvare la vita all’animale. Nell’arco degli ultimi anni, la Medicina Veterinaria ha fatto passi da gigante circa la capacità di interpretare, mediante un esame citologico (la valutazione delle cellule campionate dalla lesione mediante ago fine), i preparati cellulari provenienti da noduli cutanei; questo esame, che non viene invece eseguito di routine in Medicina Umana.   E’ rischioso per l’animale l’esame citologico? Il prelievo di cellule mediante ago sottile è un esame rapido, facile da eseguire nonché ripetibile, cioè si può eseguire più volte nel caso i primi prelievi non fornissero indicazioni diagnostiche utili; inoltre, non essendo doloroso, non necessita di anestesia locale.   Inserendo un ago nel nodulo ed eseguendo ripetuti movimenti, sia di rotazione sia antero-posteriori, è pertanto possibile raccogliere un numero di cellule sufficiente per un’adeguata valutazione al microscopio. Le cellule campionate vengono strisciate su un vetrino, colorate e osservate al microscopio.     Figura 1 - Figura 2 - Ma tale tecnica è sempre diagnostica? Con questa metodica è possibile molto spesso definire la natura della lesione oppure ottenere indicazioni rapide circa ulteriori esami da eseguire, come ad esempio l’asportazione del nodulo da sottoporre ad esame istologico, oppure esami ematochimici o di diagnostica per immagine.Va comunque sottolineato che esistono alcune lesioni che, per loro natura e indipendentemente dalle abilità manuali dell’operatore, non forniscono cellule. E’ per esempio il caso di lesioni composte da grandi quantità di collagene maturo (es. amartomi o tumori dei tessuti molli) o di lesioni vascolari (emangiomi/emangiosarcomi); in questi casi, campioni ematici o addirittura privi di cellule, non sono in grado di fornire alcuna indicazione utile al Medico Veterinario e pertanto la diagnosi può essere ottenuta solo con un esame istologico (dopo asportazione della lesione).   In conclusione L’esame citologico è pertanto un esame molto utile, di rapida esecuzione, non pericoloso e a basso costo che può fornire indicazioni fondamentali per definirne l’esatta natura di un nodulo cutaneo e mettere in pratica, in tempi rapidi, tutti gli accertamenti volti alla risoluzione del problema.   “Medico Veterinario - (Dermatologia ed Allergologia - Citologia ed Istologia dermatologica – Micologia - Parassitologia dermatologica e Otologia)”Dr. Francesco AlbaneseAutore

LE PATOLOGIE RETINICHE DEL CANE E DEL GATTO

LE PATOLOGIE RETINICHE DEL CANE E DEL GATTO

La retina è la struttura più interna del globo oculare adibita al meccanismo della visione.E’ costituita da un sottilissimo strato di cellule (fotorecettori e altre cellule “regolatrici”) che interagendo con la luce inviano, tramite le vie ottiche nervose, uno stimolo alla corteccia cerebrale visiva, dove l’immagine viene percepita coscientemente. La retina è una struttura molto delicata, supportata da un network vascolare ben sviluppato nei nostri animali, necessario per garantire un adeguato supporto energetico all’elevata richiesta metabolica dei fotorecettori: per questo motivo anche il più piccolo danno può portare rapidamente a gravi deficit visivi. Le patologie retiniche del cane e del gatto si dividono in congenite ed acquisite. Le prime sono presenti fin dalla nascita o dalle prime settimane di vita e spesso sono ereditarie in certe razze. Fra queste ricordiamo: le displasie retiniche, tipiche dei cani di razza Retrievers e Spaniels, in cui si possono osservare delle piccole “pieghe” più o meno estese sulla retina che di solito non provocano deficit visivi (se non nelle forme gravi e totali) la CEA o Collie Eye Anomaly, sindrome tipica della razza Collie ma anche degli Shetland e Australian Sheperd, in cui, a seconda del grado, si manifestano varie anomalie (ipoplasia della coroide, coloboma del nervo ottico, emorragie e distacchi di retina) più o meno gravi e quindi con impatto diverso sulla vista. Per questa patologia è disponibile un test genetico (gene NHEJ1), che però non sostituisce la visita clinica che dovrebbe essere effettuata nei cuccioli entro le otto settimane di vita; dopo tale età in alcuni soggetti con la crescita potrebbe venire “mascherato” il primo grado della malattia. Fra le patologie retiniche acquisite del cane e del gatto le più frequenti sono le corioretiniti, le degenerazioni retiniche e i distacchi di retina. Le corioretiniti sono patologie infiammatorie che riconoscono varie cause, comuni anche alle uveiti, come forme infettive sistemiche, traumatiche, neoplastiche o legate a disordini immunomediati. Possono essere mono o bilaterali e nella fase acuta si manifestano con deficit visivi e possibili aree di edema per accumulo di materiale infiammatorio sottoretinico, ma abbastanza ben visibili oftalmoscopicamente. Talvolta si può arrivare ad avere emorragie della retina e del vitreo fino al distacco multiplo. La terapia deve essere mirata alla causa sottostante e instaurata prima possibile per evitare danni estesi e permanenti con deficit visivo parziale o totale. Le degenerazioni retiniche o PRA (Atrofia Progressiva della Retina) sono un gruppo di patologie ereditarie che portano lentamente a cecità per morte prematura dei fotorecettori retinici. Sono tipiche di molte razze (come ad es. Barboncini, Labrador, Cockers, Bassotti, Setters, Yorkshire Terriers, gatti Persiani e Abissini) ed insorgono in età giovanile o avanzata a seconda del tipo e della razza. Sono bilaterali e caratterizzate di solito da un iniziale deficit visivo notturno che nel tempo diventa completo; al momento non sono disponibili terapie efficaci in grado di curare la malattia, ma solo integratori che possono rallentarne l’evoluzione, soprattutto se la diagnosi risulta precoce. Una particolare forma di degenerazione è la SARDS (Sudden Acquired Retinal Degeneration Syndome), una sindrome che colpisce solo la specie canina ed è caratterizzata dalla perdita improvvisa e di solito permanente della visione in assenza di segni clinici retinici iniziali (la retina appare oftalmoscopicamente normale). In molti casi la cecità è accompagnata da aumento di peso, dell’appetito, e della sete. Per confermare la diagnosi è necessario effettuare un’elettroretinografia (ERG), che in caso di malattia mostrerà un tracciato completamente ipovoltato/estinto (assenza totale di attività elettrica della retina). Attualmente non si è ancora scoperta una causa certa della SARDS, anche se il dibattito scientifico è molto acceso a riguardo, e non esistono terapie realmente efficaci. I distacchi di retina sono caratterizzati dalla separazione della neuroretina dall’epitelio pigmentato sottostante, con perdita della funzione e degenerazione secondaria dei fotorecettori. L’animale di solito si presenta cieco (se la condizione è bilaterale e completa) con pupilla dilatata e a volte associata ad emovitreo (sangue all’interno dell’occhio); alla visita clinica verrà evidenziato un “sollevamento” della retina. Il distacco può derivare da patologie infiammatorie, infettive, primarie o secondarie, o correlato a ipertensione sistemica (più frequente nel gatto anziano); può anche derivare da rotture della retina legate a traumi e trazioni come nel caso di chirurgie intraoculari, lussazioni della lente e degenerazioni del vitreo (tipica di alcune razze come Piccolo levriero italiano, Shih-tzu e Boston terrier). Infine può essere correlato a forme di displasia congenita o può risultare spontaneo per predisposizione di un soggetto o di una razza. Il distacco retinico talvolta risponde alle terapie mediche, soprattutto se instaurate in tempo e se efficaci verso la causa sottostante, ma in casi selezionati l’unica soluzione può essere chirurgica (retinopessi o chirurgia vitreoretinica), che però non sempre garantisce una buona prognosi per il recupero e il mantenimento della visione. La Neurite ottica rappresenta una grave infiammazione del nervo ottico, mono o bilaterale che esita spesso in cecità permanente. Le cause e le terapie sono simili a quelle già citate per le corioretiniti. La retina può infine soffrire più raramente di altre malattie acquisite legate a disordini metabolici (retinopatia diabetica, sindrome da iperviscosità, lipemia retinalis), nutrizionali (carenza di taurina nel gatto), tossici (enrofloxacina nel gatto e ivermectina nel cane) o neoplastici (es. melanoma).   Nel caso in cui si manifesti o si sospetti una riduzione della capacità visiva del proprio amico animale o nel caso si manifesti un qualunque sintomo oftalmico, è sempre consigliabile farlo visitare al più presto dal vostro veterinario di fiducia.“DVM, Dottore di Ricerca in Oftalmologia Veterinaria Specialista in Clinica e Malattie dei Piccoli Animali (Oftalmologia)”Dr. Domenico MultariAutore

AUMENTO DEL COLESTEROLO E DEI TRIGLICERIDI: QUASI MAI CORRELATI ALLA DIETA NEL CANE E NEL GATTO

AUMENTO DEL COLESTEROLO E DEI TRIGLICERIDI: QUASI MAI CORRELATI ALLA DIETA NEL CANE E NEL GATTO

L’eccesso di lipidi nel sangue si riferisce ad un aumento della concentrazione del colesterolo (ipercolesterolemia) o dei trigliceridi (ipertrigliceridemia) e prende il nome di iperlipidemia. Questi due tipi di grassi vengono trasportati nel sangue legati a delle proteine, formando le cosiddette “lipoproteine”. Le due lipoproteine principali sono le HDL (lipoproteine ad alta densità) e le LDL (lipoproteine a bassa densità). Nell’uomo le LDL possono accumularsi nei vasi sanguigni, in particolare in quelli che irrorano il cuore (arterie coronarie), portando allo sviluppo di placche (aterosclerosi) e predisponendo ad altre complicazioni, spesso fatali (es. infarto del miocardio). Al contrario, le HDL hanno un effetto benefico, poiché riescono a trasportare i grassi dalle arterie verso il fegato, diminuendo il fenomeno di aterosclerosi. Seppure in medicina umana LDL e HDL vengono misurate nella maggior parte dei laboratori di analisi, in medicina veterinaria la concentrazione di lipidi nel sangue viene invece normalmente valutata tramite la concentrazione di colesterolo abbinata a quella dei trigliceridi. La maggior parte dei trigliceridi viene assunta con l’alimento, mentre il colesterolo viene perlopiù sintetizzato e successivamente immagazzinato nel fegato. I lipidi possono essere utilizzati come fonte energetica e per la sintesi di diverse sostanze o strutture (es. acidi biliari, ormoni, membrane cellulari). Per effettuare un’analisi biochimica è necessario prelevare il sangue in una provetta senza anticoagulante e centrifugarlo, in modo da separare la componente cellulare (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine) dalla componente liquida (siero).In pazienti con grave iperlipidemia si può talvolta evidenziare un accumulo di lipidi nel siero, che si presenta con un tipico aspetto “lattiginoso” (Figura 1). L’elevata turbidità del siero dovuta alla presenza di lipidi può, inoltre, causare disturbi nelle metodiche di analisi, dando risultati non attendibili degli altri valori all’esame biochimico. Figura 1 - La foto mostra 2 provette di siero (il substrato dal quale vengono eseguiti la maggior parte degli esami del sangue).Nella provetta di destra il siero si presenta con il caratteristico colorito giallastro ma limpido, nella provetta a sinistra (freccia blu) è invece torbido. In tali casi si parla pertanto di siero lipemico. In alcuni cani e gatti con iperlipidemia cronica può avvenire un accumulo dei lipidi nella camera anteriore dell’occhio. Figura 2 e copertina - lipidosi dell’umor acqueo. In questo gatto si può notare l’occhio destro normale ed il sinistro di colore bianco per l’accumulo di lipidi nell’umore acqueo. Foto gentilmente concessa dal Dr. Domenico Multari (Esperto MYLAV)Una problematica associata all’iperlipidemia nel cane e nel gatto è l’accumulo di grasso nel fegato (lipidosi epatica): questo fenomeno, in casi gravi, può anche compromettere la funzionalità del fegato. Il Medico Veterinario può effettuare un prelievo delle cellule del fegato inserendo un ago attraverso la cute dell’addome. La procedura viene effettuata con l’aiuto di una sonda ecografica e non è normalmente rischiosa o particolarmente dolorosa per l’animale. Le cellule prelevate vengono collocate su un vetrino e colorate per essere poi osservate al microscopio (Figura 3).Figura 3 - Nelle due immagini, catturate da un microscopio con lente a medio ingrandimento (400x), si possono osservare le cellule di un normale fegato di un cane (sinistra) e le cellule del fegato di un cane con grave lipidosi epatica (destra), evidenziabile come grandi vacuoli biancastri (frecce) all’interno delle cellule. Qualora venga rinvenuto un elevato quantitativo di grassi agli esami del sangue del cane o del gatto, risulta innanzitutto importante assicurarsi che il prelievo sia stato effettuato a digiuno. E’ molto importante che l’animale sia stato a digiuno per almeno 7-12 ore prima del prelievo di sangue. Se l’alimento è stato assunto poche ore prima del prelievo può infatti esserci un fisiologico aumento dei lipidi nel sangue che si risolve spontaneamente lontano dai pasti. Nel caso in cui il pasto fosse particolarmente ricco di grassi o molto abbondante è consigliato attendere anche più di 15 ore prima di effettuare un prelievo di sangue. Spesso, in medicina umana, un aumento del colesterolo e dei trigliceridi nel sangue è dovuto ad abitudini alimentari inappropriate, come una dieta ricca di grassi. In medicina veterinaria questa è una delle cause meno comuni evidenziabili a volte in cani e gatti obesi, spesso con stile di vita sedentario, in cui non si riscontrano altri particolari segni clinici o alterazioni ad esami di laboratorio e altri esami collaterali. Molto spesso, invece, l’aumento del colesterolo e/o dei trigliceridi può essere un campanello di allarme per alcune malattie ormonali del cane, ovvero nella sindrome di Cushing ovvero iperadrenocorticismo (aumentata produzione del cortisolo), nel diabete mellito (diminuita produzione o efficacia dell’insulina) oppure nell’ipotiroidismo (diminuita produzione di ormoni della ghiandola tiroide). Anche l’infiammazione del pancreas (pancreatite) può essere una causa o una conseguenza dell’iperlipidemia. Nei cani di razza Schnauzer nano è stato visto come l’iperlipidemia aumenti fino a 5 volte la possibilità di sviluppare una pancreatite, pertanto uno dei motivi per cui è essenziale riconoscere e trattare l’iperlipidemia nel cane è quello di  prevenire l’insorgenza di questa malattia. Una grave malattia renale (nefropatia proteino-disperdente) o un accumulo di materiale nella cistifellea (mucocele) sono altre patologie che possono causare iperlipidemia. Alcuni farmaci antinfiammatori (glucocorticoidi), farmaci per il trattamento dell’epilessia (fenobarbitale) o terapie ormonali (estrogeni) possono indurre il fegato a mobilitare un maggior numero di grassi, causando iperlipidemia.   Le principali patologie che causano iperlipidemia nel cane e nel gatto sono riassunte nella Tabella 1.   Tabella 1: principali cause di iperlipidemia nel cane (C) e nel gatto (G) Causa dell’iperlipidemia Tipo di iperlipidemia Dopo i pasti (C) (G) Aumento dei Trigliceridi (raramente del Colesterolo) Obesità (C) (G) Aumento di Trigliceridi e Colesterolo Diabete Mellito (C) (G) Aumento di Trigliceridi e Colesterolo Ipotiroidismo (C) Aumento di Trigliceridi e Colesterolo Iperadrenocorticismo (C) Aumento di Trigliceridi e Colesterolo Pancreatite (C) (G) Aumento di Trigliceridi e Colesterolo Nefropatia proteino-disperdente (C) (G) Aumento del Colesterolo Mucocele (C) Aumento di Trigliceridi e Colesterolo Terapia con glucocorticoidi (C) (G) Aumento di Trigliceridi e Colesterolo Terapia con fenobarbitale (C) Aumento dei Trigliceridi Terapia con estrogeni (G) Aumento di Trigliceridi e Colesterolo   Alcune specifiche razze di cani (Schnauzers nani, Beagle, cani da Pastore Scozzese, Doberman Pinscher, Rottweiler, cani da Pastore di Brie, cani da Montagna dei Pirenei) e di gatti (Persiani, Siamesi, Himalayani, Domestic Shorthair) possono avere dei rari difetti genetici ereditari per i quali l’iperlipidemia si sviluppa senza una causa scatenante (iperlipidemia primaria). Si tratta solitamente di cani e gatti che dispongono di buona salute, non obesi e in cui non si evidenziano altre particolari alterazioni agli esami di laboratorio. Per risolvere l’iperlipidemia è necessario intervenire sulla causa scatenante, effettuando pertanto trattamenti specifici per la malattia. Quando il Medico Veterinario lo ritiene opportuno, si può modificare la dieta del cane e del gatto, in particolare se si ha a che fare con obesi o affetti da iperlipidemia primaria. La dieta in questo caso prevede l’utilizzo di alimenti a basso contenuto di grassi, ricchi di acidi grassi Omega-3, fibra idrosolubile e Vitamina E. Anche l’utilizzo di specifici farmaci (es. fibrati, statine) può essere necessaria per risolvere l’iperlipidemia. In conclusione, un aumento del colesterolo o dei trigliceridi negli animali a digiuno è spesso causato da una patologia sottostante, pertanto è opportuno sottoporre i soggetti con iperlipidemia ad un attento esame clinico, a degli esami di laboratorio completi (esame emocromocitometrico, esame biochimico ed esame delle urine) e ad eventuali esami collaterali (es. valutazioni ormonali, esame ecografico). Una terapia adeguata alla causa dell’iperlipidemia è sempre necessaria, anche per evitare l’insorgenza di malattie secondarie, come la pancreatite nel cane. In animali obesi o con iperlipidemia primaria risulta necessario creare una dieta adeguata, seguendo le indicazioni del Medico Veterinario nutrizionista.     con la collaborazione del Dr. Francesco Lunetta “DVM, Diplomato ECVIM-CA, EBVS® - European Veterinary Specialist in Small Animal Internal Medicine - Animali da compagnia, Endocrinologia non riproduttiva, medicina interna e terapia (Malattie Metaboliche).”Prof. Federico FracassiAutore

CORPI ESTRANEI ESOFAGEI NEL CANE

CORPI ESTRANEI ESOFAGEI NEL CANE

COME POSSO CAPIRE SE IL MIO CANE HA UN CORPO ESTRANEO ESOFAGEO ? I corpi estranei esofagei rappresentano una problematica relativamente frequente nel cane e rara nel gatto.  Le ossa ed i frammenti di ossa sono i corpi estranei più spesso riscontrati.  Tale patologia, se non prontamente diagnosticata e trattata, può portare a conseguenze gravi e, pertanto, rappresenta una vera e propria emergenza clinica. CHI SONO I SOGGETTI PIU’ PREDISPOSTI ? I cani  Soprattutto di piccola e media taglia Soprattutto giovani Capita molto spesso che ci si accorga personalmente dell’ingestione di un corpo estraneo da parte del proprio cane il quale viene tipicamente colto in flagrante mentre rosicchia qualcosa e quindi decide di deglutire l’oggetto per intero, provocando l’ostruzione.  In questo caso bisogna contattare immediatamente il proprio veterinario di fiducia. Quando tuttavia viene a mancare questa importante informazione, sospettare un’ostruzione esofagea può non essere così semplice ed i sintomi correlati possono essere anche molto subdoli. Ecco i sintomi più comuni di ostruzione esofagea da corpi estranei nel cane: Rigurgito: espulsione di materiale proveniente dall’esofago NON preceduto da nausea o conati Anoressia: alcuni cani riescono ad ingerire l’acqua, ma non il cibo Abbattimento progressivo Intensa salivazione e nausea Vomito (più raramente), quando il corpo estraneo va a posizionarsi a cavallo tra la parte terminale dell’esofago e l’ingresso nello stomaco Nel caso si osservi una simile sintomatologia, per quanto possa essere moderata o subdola, si consiglia di contattare al più presto il proprio veterinario in modo che la patologia possa essere accertata il più rapidamente possibile e non si aggravi con il passare del tempo creando maggiori danni. I fattori che influenzano maggiormente la sintomatologia e anche la gestione terapeutica dei corpi estranei esofagei sono:  Forma Dimensioni Localizzazione Durata dell’ostruzione Figura 1 - Radiografia latero-laterale del torace di un cane che ha ingerito un osso (frecce blu). L’osso si trova a livello esofageo.Cortesia Prof. Alessia Diana (Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie, Università di Bologna) DIAGNOSI E TERAPIA La metodica comunemente utilizzata dal veterinario per il riconoscimento dei corpi estranei esofagei è rappresentata dall’esame radiografico del torace, eseguito in diverse proiezioni. Radiograficamente i campi polmonari assumono una colorazione scura, che funge da contrasto e facilita l’individuazione di oggetti che, a seconda della loro consistenza, assumono una brillantezza (il termine tecnico è “radiopacità”) più o meno intensa. La radiografia può tuttavia lasciare spazio a dubbi di interpretazione, a causa delle numerose strutture fisiologicamente presenti nella cavità toracica, che potrebbero sovrapporsi all’oggetto che si sta ricercando. In questo caso il veterinario potrà ripetere l’esame radiografico dopo aver somministrato un mezzo di contrasto iodato, che ha la funzione di scorrere all’interno dell’esofago e mettere in risalto eventuali corpi estranei occludenti. Figura 2 - Cane Corso maschio di 5 anni. I proprietari gli hanno offerto dell’alimento usando un cucchiaio. Il cane ha deglutito il cucchiaio.Nelle due proiezioni radiografiche ortogonali (latero laterale e ventro dorsale) è possibile osservare il corpo estraneo metallico a localizzazione esofago-gastrica. Cortesia Prof. Alessia Diana (Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie, Università di Bologna)Un’altra metodica che il medico veterinario può utilizzare e che ha non solo un ruolo diagnostico, ma nei casi più fortunati anche terapeutico, è l’esame endoscopico.   L’endoscopio è uno strumento di forma tubulare, flessibile e provvisto di una telecamera nella parte terminale, che consente al veterinario di esplorare dall’interno il lume esofageo, arrivando fin dentro allo stomaco. Questo strumento consente non solo di individuare eventuali corpi estranei esofagei nel cane, ma anche di rimuoverli, ove possibile, mediante delle pinze apposite.  Figura 3 - Pinze che possono essere utilizzate per la rimozione di corpi estranei per via endoscopica.Cortesia Prof. Marco Pietra (Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie, Università di Bologna) Figura 4 - Visualizzazione del corpo estraneo esofageo descritto nella Figura 2 (Cane Corso Maschio di 5 anni). Nell’immagine a destra si può osservare lo strumento per l’asportazione endoscopica del corpo estraneo.Cortesia Prof. Marco Pietra (Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie, Università di Bologna) Qualora l’oggetto ostruente sia gravemente incastrato e non rimovibile per via endoscopica o qualora vada a perforare la parete dell’esofago risulta opportuno procedere con la sua rimozione per via chirurgica.COMPLICANZE A seguito dell’estrazione del corpo estraneo per via endoscopica è sempre molto importante che il veterinario possa ricontrollare lo stato della mucosa esofagea che può aver subito danni di entità variabile e può necessitare di un ulteriore trattamento, di tipo farmacologico o nella peggiore delle ipotesi, di tipo chirurgico.Nei casi più sfortunati, infatti, il corpo estraneo può provocare la perforazione e rottura dell’esofago e l’animale può presentare segni clinici quali febbre, dolorabilità e difficoltà respiratoria.Un’altra possibile complicazione è la formazione di cicatrici più o meno estese nel sito di rimozione del corpo estraneo, che possono comportare un restringimento del lume esofageo e rendere difficoltoso il transito dell’alimento.A seconda della gravità della cosiddetta “stenosi” sarà il medico veterinario a valutare la necessità di re-intervenire per la sua risoluzione.   PROGNOSI In assenza di complicazioni e se si interviene rapidamente la prognosi è generalmente buona: i pazienti presentano un rapido miglioramento clinico e risoluzione della sintomatologia.  In copertina - Radiografia latero-laterale del collo di un cane che ha ingerito un amo da pesca. L’amo si trova a livello esofageo. Cortesia Prof. Alessia Diana (Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie, Università di Bologna)     Con la collaborazione della Dr.ssa Mariachiara Re   “DVM, Diplomato ECVIM-CA, EBVS® - European Veterinary Specialist in Small Animal Internal Medicine - Animali da compagnia, Endocrinologia non riproduttiva, medicina interna e terapia (Malattie Metaboliche).”Prof. Federico FracassiAutore

Differenziare vomito, rigurgito e tosse … un compito non sempre facile

Differenziare vomito, rigurgito e tosse … un compito non sempre facile

Lo scopo di questo articolo è aiutare i proprietari di animali a riconoscere correttamente alcuni sintomi clinici molto frequenti: vomito, rigurgito e tosse. La corretta identificazione di un sintomo rappresenta il punto di partenza imprescindibile per il veterinario ed il racconto del proprietario è fondamentale per questo scopo. Come riconoscere e differenziare il vomito ed il rigurgito Il vomito è uno dei  sintomi che è più facile confondere nonostante sia un segno clinico frequente ed uno dei principali ”errori” in cui si può incorrere è confondere il rigurgito con il vomito, in quanto sono sintomi abbastanza simili ma causati da patologie differenti e di conseguenza le diagnosi e le terapie saranno molto diverse. Il vomito è un riflesso difensivo complesso che richiede la coordinazione di molteplici organi e  gruppi muscolari e può essere innescato da cause differenti. Il vomito è caratterizzato dalla presenza di “conati”, ovvero violente contrazioni dell’addome craniale con il torace che si alza ed abbassa come un mantice ! I conati si possono verificare solo in corso di vomito. Un ulteriore dato che identifica con certezza il vomito è la presenza nel materiale espulso di schiumosità giallastra (Fig 1), di  origine biliare che non si trova mai in presenza di rigurgito o tosse.   Per rigurgito, invece, si intende l’espulsione di materiale proveniente dall’esofago e che non ha raggiunto lo stomaco. Al contrario del vomito nel rigurgito l’espulsione passiva del materiale contenuto nell’esofago non richiede la presenza di conati. Inoltre, spesso, in corso di rigurgito l’espulsione del materiale alimentare  avviene in maniera inaspettata senza nessun evento premonitore o al limite con la percezione di un  minimo disagio, scialorrea e, a volte, poche deglutizioni a vuoto. Caratteristiche che invece possono confondere il proprietario in quanto comuni ai diversi sintomi sono la presenza di materiale denso e biancastro (saliva) simile all’albume d’uovo, la  presenza di sangue e di cibo indigerito. Una caratteristica del rigurgito  spesso  sottovalutata ma molto utile per individuarlo  è la tendenza del paziente a rimangiarsi il materiale espulso. In corso di vomito questo comportamento è infrequente. Anche se raramente, il vomito si può verificare subito dopo l’assunzione di grandi volumi di cibo. Quest’ultimo evento è più frequente nei cuccioli e negli animali giovani e famelici. La forma a cilindro tubulare del materiale espulso  e il riconoscimento dell’alimento somministrato ( fig 2 ) sono due  caratteristiche  tipiche del rigurgito, ma si tratta di  dati non patognomonici (ovvero che non identificano con certezza il sintomo) ed occasionalmente ingannatori. Fig 1 - materiale schiumoso giallastro, compatibile con vomito di saliva frammista a materiale biliareFig. 2 - Materiale alimentare rigurgitato. Come distinguere la tosse La tosse è ovviamente un sintomo più facile da individuare perché nella sua manifestazione più classica  e frequente è identica a quella che si verifica nell’uomo. L’evento che è invece possibile confondere con il vomito ed il rigurgito è definito “riflesso o tosse laringea”. Dal  punto di vista fisiologico quando del materiale estraneo reale o percepito che sia (quindi anche il muco prodotto in eccesso durante le tracheo-broncopatie infiammatorie) arriva in contatto con la laringe (in seguito alla tosse “classica”) si innesca tale riflesso. Si tratta di una tosse incompleta in quanto il paziente cerca di espellere il materiale con una espirazione forzata, sonoricamente  simile al “ raschio di gola “ dell’uomo che si accompagna spesso ad un movimento in avanti del tronco e del collo del paziente  simulando un “finto” conato. Nel cane l’espettorazione di materiale nell’ambiente esterno in seguito alla tosse è raro, in quanto nel  cane tale materiale viene generalmente deglutito, ma non impossibile e quando  si verifica può confondere ulteriormente il proprietario. Spesso in presenza di riflesso laringeo il proprietario riporta la presenza di conati e interpreta l’evento complessivo come crisi di vomito.  Certamente anche il corollario dei sintomi clinici associati al vomito, rigurgito o tosse può e deve aiutare il veterinario ad identificare correttamente il sintomo dal racconto del proprietario. Ad esempio in corso di vomito è frequente che il proprietario rilevi anche altri sintomi gastroenterici come nausea, appetito capriccioso e a volte diarrea.  Inoltre nella storia clinica del paziente potrò essere presente una risposta clinica ai farmaci antiacidi ed agli antiemetici. Al contrario in corso di rigurgito non è raro che il proprietario riscontri un appetito aumentato,  a volte ossessivo. Questo si verifica sopratutto in corso di patologie ostruttive dell’esofago come ad esempio le stenosi  ed i corpi estranei esofagei. Entrambe queste patologie sono ingravescenti ed è quindi importante individuarle il prima possibile.Quindi quando un proprietario dovesse vedere “vomito”  ad insorgenza acuta, associato ad un aumento di appetito e anche alla tendenza a rimangiare il materiale espulso allora è necessario ipotizzare che si tratti di rigurgito e  condividere rapidamente  tali informazioni con il veterinario. “DVM, Citologia apparato gastroenterico e respiratorio, Endoscopia, Malattie Respiratorie, Gastroenterologia".Dr. Enrico BotteroAutore

L'Ipotiroidismo nel cane

L'Ipotiroidismo nel cane

L’ipotiroidismo è una patologia dovuta ad una mancata produzione di ormoni tiroidei da parte della tiroide, ghiandola che si trova nella regione del collo. La carenza di ormoni tiroidei si ripercuote su moltissime funzioni dell’organismo causando vari segni clinici. Si tratta di uno dei disturbi ormonali più comuni nel cane e la prevalenza è stimata tra lo 0,2 e lo 0,8%. CLASSIFICAZIONE: Circa il 95% dei casi ipotiroidismo canino è rappresentato dall’ipotiroidismo primario, causato da una ridotta produzione di ormoni tiroidei da parte della ghiandola tiroide. Istologicamente, tale condizione patologica può manifestarsi in due diverse tipologie: una tiroidite linfocitica e un’atrofia idiopatica. Nella tiroidite linfocitica si riscontra un elevato numero di cellule del sistema immunitario all’interno del tessuto tiroideo ed è una patologia su base immuno mediata. Nell’atrofia idiopatica non si riscontrano invece cellule del sistema immunitario. In alcuni casi l’atrofia idiopatica sembra essere la conseguenza di una tiroidite linfocitica grave. Meno comunemente (

Enteropatia cronica nel gatto

Enteropatia cronica nel gatto

Cos’è l’enteropatia cronica del gatto? Il termine enteropatia cronica viene utilizzato per descrivere un gruppo di patologie di natura infiammatoria  che colpiscono il tratto gastrointestinale del gatto causando sintomi ricorrenti (solitamente di durata superiore ai 21 giorni) di tipologia e gravità variabile. Le enteropatie croniche del gatto vengono ulteriormente classificate in base alla natura della infiammazione intestinale e della risposta a trial terapeutici diversi in:  Enteropatia cronica dieto-responsiva Enteropatia cronica responsiva a farmaci immunosoppressivi (anche nota come IBD dall’Inglese inflammatory bowel disease) e Linfoma intestinale a piccole cellule o di basso grado (un tumore di basso grado molto prevalente nel gatto)   Quanto comune è l’enteropatia cronica del gatto?  Non esistono dati epidemiologici affidabili sulla prevalenza della enteropatia cronica del gatto. Nonostante questo si è assistito a un graduale aumento di casi nell’ultimo decennio per cui la sindrome viene considerata la causa più comune di sintomi gastrointestinali ricorrenti nel gatto adulto.    Cosa causa la enteropatia cronica del gatto? La causa esatta della enteropatia cronica del gatto non è nota, tuttavia si sospetta che la patogenesi sia multifattoriale. Ovvero la patologia si instaura per la compresenza e interazione di diversi fattori causali che contribuiscono in maniera più o meno significativa nelle diverse forme di enteropatia cronica.  I fattori causali potenzialmente responsabili della enteropatia cronica del gatto includono: Predisposizione genetica Alterazione della flora intestinale (disbiosi) Alterazione del sistema immunitario intestinale (sia la branca acquisita che quella innata)  Fattori cosiddetti ambientali tra i quali si annoverano la dieta (sia la quantità che la qualità dei macronutrienti come proteine, grassi, carboidrati e fibra) e farmaci (come antibiotici, anti-infiammatori e gastroprotettori)    Esiste una predisposizione di razza, sesso o età nella enteropatia cronica del gatto? Non esiste predisposizione nota di razza, sesso o età nella enteropatia cronica felina. Detto questo, la forma dieto-responsiva della patologia tende a interessare gatti giovani e adulti mentre l’IBD e il linfoma a piccole cellule colpiscono più frequentemente gatti di mezza età o geriatrici.   Quali sono i segni clinici tipici della enteropatia cronica del gatto? Il quadro sintomatico di un gatto con enteropatia cronica dipenderà dalla gravità e dallo durata della patologia. I segni clinici più comunemente riportati (in ordine decrescente di frequenza) sono: Perdita di peso corporeo  Vomito (di bile o cibo) Diminuzione o perdita completa di appetito (disoressia o anoressia) Diarrea I segni clinici sopracitati non sono specifici della enteropatia cronica felina ma sono comuni ad altri disturbi del tratto digerente del gatto così come patologie del fegato o del pancreas. Pertanto una tale sintomatologia od anche solo il dimagrimento o la scarsa condizione corporea e muscolare devono far preoccupare e spingere a consultare il più presto possibile in proprio veterinario di fiducia, il quale potrebbe dover intraprendere un iter diagnostico volto a identificare la causa dei sintomi e valutare la presenza di patologie concomitanti.     Quali sono le indagini da effettuare in un gatto con sospetta enteropatia cronica? Nel caso il gatto presenti sintomi gastrointestinali cronici è necessario un iter diagnostico iniziale volto a escludere altre patologie intestinali possibilmente responsabili dei sintomi (confermando ulteriormente il sospetto di enteropatia cronica), valutare la presenza di patologie concomitanti e identificare la presenza di complicazioni secondarie alla enteropatia cronica. L’iter diagnostico include esami di laboratorio di base (su sangue, urine e feci), esami specifici di funzionalità del pancreas e del piccolo intestino (come il dosaggio delle lipasi pancreatiche sieriche, del TLI sierico e dell’acido folico e della cobalamina sierici) e diagnostica per immagini addominale come l’esame ecografico addominale. Si ricorda che queste indagini non permetteranno di eseguire di una diagnosi definitiva di enteropatia cronica ma di aumentare il sospetto diagnostico della patologia, identificare la presenza di complicazioni della patologia (come ad esempio carenze vitaminiche, anemia cronica, malnutrizione) e valutare la presenza di patologie concomitanti (come malattie infiammatorie di fegato e pancreas, insufficienza renale o ipertiroidismo) in parte responsabili dei sintomi presentati dal gatto. Queste indagini inoltre permetteranno di capire la gravità del quadro clinico e determinare la necessità di iniziare terapie sintomatiche prima di procedere con la diagnosi definitiva. Quali sono le alterazioni ecografiche riscontrabili in corso di enteropatia cronica del gatto? L’esame ecografico addominale è fondamentale nell’approccio diagnostico al gatto con sospetta enteropatia cronica. Questo esame permette valutare lo spessore totale e dei diversi strati della parete intestinale (dall’interno verso l’esterno: mucosa, sottomucosa, muscolare e sierosa) sia dell’intestino tenue che del grosso intestino (Fig.1). Inoltre permette di valutare le dimensioni e architettura degli organi annessi al tratto digerente (fegato, vie biliari e pancreas) così come di valutare forma, dimensioni e architettura dei linfonodi mesenterici (organi linfatici che drenano l’intestino e gli organi addominali). In corso di enteropatia cronica i rilievi dell’esame ecografico dipenderanno dalla gravità e durata della enteropatia e dalla presenza di malattie concomitanti. I rilievi più comuni includono l’ispessimento diffuso (più o meno significativo) della parete intestinale con maggior interessamento dello strato mucosale e muscolare), con o senza perdita della normale stratificazione (Fig. 2), e l’aumento di volume dei linfonodi tributari. E’ importante sottolineare che l’esame ecografico non permette di distinguere tra i vari tipi eziologici di enteropatia del gatto (dieto-responsivo, IBD, linfoma a piccole cellule) in quanto spesso i rilievi ecografici sono sovrapponibili. Inoltre, l’assenza di alterazioni ecografiche non esclude la presenza di enteropatia cronica. Pertanto, l’esame ecografico non va considerato un test diagnostico definitivo ma piuttosto un supporto al sospetto clinico della patologia. Fig. 1 - Immagine ecografica di un ansa intestinale di un gatto sano. Si riconoscono i 4 strati della parete intestinale a partire dall’interfaccia tra l’interno dell’intestino e lo strato della mucosa (linea blu), strato della mucosa (linea gialla), strato della sottomucosa (linea rossa), strato muscolare (linea verde) e strato della sierosa (linea arancione).Fig. 2 - Immagine ecografica di una ansa del piccolo intestino in un gatto affetto enteropatia cronica (precisamente da IBD). Si nota l'aumento lieve dello spessore dello strato muscolare (+1) e dello strato mucosale (+). E’ ancora possibile distinguere uno dall’altro i quattro strati della parete intestinale.E’ possibile avere una diagnosi definitiva di enteropatia cronica del gatto? Il Medico Veterinario potrà voler effettuare una biopsia intestinale poichè il gold standard diagnostico per la diagnosi di enteropatia cronica del gatto e per l’identificazione del tipo causale è l’esame istopatologico su tessuto intestinale. Questo permetterà di valutare la presenza di alterazioni strutturali dei vari strati della parete intestinale in grado di causare i sintomi oltre che la natura, gravità e estensione dell’infiltrato infiammatorio che permetterà di distinguere le forme infiammatorie (enteropatia dieto-responsiva e IBD) da quelle tumorali (linfoma a piccole cellule) di enteropatia cronica.  In casi equivoci, dove la distinzione tra forma infiammatoria o tumorale della patologia non è chiara, sarà inoltre possibile effettuare sul tessuto bioptico prelevato delle indagini aggiuntive come l’immunoistochimica o la PARR (un test di biologia molecolare).   Come vengono raccolte le biopsie intestinali necessarie per la diagnosi istopatologica di enteropatia cronica del gatto?  Vi sono due metodi principali di raccolta delle biopsie intestinali Endoscopia-guidato: consiste nell’utilizzo di uno strumento tubulare flessibile contente una video camera e un canale di lavoro interno che permette di visualizzare l’interno del tratto digerente (tipicamente stomaco, duodeno, ileo e colon) e campionare attraverso una pinza flessibile le aree della mucosa intestinale alterate. I vantaggi di questa metodica consistono nella limitata invasività, nella possibilità di effettuare multiple biopsie con l’ausilio visivo dell’operatore e nella velocità di recupero dalla procedura. I limiti consistono nella ridotta dimensione e superficialità delle biopsie (gli strati) e nella difficoltà di esaminare e campionare tratti del tubo digerente non o difficilmente raggiungibili come il digiuno e l’ileo (spesso interessati dal linfoma a piccole cellule).   Chirurgiche (anche dette a tutto spessore): per ottenere le biopsie, il gatto viene sottoposto a una chirurgia esplorativa dell’addome (laparotomia o celiotomia) per poi identificare anse intestinali di interesse ed effettuare delle biopsie cosiddette a tutto spessore che coinvolgono cioè tutti gli strati della parete intestinale. Questo metodo è ovviamente più invasivo e comporta dei rischi post-procedurali anche se rari come la deiscenza della sutura intestinale e l’insorgenza di peritonite settica o infezione della sutura addominale. I vantaggi di questa tecnica riguardano la qualità del tessuto bioptico raccolto (che permette di valutare anche strati più profondi della parete intestinale (non accessibili endoscopicamente) e la possibilità di campionare tratti del piccolo intestino, come il digiuno o l’ileo, non sempre raggiungibili endoscopicamente. Un altro vantaggio di questa metodica è quello di permettere il campionamento in sede di esplorazione chirurgica anche di organi limitrofi come fegato e pancreas (che possono essere coinvolti dal processo patologico intestinale) o dei linfonodi addominali tributari (che permette di valutare l’estensione e la natura della enteropatia cronica).  Il Medico Veterinario sceglierà il metodo di campionamento intestinale più consono al caso specifico.   Qual è la prognosi dell’enteropatia cronica del gatto? La prognosi dell’enteropatia cronica nel gatto dipenderà dalla tipologia di enteropatia (infiammatoria oppure tumorale), dalla durata e gravità della malattia e delle alterazioni istologiche intestinali e della presenza o meno di complicazioni o malattie concomitanti in grado di influenzare negativamente la qualità di vita del gatto. Generalmente la prognosi con l’enteropatia cronica felina nel lungo termine è buona ma migliore nel caso della enteropatia dieto-responsiva e della IBD rispetto al linfoma alimentare a piccole cellule. Un importante fattore prognostico è rappresentato dall’ottenimento o meno della remissione clinica una volta instaurata la terapia medica.“Med. Vet., Diplomato ACVIM, Diplomato ECVIM-CA, MRCVS, EBVS® - Specialist in Small Animal Internal Medicine”Dr. Fabio ProcoliAutore

Colecistite acuta nel cane e nel gatto

Colecistite acuta nel cane e nel gatto

Cos’è la colecistite acuta? La colecistite è una patologia infiammatoria a carico della colecisti (cistifellea), un piccolo organo muscolare saccato annesso al fegato e deputato alla raccolta della bile che viene poi rilasciata nel piccolo intestino per facilitare la digestione soprattutto dei grassi assunti con l’alimento. Le cause di colecistite nel cane e nel gatto sono molteplici e in base alla durata della malattia la colecistite viene classificata in acuta (rapida insorgenza) o cronica (insorgenza superiore ai  21 giorni).Quali sono le cause di colecistite acuta? La causa più comune di colecistite nel cane e nel gatto è rappresentata da una infezione batterica. Questa può avvenire per invasione delle vie biliari da parte di batteri residenti nel tratto digerente (enterobatteri) o in alternativa può essere causata dalla traslocazione di batteri attraverso il sangue (via ematogena) a partire da un focolaio settico situato in un altro distretto corporeo. Esistono dei fattori predisponenti l’insorgenza di colecistite acuta nel cane e nel gatto? Diversi sono i fattori che possono predisporre all’insorgenza di colecistite sia intrinseci che estrinseci alla cistifellea. Questi includono tumori delle vie biliari, stasi biliare (rallentamento al flusso di bile), formazioni di calcoli in cistifellea (colecistolitiasi) e mucocele biliare (eccessiva formazione e sedimentazione di muco all’interno della cistifellea). Tali condizioni possono creare uno stimolo infiammatorio persistente e indurre la formazione di un ambiente favorevole alla crescita e sopravvivenza batterica. Quali sono i segni clinici di un cane o un gatto affetto da colecistite acuta? Nella fase iniziale, la colecistite può avere un andamento subdolo per cui i nostri animali non manifestano particolari sintomi clinici. Nella fase conclamata della malattia i sintomi più frequentemente riportati nel cane e nel gatto sono: abbattimento/letargia disoressia/anoressia (diminuzione/perdita totale dell’appetito) vomito dolore addominale  febbre ittero (colorazione giallastra della cute, delle sclere e delle mucose orali)   Come si fa diagnosi di colecistite? Il sospetto di colecistite viene solitamente posto in presenza di sintomi clinici (come quelli precedentemente descritti) ed anche in presenza di alterazioni degli esami ematologici che possono riflettere un disturbo epatobiliare come ad esempio l’aumento degli enzimi epatici (ALT, ALP e GGT) con o senza l’aumento della bilirubina sierica (il pigmento che può dare la colorazione giallastra di cute e mucose ovvero l’ittero). Anche l’esame emocromocitometrico può fornire ulteriori indicazioni di infiammazione acuta o di infezione.  Una volta riscontrato il sospetto di una patologia epatobiliare, il metodo diagnostico più utile per supportare ulteriormente la diagnosi di colecistite è l’ecografia addominale. Questa permette di valutare le dimensioni della cistifellea oltre che lo spessore della parete e il suo contenuto. I reperti più comuni in corso di colecistite sono l’ispessimento e l’irregolarità della parete della cistifellea, la presenza di sedimento biliare in sospensione o adeso alla parete, la presenza di calcoli (Fig.1), la reattività dei tessuti e del grasso circostanti oltre che l’aumento di volume dei linfonodi tributari.  Talvolta, seppur raramente, per una valutazione più accurata delle vie biliari può essere indicata una diagnostica per immagini di secondo livello come la TAC con mezzo di contrasto.  Una volta riscontrata l’alterazione della cistifellea, è possibile confermare la presenza di una causa batterica della colecistite attraverso il prelievo e l’esame citologico e colturale della bile. Studi recenti sia nel cane che nel gatto dimostrano che nel 60% circa dei casi si riscontra la presenza di batteri nella bile. Le specie più comunemente isolate sono tutte di origine intestinale come Escherichia coil, Enteroccoccus Clostridium e  Streptococcus. Fig. 1 - Immagine ecografica in un cane con colecistite batterica. Si noti la parete della cistifellea ispessita (*) e la presenza di materiale disomogeneo (**) in sospensione oltre che di un calcolo (***) all’interno della colecistiQuali sono le complicazioni della colecistite acuta? Una delle complicazioni più serie, seppure rara, della colecistite è la rottura della cistifellea con l’insorgenza di una peritonite biliare. La rottura può avvenire in caso di sovradistensione della cistifellea secondaria a ostruzione delle vie biliari extra-epatiche o per la necrosi (degenerazione) della parete della cistifellea (colecistite necrotizzante).  La diagnosi di peritonite biliare viene effettuata valutando i sintomi clinici (dolore addominale) e riscontrando ecograficamente segni di perforazione della parete (Fig. 2) quali liquido attorno alla cistifellea, reattività del grasso circostante e presenza di versamento libero in addome. Se campionato il liquido avrebbe il colore giallo-brunastro tipico della bile. La peritonite biliare rappresenta un’emergenza chirurgica per cui sarà necessaria l’asportazione della cistifellea (colecistectomia d’urgenza).  Fig. 2 - Colecisti gravemente sovradistesa in un cane con colecistite batterica. Si noti l’ispessimento della parete con aspetto disomogeneo con sospetta perforazione della parete (*). Cos’è la colecistite enfisematosa? La colecistite enfisematosa rappresenta un’altra complicazione della colecistite batterica causata dalla produzione di gas da parte dei batteri. Il gas può accumularsi nello spessore della parete, all’interno dell’organo o nei tessuti circostanti. I segni clinici e gli esami di laboratorio sono sovrapponibili alla colecistite acuta, mentre ecograficamente si riscontra la presenza di un’opacità gassosa all’interno o nella parete della cistifellea. Qual è la prognosi della colecistite acuta nel cane e nel gatto? La prognosi della colecistite acuta dipenderà dalla gravità della patologia e dall’insorgenza delle complicazioni sopracitate. Se tempestivamente identificata e trattata la colecistite può andare in remissione completa. Talvolta saranno necessari monitoraggi seriali nel tempo per verificare che non si sviluppi una colecistite cronica o che non si verifichino complicazioni non presenti al momento della diagnosi.  “Med. Vet., Diplomato ACVIM, Diplomato ECVIM-CA, MRCVS, EBVS® - Specialist in Small Animal Internal Medicine”Dr. Fabio ProcoliAutore

Il Capodanno per il cane e la fonofobia

Il Capodanno per il cane e la fonofobia

Luci, colori, festeggiamenti e fuochi artificiali. Questo e molto altro è il nostro modo di festeggiare il nuovo anno che arriva. Questo, però, se per noi è festa può diventare una vera tortura per un cane così come per molti gatti ed altri animali. In molte città accade spesso che il bilancio del primo giorno dell’anno sia tragico per quei cani che vivono all’esterno, nei giardini o in campagna perché moltissimi di loro vivono con terrore la notte di capodanno e i fuochi artificiali che illuminano il cielo ma, soprattutto, producono rumori violentissimi. La fonofobia è un problema diffusissimo nei cani ed è facile immaginare il perché se si considera che il cane ha una grande sensibilità acustica e visiva. La notte di capodanno, trovandosi da solo nel pieno di una super-stimolazione sensoriale, fatta di luci abbaglianti e rumori fortissimi, un cane può avere moltissima paura, fino ad arrivare ad un vero e proprio attacco di panico. I soggetti che soffrono di questo problema, quindi, possono manifestarlo a diversi livelli di gravità. Ci sono cani che hanno semplicemente paura durante i fuochi artificiali e la manifestano cercando il contatto fisico, sobbalzano quando sentono i botti, seguono in casa oppure cercano un rifugio negli angoli più appartati dell’abitazione. Altri cani, invece, tremano, cercano una via di fuga o si muovono incessantemente ansimando, possono addirittura ferirsi graffiando contro le porte o un muro, possono avere scialorrea o attacchi di dissenteria. Infine, ci sono quei soggetti che perdono letteralmente il controllo di sé, in preda ad un vero attacco di panico, quelli che più rischiano la vita, inconsapevoli di ciò che fanno e che rischiano di finire investiti se riescono a scappare o di lanciarsi da una finestra se malauguratamente la trovano aperta. È importantissimo, quindi, prestare attenzione al cane quando si nota che soffre di questa paura, magari palesata durante un temporale o ai primi piccoli botti nei giorni che precedono le feste.   Cosa fare per aiutarli? Agire preventivamente può essere letteralmente vitale per l’animale. Per quei cani che solitamente vivono in giardino, sarà necessario trovare una collocazione sicura. Le cronache raccontano di numerosi animali morti investiti nella notte di capodanno, perché stavano vagando disorientati nel traffico e nel frastuono dei festeggiamenti. Questi cani dovrebbero essere abituati già qualche giorno prima ad entrare in casa, così da poterli mettere al sicuro nelle sere centrali delle festività, quando tra le prove e i festeggiamenti si sentiranno gli spari. In questo modo potranno essere collocati in un ambiente sicuro, in casa, scegliendo una stanza quanto più possibile isolata e si eviterà che rischino la vita presi dalla fortissima paura. Per attenuare la paura anche degli animali che vivono all’interno delle nostre abitazioni è possibile fare qualcosa. L’isolamento acustico e visivo è determinante per attenuare il terrore che possono provare questi cani, perciò dovremmo scegliere di adibire per loro una stanza senza finestre, o dove si possano chiudere bene vetri e tapparelle, cercando di creare un ambiente confortevole per loro. Possiamo mettere della musica di sottofondo per attenuare i rumori esterni, questo aiuterà l’animale a ridurre l’iper-vigilanza rispetto a quanto accade all’esterno, predisponendolo meglio ad accogliere il nostro aiuto. Un altro aiuto importante sarà il nostro atteggiamento rispetto al cane e a quanto accade fuori casa. Innanzitutto il cane dovrà sentirsi accolto, fisicamente in casa ma anche rispetto a ciò che prova. Mostrarsi indifferenti o, peggio, sgridarlo non farà che peggiorare le cose.  Un cane spaventato, infatti, esattamente come noi, ha bisogno di sentire che può fare conto sulle persone che rappresentano per lui un punto di riferimento. Nel momento della paura avere qualcuno accanto che può aiutarlo è fondamentale. La paura è un’emozione vitale nelle situazioni che mettono in pericolo la vita e un cane che ha paura dei fuochi artificiali si sente in pericolo di vita quando si trova nel mezzo al “bombardamento” della notte di capodanno.  Il conforto, l’accoglienza, le attenzioni per attenuare luci e rumori sono il primo passo. Quando cominciano i festeggiamenti, poi, sarà importante l’aiuto attivo. Sarà molto utile porsi con un atteggiamento sereno, tranquillo, allegro, perché questo potrà ispirare tranquillità nel cane, se si fida sufficientemente di noi. Può essere utile proporre un gioco che lo diverte, oppure semplicemente sederci accanto al cane accarezzandolo o semplicemente festeggiare cercando di coinvolgerlo in un clima festoso e distrarlo da ciò che accade fuori dalla casa.   Prima e dopo i festeggiamenti. Per evitare di aggravare la paura con ulteriori traumi o, ancora peggio possibili incidenti, sarà necessario scegliere con cura l’orario e le modalità di uscita in passeggiata. È bene evitare le uscite durante le ore clou della sera di festa, scegliendo piuttosto orari tranquilli dove sono minori le possibilità di sentire botti improvvisi. Un'altra importante attenzione è di evitare le uscite in libertà anche per un rapido bisogno, che sia in giardino o al parco. Un botto improvviso potrebbe provocare una forte paura, la fuga, l’aggravamento dello stato di allerta e complicare le ore successive. Prima di uscire di casa è bene accertarsi che il collare o la pettorina siano ben stretti, il guinzaglio andrà tenuto ben saldo tra le mani e nel caso dovessero sentirsi botti all’improvviso potrebbe essere necessario contenere il cane in braccio, se possibile, o direttamente da collare o pettorina ed allontanarsi dal rumore.   Prevenire per curare. Per i cani che presentano sintomi seri a causa dei rumori da sparo, come tremori, tachipnea, tachicardia, dissenteria o che abbiano già messo in atto tentativi di fuga in passato, sarebbe opportuno provvedere per tempo ad una visita veterinaria comportamentale. Esistono in commercio molti prodotti naturali che possono dare conforto all’animale che soffre di fonofobia, molti accorgimenti che saranno da individuare sulla base del soggetto, del tipo di abitazione, delle risorse famigliari. Agire per tempo vorrà dire poter vivere le festività con maggior serenità del cane e di tutta la famiglia, riducendo la paura anche degli eventi futuri. “Med. Vet., PhD, Esperto in comportamento animale riconosciuto FNOVI, Presidente SISCA (Società Italiana Scienze Comportamentali Applicate) - (Medicina comportamentale)”Dr.ssa Maria Chiara CatalaniAutore

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