Image

News

L’importanza dello screening per la Leishmania

L’importanza dello screening per la Leishmania

La Leishmaniosi è una delle malattie più temute dai proprietari di cani e a ragione: è una patologia cronica che può diventare molto grave ed è purtroppo estremamente diffusa in Italia, specialmente nelle zone più calde e costiere, sebbene ormai sia presente anche nelle aree ritenute indenni in passato (es. Pianura Padana). La Leishmaniosi è causata da un parassita (Leishmania infantum) che viene trasmesso al cane dai flebotomi (o pappataci).Questi ultimi sono piccoli insetti simili a zanzare, ma più piccoli e subdoli, in quanto molto silenziosi e attivi principalmente dal tramonto all'alba, tra la primavera e l'autunno.Sono insetti ematofagi (si nutrono di sangue) che prediligono le ore crepuscolari e notturne per cibarsi, sono esofili ed esofagici (cioè di solito non entrano e non pungono all’interno delle abitazioni). I flebotomi durante la stagione invernale non sopravvivono allo stadio adulto ma solo allo stadio di uova o talora larve. Il cane ed altri mammiferi rappresentano quindi il serbatoio di infezione di Leishmania per i nuovi flebotomi che escono dalle uova nella stagione primaverile, consentendo quindi alla Leishmania di mantenersi endemica in zone con un habitat favorevole alla vita dell’insetto vettore. La migliore arma di difesa: la prevenzione Il pericolo maggiore della Leishmaniosi risiede nella natura subdola della malattia: un cane può essere infetto per mesi o addirittura anni senza mostrare alcun sintomo. Quando i segni clinici compaiono (es. perdita di pelo intorno agli occhi, crescita anomala delle unghie, dimagrimento, lesioni cutanee), la malattia è spesso già a uno stadio avanzato. I trattamenti veterinari servono a tenere sotto controllo i sintomi e a migliorare la qualità della vita, ma la terapia può essere lunga, costosa e impegnativa sia per il cane che per il proprietario. Inoltre non sempre è curativa in maniera definitiva. Per la prevenzione non esiste un metodo unico efficace al 100%, e per ogni soggetto sarà il Medico Veterinario a scegliere l'approccio migliore, basato sulla valutazione dei fattori di rischio (es. area geografica) e sullo stile di vita del cane. Spesso si consiglia un approccio combinato: tenere il cane in casa nella stagione a rischio e durante il periodo di attività dei flebotomi è sicuramente il metodo di prevenzione primaria più sicura ed efficace. Anche l’utilizzo di zanzariere nelle aree sensibili al possibile ingresso degli insetti può ridurre la probabilità di esposizione. utilizzo di antiparassitari specifici con azione repellente (o anti-feeding): questa azione crea una sorta di "barriera chimica" sul corpo del cane che infastidisce l'insetto, impedendogli di posarsi, e se l'insetto si posa, gli impedisce di pungere (o riduce drasticamente il tempo di contatto). I prodotti più efficaci sono quelli che contengono principi attivi come la permetrina, la deltametrina o l'imidacloprid (spesso in combinazione). Si trovano principalmente sotto forma di spot-on (pipette), che si applicano sulla cute generalmente tra le scapole o in più punti lungo il dorso e richiedono un'applicazione precisa e costante, solitamente ogni 4 settimane; e collari, che rilasciano il principio attivo gradualmente su tutto il corpo del cane. In base a taglia e abitudini del cane sarà il Medico Veterinario a consigliare quale o quali prodotti utilizzare. vaccinazione: il vaccino per la Leishmaniosi contiene una proteina ricombinante che non è in grado di prevenire l'infezione ma riduce sensibilmente la possibilità che un cane una volta infettato sviluppi una forma clinica della malattia. Il suo scopo principale è istruire il sistema immunitario del cane a reagire in modo efficace se dovesse venire a contatto con il parassita. Non impedisce pertanto il contagio, ma riduce la gravità della patologia.Il vaccino deve essere effettuato solo su animali sani sieronegativi, pertanto prima di procedere alla vaccinazione, il Medico Veterinario effettuerà sempre un test sierologico per assicurarsi che il cane sia negativo. Il protocollo varia a seconda del tipo di vaccino (alcuni richiedono un ciclo iniziale di più dosi, altri una dose singola), ma tutti richiedono un richiamo annuale per mantenere l'efficacia.Si consiglia di vaccinare tra febbraio e aprile, almeno un mese prima dell'inizio della stagione dei pappataci.Il vaccino non sostituisce mai gli antiparassitari, ma deve essere usato insieme a loro per creare una protezione a 360 gradi. prevenzione sui cani infetti per proteggere i cani conviventi e il nucleo familiare. Si possono utilizzate in tal senso le isoxazoline, una classe di antiparassitari ad azione sistemica che uccidono rapidamente tutti gli ectoparassiti ematofagi (pulci, zecche, flebotomi) impedendo quindi ai flebotomi di infettarsi e contagiare soggetti vicini.Si ricorda però che questi prodotti non impediscono che il cane punto contragga l'infezione, servono per prevenire la sua propagazione. screening annuali: anche se il cane è protetto, nelle zone a rischio è utile fare un test sierologico una volta l'anno per diagnosticare precocemente un eventuale contagio. Test di screening: quali sono e quando effettuarli I test per la diagnosi delle malattie infettive si possono dividere in generale in due grandi famiglie: quelli che cercano la risposta del sistema immunitario dell'ospite (test sierologici) e quelli che cercano il parassita stesso (test diretti). I test sierologici sono i test di prima linea e si basano sulla ricerca degli anticorpi che il cane ha prodotto dopo essere venuto in contatto con la Leishmania.Sono in genere i test usati per lo screening e possiamo dividerli in due categorie: Test rapidi (ambulatoriali)Forniscono risultati in pochi minuti e identificano l'animale come “positivo/negativo".Sono utilizzati come primo screening: se risultano positivi, non significa automaticamente che il cane sia malato ma che è entrato in contatto con il parassita e ha sviluppato anticorpi. In caso di forte sospetto clinico di Leishmaniosi, sono utilizzati come test di prima conferma.Si ricorda che una negatività ai test rapidi non esclude una possibile infezione, soprattutto in caso di recente contatto con il parassita, pertanto si deve ricorrere a test più sensibili per una maggiore sicurezza. Test sierologici quantitativi (IFAT o ELISA)Vengono eseguiti in laboratori specializzati e misurano il titolo anticorpale, ovvero la quantità di anticorpi circolanti prodotti contro un determinato agente eziologico.Un titolo molto alto è spesso un indicatore di malattia in corso. Un titolo basso potrebbe indicare solo un contatto avvenuto in passato o un’infezione tenuta bene sotto controllo dal sistema immunitario. Questi test sono considerati il “gold-standard” per lo screening sierologico. Il periodo ottimale per l’esecuzione dei test sierologici di screening sono i primi mesi dell’anno, prima dell’inizio della stagione dei flebotomi ed almeno 30 giorni prima della vaccinazione per la Leishmaniosi. Test di conferma diretti Quando il test sierologico risulta positivo, il Medico Veterinario dovrà capire se il cane è solo stato esposto ai parassiti ma non si è ammalato (è entrato in contatto con il parassita ma sta clinicamente bene) oppure è "malato" (il parassita sta creando danni agli organi). In caso di positività ai test sierologici, il Medico Veterinario potrà richiedere ulteriori esami di laboratorio (esami ematologici, esami delle urine e “test di conferma diretti”) i quali, insieme alle valutazioni cliniche (presenza o meno dei classici segni di leishmaniosi), gli permetteranno di stabilire se il cane sia solamente sieropositivo oppure già con infezione e patologia in atto. Si utilizzano come test di conferma diretti esami come la PCR (Reazione a Catena della Polimerasi), che ricerca direttamente il DNA del parassita in un campione (solitamente midollo osseo, linfonodo o cute) e serve a confermare l’infezione, e l'esame citologico, che mira a individuare al microscopio la Leishmania nelle cellule prelevate da linfonodi, lesioni cutanee, milza o midollo osseo. Fig. 1 - Esame citologico in cui si evidenziano numerose forme amastigote di leishmania di cui una evidenziata in giallo. Leggi anche l'articolo: La Leishmaniosi nel caneL'immagine Fig. 1 è stata fornita dell'autore Dr. Walter Bertazzolo “DVM, Diplomato ECVCP, EBVS® - European Specialist in Veterinary Clinical Pathology (Patologia clinica - Ematologia - Citologia generale e midollare)” Dr. Walter BertazzoloAutore Med. Vet., PHD, Direttore de "Il Fatto Veterinario" Dr. Isidoro GrilloAutore

L’importanza dello screening per FIV e FELV

L’importanza dello screening per FIV e FELV

FIV e FeLV sono due malattie infettive del gatto ben note e molto diffuse causate da due virus differenti ma entrambi appartenenti alla famiglia dei Retrovirus: il virus della immunodeficienza felina (FIV) ed il virus della leucemia felina (FeLV). Entrambi i virus infettano le cellule del sistema immunitario potendo causare immuno-soppressione (e quindi facilitare infezioni opportuniste ed insorgenza di tumori) ma questo avviene nel lungo periodo, il che da la possibilità a questi virus di diffondersi notevolmente tra gatti conviventi. Come si trasmettono le malattie infettive FIV e Felv del gatto ? Il virus della FIV si trasmette principalmente attraverso ferite da morso che permettono l’introduzione nel morsicato di globuli bianchi infetti presenti nella saliva del morsicatore. Per questo motivo sono a rischio di contrarre la malattia soprattutto le gatte durante il rituale dell’accoppiamento, che prevede che il maschio morda la femmina, e sono anche a rischio i gatti di colonia o i free-roming durante i combattimenti che effettuano per le femmine o per il territorio. Solo raramente la FIV può trasmettersi da gatte infette ai propri gattini e fra gatti conviventi in famiglia anche senza che avvengano fra loro dei combattimenti. L’infezione da virus FIV è un’infezione persistente per cui, una volta che il gatto sarà infettato, il virus della FIV non lo abbandonerà per tutto il resto della vita. Fig. 1 - La FIV si trasmette principalmente mediante ferite da morso durante gli accoppiamenti o i combattimenti fra gatti. Al contrario il virus della FeLV si trasmette, sempre attraverso la saliva, ma con più facilità, senza che ci debba essere necessariamente una ferita da morso. Può essere sufficiente il leccamento reciproco fra gatti o la condivisione di ciotole, inoltre la trasmissione può avvenire facilmente da madre infetta ai gattini durante la gravidanza o con il grooming dopo la nascita. Fig 2 - La FeLV si trasmette attraverso la saliva senza che ci sia necessariamente una ferita da morso (es. leccamento, condivisione di ciotole). Nel caso della FeLV è inoltre possibile osservare una “guarigione” virologica, nel senso che una certa percentuale di gatti possono superare la fase di infezione replicativa (l’unica in grado di causare la malattia), per cui, dopo un periodo di 2-16 settimane dall’infezione, non vi sarà più traccia di antigeni virali nel sangue ed il soggetto potrà considerarsi “guarito” oppure con una infezione "nascosta" che potrebbe riattivarsi in qualsiasi momento della vita del gatto. Quali sono i sintomi della FIV e FELV nel gatto ? Entrambe le malattie possono avere un lungo periodo di latenza in cui non saranno presenti sintomi “osservabili” se non un lieve malessere generale nelle fasi iniziali delle infezioni da FIV. La sintomatologia delle due patologie è spesso sovrapponibile e caratterizzata da una sintomatologia non specifica: dimagrimento progressivo febbre (e quindi abbattimento e anoressia) diarrea infezioni ricorrenti (stomatiti, gengiviti, dermatiti, ecc.) segni neurologici e/o oculari Alla visita clinica il Medico Veterinario potrà evidenziare l’aumento di dimensioni dei linfonodi, anemia, trombocitopenia e sviluppo di forme tumorali (soprattutto in caso di FeLV). Come si fa diagnosi di FIV e FeLV nel gatto ? Per la diagnosi di infezione da FIV, lo screening può essere effettuato mediante ricerca di anticorpi presenti nel sangue del gatto. Nei gattini risultati positivi a questo test sarà però necessario ripetere nuovamente il test dopo i 6 mesi di età per escludere che i gattini abbiano solamente assunto il colostro materno contenente anticorpi materni anti FIV ma non siano stati realmente infettati. Conferme ulteriori di positività o negatività possono essere effettuate mediante test più specifici effettuati da tampone orale o da sangue. Questi test ricercano il DNA provirale (su sangue) e l’RNA virale (su tampone orofaringeo).Questi esami possono identificare sia lo stato di infezione latente (presenza di DNA provirale ma senza eliminazione di RNA) che di eliminazione del virus con le secrezioni (positività al tampone). Per la diagnosi od esclusione dell’infezione da virus dalla FeLV, la diagnosi di screening si effettua mediante la ricerca di antigeni del virus presenti nel sangue del gatto. Purtroppo molti gatti infetti sono negativi al test antigenico su sangue ma possono essere dei portatori silenti del virus (hanno il DNA in forma di provirus nei globuli bianchi). Anche in questo caso, conferme ulteriori ed approfondimenti, possono richiedere test specifici come la ricerca di DNA provirale su sangue ed RNA virale su tampone, che possono quindi confermare lo stato di infezione/portatore e diffusore del virus rispettivamente. Come si fa prevenzione per FIV e FeLV nel gatto ? Per prevenzione della FIV non esiste un protocollo vaccinale, la prevenzione dovrà prevedere il controllo delle possibilità di contagio. Pertanto si consiglia di: Testare i gatti prima di inserirli in un contesto familiare In situazione sia casalinga che free roming sterilizzare sia i gatti maschi che le femmine per evitare gli accoppiamenti e ridurre l’aggressività. Evitare il contatto con gatti free roming. Se si introduce un nuovo gatto in contesto familiare dovrà essere precedentemente testato per escludere che sia infetto. Per prevenzione della FeLV è invece possibile vaccinare i gatti. La vaccinazione può essere fatta a partire dalle 8 settimane di età con richiamo dopo 3-4 settimane e dopo un anno. Successivamente i richiami dovranno essere annuali o biennali in base alle abitudini di vita del gatto (se esclusivamente casalingo o free roming), come consigliato dalle linee guida AAFP (American Association of Feline Practitioners). “DVM, Diplomato ECVCP, EBVS® - European Specialist in Veterinary Clinical Pathology (Patologia clinica - Ematologia - Citologia generale e midollare)” Dr. Walter BertazzoloAutore Med. Vet., PHD, Direttore de "Il Fatto Veterinario" Dr. Isidoro GrilloAutore

Il mucocele biliare nel cane: una grave patologia della cistifellea

Il mucocele biliare nel cane: una grave patologia della cistifellea

Il mucocele biliare è una patologia sempre più comunemente identificata nel cane, che richiede un approccio diagnostico e terapeutico efficace, in quanto responsabile di gravi conseguenze e potenzialmente letale. Cosa è il mucocele biliare nel cane ? Il mucocele biliare è una patologia che interessa la cistifellea, detta anche colecisti, la quale è un piccolo organo a forma di sacco che accumula la bile prodotta dal fegato. La bile serve per i processi digestivi in quanto facilita la digestione dei grassi. Durante le digestione di un pasto contenente grassi, la colecisti si contrae e, attraverso un dotto che si chiama coledoco, versa la bile nel duodeno che è il primo tratto dell’intestino tenue. Il mucocele è il risultato di una disfunzione della produzione di muco protettivo delle cellule epiteliari che ricoprono la superficie interna della colecisti. Invece di scivolare via, il muco rimane ancorato alle pareti epiteliali accumulandosi in strati lamellari concentrici fino ad occupare ed obliterare completamente il lume dell’organo. Con la progressione della patologia questo accumulo può portare a infarto arterioso della parete, ostruzione dei dotti biliari o rottura della colecisti per eccessiva pressione. Quali sono i sintomi clinici e l’evoluzione del mucocele biliare nel cane? I sintomi del mucocele sono spesso molto vaghi e possono essere confusi con una generica patologia gastroenterica. I sintomi più comuni sono vomito, anoressia, letargia, dolore addominale e febbre. Con la rottura della colecisti la patologia evolve in peritonite, una condizione molto grave che mette a rischio la vita del paziente. Fattori predisponenti del mucocele biliare nel cane Alcune condizioni patologiche possono favorire l’insorgere del mucocele nel cane. Esiste infatti una forte correlazione tra mucocele e le seguenti patologie endocrine: l’iperadrenocorticismo (detto anche sindrome di Cushing) ovvero un aumento della produzione del cortisolo da parte delle ghiandole surrenali e l’ipotiroidismo ovvero la riduzione della produzione di ormone tiroideo. Inoltre è stato documentata la correlazione fra l’insorgenza di mucocele e la presenza di proteine nelle urine, indipendentemente da altre malattie. Tuttavia la proteinuria potrebbe essere una causa dello stato infiammatorio piuttosto che un fattore predisponente primario. Come si diagnostica il mucocele biliare nel cane ? L’ecografia addominale è l’esame più indicato e permette di identificare lo stadio della patologia in base alla quantità di muco presente ed allo stato della parete della cistifellea. E’ importante sottolineare che l’aspetto ecografico non sempre riflette la gravità dei sintomi; un cane può essere in condizioni cliniche critiche anche con un mucocele che ecograficamente appare ad uno stadio non avanzato. Gli esami ematologici di laboratorio possono mostrare un quadro infiammatorio sistemico e si possono osservare aumenti significativi degli enzimi epatici oltre che di colesterolo e trigliceridi. Solo il 50% dei cani sintomatici mostra bilirubina alta. Fig. 1 - Confronto fra cistifellea normale in cui è presente bile fluida e mucocele maturo in cui è presente abbondante muco denso. Prevenzione e diagnosi precoce del mucocele nel cane Per la prevenzione è necessario eseguire un checkup generale consigliato dal Medico Veterinario di fiducia e che preveda esami di laboratorio ed ecografia addominale. In base ai risultati ottenuti il medico veterinario potrà poi richiedere degli approfondimenti con ulteriori esami specifici per escludere le patologie endocrine che possono essere fattori predisponenti. Quali sono le opzioni terapeutiche per il mucocele nel cane ? In base alla sintomatologia ed alla gravità delle alterazioni della cistifellea, il Medico Veterinario deciderà la terapia più adeguata. In generale per il mucocele la terapia chirurgica, ovvero la rimozione della cistifellea, è il trattamento di elezione. Nel caso in cui la diagnosi sia stata molto precoce, per esempio in seguito ad un checkup generale di medicina preventiva o per esame ecografico eseguito per altre problematiche, il medico veterinario potrebbe scegliere una terapia conservativa che prevede: Il controllo di eventuali patologie endocrine Dieta estremamente povera di grassi Farmaci coleretici e farmaci epatoprotettori poichè spesso i cani con mucocele hanno una sofferenza epatica secondaria importante. In questi casi è raccomandato il monitoraggio ecografico e biochimico estremamente frequente (inizialmente ogni 4-8 settimane). Se i parametri epatici peggiorano o se l'ecografia mostra una progressione verso il mucocele "ipermaturo" oppure evidenzia segni di sofferenza della parete, la chirurgia diventa inevitabile ed urgente.Le immagini sono gentilmente concesse dagli autori “DVM, MRCVS, MSc (Oncologia), GpCert(SASTS), GpCert (ENDO), Dipl. European College of Veterinary Surgeon (ECVS), EBVS European Specialist in Small Animal Surgery” Dr. Vincenzo MontinaroAutore “DVM, Diplomato ECVCP, EBVS® - European Specialist in Veterinary Clinical Pathology (Patologia clinica - Ematologia - Citologia generale e midollare)” Dr. Walter BertazzoloAutore Med. Vet., PHD, Direttore de "Il Fatto Veterinario" Dr. Isidoro GrilloAutore

Iperaldosteronismo (Aldosteronoma) nel Gatto

Iperaldosteronismo (Aldosteronoma) nel Gatto

Che cos’è l’iperaldosteronismo? L’iperaldosteronismo è una malattia ormonale che colpisce soprattutto i gatti adulti e anziani. È causata da una produzione eccessiva di un ormone chiamato aldosterone, che viene prodotto dalle ghiandole surrenali, due piccole strutture situate vicino ai reni. In condizioni normali, l’aldosterone ha un ruolo molto importante: aiuta l’organismo a mantenere il giusto equilibrio tra acqua e sali minerali, in particolare sodio e potassio, e contribuisce al controllo della pressione arteriosa. Quando però questo ormone viene prodotto in quantità eccessiva, può avere effetti negativi su diversi organi e apparati. Da cosa è causata questa malattia? Nel gatto, l’iperaldosteronismo è quasi sempre dovuto a un problema diretto delle ghiandole surrenali. Nella maggior parte dei casi è legato a: un tumore di una delle due ghiandole surrenali, oppure a un aumento di volume di entrambe le ghiandole (forme non tumorali). Per molto tempo questa patologia è stata considerata rara, ma oggi sappiamo che in realtà è più frequente di quanto si pensasse, e che spesso non viene riconosciuta subito. Quali segnali può dare il gatto? I sintomi possono comparire in modo graduale oppure improvviso e non sono sempre uguali in tutti i gatti. I segni più comuni includono: debolezza muscolare, con difficoltà a camminare, saltare o salire sui mobili; una caratteristica flessione del collo verso il basso (Figura 1), perché il gatto non riesce a sostenere bene la testa; stanchezza e ridotta voglia di muoversi; perdita improvvisa della vista, spesso causata da una pressione arteriosa molto elevata; aumento della sete e della quantità di urina; in alcuni casi, aumento dell’appetito. Talvolta la cecità improvvisa può essere l’unico segno evidente, anche in gatti che fino a poco tempo prima sembravano stare bene. Figura 1 - Gatto con aldosteronoma: si noti la marcata ventroflessione del collo legata alla miopatia da carenza di potassio. Perché l’iperaldosteronismo è una malattia importante? L’eccesso di aldosterone può avere conseguenze rilevanti sull’organismo del gatto. In particolare può causare: una riduzione del potassio nel sangue, responsabile della debolezza muscolare; un aumento della pressione arteriosa, che può danneggiare occhi, reni, cuore e cervello; un peggioramento progressivo della funzione renale. Se non riconosciuta e trattata, la malattia può quindi compromettere seriamente la qualità e la durata della vita. Come si arriva alla diagnosi? La diagnosi di iperaldosteronismo non si basa su un solo esame, ma su una valutazione complessiva del gatto che generalmente prevede: esami del sangue, per controllare il potassio e la funzione dei reni; solitamente il potassio è molto basso mentre il sodio può essere normale o aumentato. Aumenta molto la Creatin Kinasi (CK) la misurazione della pressione arteriosa (ipertensione marcata); un’ecografia addominale, per valutare le ghiandole surrenali; esami ormonali specifici (aldosteronemia ed eventualmente valutazione della renina), eseguiti in laboratori specializzati. Poiché alcuni segni possono essere simili a quelli di altre malattie comuni del gatto anziano, la diagnosi può richiedere tempo e attenzione. Come si può curare? Il trattamento dipende dalla causa e dalle condizioni generali del gatto. In alcuni casi si ricorre a una terapia medica, che ha lo scopo di controllare i sintomi e ridurre gli effetti dell’ormone in eccesso. In situazioni selezionate, può essere presa in considerazione anche la chirurgia per rimuovere la ghiandola surrenale malata. La scelta della terapia più adatta viene sempre fatta dal veterinario, tenendo conto dell’età del gatto, della presenza di altre malattie e della qualità di vita. Qual è la prognosi? Con una diagnosi corretta e un trattamento adeguato, molti gatti possono vivere ancora a lungo e con una buona qualità di vita. In diversi casi i sintomi migliorano in modo evidente, permettendo al gatto di tornare a una vita più attiva e confortevole. Un messaggio per i proprietari Se il vostro gatto anziano manifesta debolezza improvvisa, difficoltà nei movimenti o perdita della vista, è importante rivolgersi rapidamente al veterinario. L’iperaldosteronismo è una malattia complessa, ma oggi può essere diagnosticata e gestita, soprattutto se individuata precocemente.Fig. 1 e in copertina - è gentilmente concessa dall'Autore. “DVM, Diplomato ECVIM-CA, EBVS® - European Veterinary Specialist in Small Animal Internal Medicine - Animali da compagnia, Endocrinologia non riproduttiva, medicina interna e terapia (Malattie Metaboliche).” Prof. Federico FracassiAutore

Il criptorchidismo nel cane e nel gatto, cosa è importante sapere

Il criptorchidismo nel cane e nel gatto, cosa è importante sapere

Cos'è il Criptorchidismo? Il criptorchidismo è una condizione comune che colpisce alcuni animali domestici, in particolare cani e gatti. Si verifica quando uno o entrambi i testicoli non scendono nello scroto, rimanendo nell'addome o nel canale inguinale. Questa condizione può avere importanti effetti sulla salute dei nostri pet e, come proprietari, è fondamentale conoscerne i dettagli per garantire il benessere dei nostri amici a quattro zampe. Nei cuccioli di cane entrambi i testicoli dovrebbero trovarsi nel sacco scrotale entro i 60 giorni, mentre nei gattini (così come nei bambini) i testicoli devono essere già in sede alla nascita, anche se nei primi giorni è difficile palparli. Nella vita fetale, i testicoli si formano subito dietro i reni e successivamente compiono un percorso attraverso l’addome per attraversare gli anelli inguinali e posizionarsi nello scroto. E’ possibile che in questo “viaggio” qualcosa vada storto ed uno o entrambi i testicoli non giungano a destinazione. Nei cani e nei gatti (così come nel bambino), il criptorchidismo può essere unilaterale (un solo testicolo non scende) o bilaterale (entrambi i testicoli non scendono). Il criptorchidismo unilaterale rappresenta l’eventualità più frequente e quasi sempre è coinvolto il testicolo destro (perché parte da più in alto). La condizione si riscontra più frequentemente in alcune razze (Boxer, English Bulldog, Maltesi, Bassotti, Chihuahua. Schnauzer miniatura, Old English sheepdog, Shetland sheepdog, Siberian Husky e Yorkshire terrier), ma può verificarsi in qualsiasi razza ed anche nei meticci. Cause e Fattori di Rischio E’ noto che il criptorchidismo ha cause genetiche, è un difetto a carattere recessivo (anche la madre può portare il problema) ed è multigenico (cioè sono coinvolti più geni). Solo in rarissimi casi, il testicolo può essere stato “bloccato” nella sua discesa da cause meccaniche o può essere stato risospinto nel canale inguinale da traumi avvenuti nei primissimi giorni di vita. Diagnosi La diagnosi di criptorchidismo viene effettuata durante una visita clinica effettuata dal Medico Veterinario che già al controllo per il primo vaccino può emettere il dubbio di criptorchidismo, servirà poi un esame più accurato ed un’ecografia per localizzare correttamente il testicolo criptorchide e valutarne la normalità. Per la diagnosi definitiva, se il testicolo è localizzato nel canale inguinale, si deve comunque aspettare almeno i 10-12 mesi di età (a seconda della taglia), perché, seppur in rarissimi casi, può completarsi la discesa in modo naturale.Al contrario, se il testicolo è localizzato in addome, non c’è alcuna possibilità che raggiunga lo scroto dopo la nascita. Che problemi può dare un testicolo ritenuto? A causa della temperatura maggiore (di quella presente nello scroto), i testicoli ritenuti in addome hanno una maggiore probabilità di sviluppare tumori, eventualità che può sopravvenire sempre dopo il 4-5 anno di età. E’ inoltre possibile che, a causa del maggiore spazio che hanno a disposizione, i testicoli criptorchidi possano andare incontro a torsione causando dolore acuto e potenzialmente mettendo a rischio la vita dell’animale. La torsione del testicolo per quanto possa avvenire anche nei testicoli scrotali ed inguinali è molto più comune nei testicoli posizionati nella cavità addominale. E’ anche importante sapere che i testicoli ritenuti in addome, sempre a causa della maggiore temperatura a cui sono sottoposti, non possono produrre spermatozoi ma producono normalmente gli ormoni sessuali. Terapia Il trattamento standard per il criptorchidismo è la chirurgia, nota come orchiectomia, che rimuove i testicoli ritenuti. Importantissimo sottolineare che non è necessario rimuovere entrambi i testicoli ma solo quello ritenuto in addome.Se il testicolo ectopico è posizionato nel canale inguinale è anche possibile non asportarlo ma controllarlo periodicamente attraverso la visita clinica ed eventuale ecografia. Va però precisato che poiché il criptorchidismo dipende solitamente da un difetto genetico il cucciolo NON DOVRA’ assolutamente riprodursi. È importante poi sapere che il riposizionamento del testicolo nello scroto non è concesso e può anche essere giudicato come “truffa in commercio”. Concludendo possiamo affermare che il criptorchidismo è un’anomalia importante ma con la giusta informazione ed intervento i proprietari possono garantire ai loro animali una vita sana e felice. La scelta migliore è affrontare al più presto questo problema seguendo i consigli e le indicazioni del Medico Veterinario di fiducia. Prendersi cura dei nostri amici a quattro zampe è una responsabilità importante ed essere sempre ben informati sulle differenti possibili problematiche, come il criptorchidismo, è essenziale per il loro benessere. “DVM, Diplomata ECAR, EBVS ® - European Veterinary Specialist in Animal Reproduction (Fisiologia e patologia della Riproduzione, Ginecologia e Andrologia del cane, del gatto e dei mammiferi non convenzionali, Neonatologia)” Dr.ssa Maria Carmela PisuAutore

IPERTENSIONE SISTEMICA NEL CANE E NEL GATTO

IPERTENSIONE SISTEMICA NEL CANE E NEL GATTO

Con la definizione di ipertensione sistemica si intende una condizione caratterizzata da un aumento della pressione del sangue nelle arterie, che è determinata dalla quantità di sangue che viene pompata dal cuore e dalla resistenza delle arterie al flusso del sangue. In condizioni di normalità, ci sono dei complessi meccanismi neuro-ormonali (che coinvolgo reni, cuore, cervello e pareti vascolari) che si attivano in combinazione con fattori tissutali locali, per mantenere i valori di pressione arteriosa nei valori fisiologici. Alcuni organi, tra cui i reni, hanno la capacità di regolare autonomamente la loro pressione entro certi limiti, infatti tale parametro varia in risposta a stimoli fisiologici (es. attività fisica, stress) e a meccanismi neuroregolatori atti a mantenere l’omeostasi emodinamica. Si distinguono due momenti fondamentali: la pressione sistolica, che coincide con la contrazione ventricolare sinistra, e la pressione diastolica, che corrisponde alla fase di rilassamento del ventricolo sinistro. I valori di riferimento nel gatto sono: 140-150 mmHg per la pressione sistolica, 135 mmHg come valore medio e 100 mmHg per la diastolica. Nei cani, i parametri considerati normali sono: 140 mmHg sistolica, 100 mmHg media e 75 mmHg diastolica, con alcune variazioni in base alla razza. Il monitoraggio della pressione arteriosa sistemica nei cani e nei gatti rappresenta una procedura complessa, influenzata in maniera significativa dalla tecnica impiegata, dal livello di esperienza dell’operatore e dalle condizioni ambientali in cui viene eseguita. Per questo motivo è raccomandato un approccio integrato che combini diverse metodiche diagnostiche, allo scopo di migliorare l’accuratezza nella valutazione pressoria. Metodiche di Misurazione La pressione arteriosa sistemica può essere misurata tramite tecniche dirette o indirette. Le prime prevedono l’inserimento di una cannula all’interno di un’arteria, garantendo un contatto diretto tra il sistema di rilevazione e il flusso ematico. Questo tipo di metodica è riservato ai reparti di terapia intensiva o monitoraggi anestesiologici, mentre nella pratica clinica veterinaria quotidiana si preferiscono metodiche indirette, meno invasive e più facilmente applicabili. Le due tecniche indirette più diffuse sono: Metodo oscillometrico, che valuta le oscillazioni della parete arteriosa Metodo Doppler, che utilizza segnali acustici per rilevare il flusso ematico Entrambe le metodiche prevedono l’applicazione di un bracciale pneumatico, generalmente sull’arto anteriore o sulla coda. È buona norma eseguire almeno cinque misurazioni consecutive, scartando i valori estremi (più alti e più bassi) per entrambe le pressioni (sistolica e diastolica), e calcolando una media attendibile. Figura 1: misurazione della pressione arteriosa in un cane con metodica oscillometrica. Braccialetto applicato sulla coda con il paziente in braccio alla proprietaria, al fine di ridurre lo stato di stress del paziente. Figura 2: misurazione della pressione arteriosa in un gatto con metodica oscillometrica. Braccialetto applicato sulla coda con il paziente tranquillo sul tavolo visita, evitando lo stress del contenimento. Figura 3 e in copertina: misurazione della pressione arteriosa in un gatto con metodica oscillometrica. Si noti in contemporanea la verifica dell’attendibilità della valutazione mediante valutazione grafica della gaussiana formata dall’onda pressoria. Organi bersaglio e fisiopatologia dell’ipertensione Con il termine organi bersaglio si indicano quelle strutture particolarmente suscettibili ai danni causati dall’aumento cronico della pressione sanguigna. Le patologie renali sono tra le principali cause di ipertensione nel cane e nel gatto, ma allo stesso tempo, il rene costituisce anche uno degli organi più vulnerabili a tale condizione. Oltre al rene, rientrano in questa categoria anche il sistema cardiovascolare, il sistema nervoso centrale e l’apparato visivo. L’aumento pressorio prolungato determina un sovraccarico del lavoro cardiaco, con conseguente sviluppo di ipertrofia miocardica e induce alterazioni vascolari a livello delle arterie. A livello oculare, le modificazioni arteriolari sistemiche si riflettono anche a livello retinico, con aumento della tortuosità dei vasi, rilevabile mediante esame oftalmologico. L’impiego di strumenti specifici consente un’analisi dettagliata delle strutture oculari. I danni d’organo a livello oculare possono includere distacco retinico acuto, emorragie oculari e cecità. L’integrazione dell’esame oftalmologico con metodiche come la misurazione oscillometrica della pressione e l’ecocardiografia, che può evidenziare alterazioni strutturali quali l’ipertrofia concentrica del ventricolo sinistro, permette di giungere a una diagnosi più precisa e completa. Approccio clinico e terapeutico Un approccio clinico efficace nei confronti dell’ipertensione sistemica richiede una strategia integrata che includa: Rilevazioni seriali della pressione arteriosa Valutazione cardiaca tramite ecocardiografia Visita oftalmologica approfondita Nella specie canina e felina, l’ipertensione è frequentemente secondaria ad altre patologie sottostanti quali patologie renali (che costituiscono le cause più frequenti), ormonali, cardiache, iatrogene dovute alla somministrazione cronica di alcuni farmaci, idiopatiche ovvero di origine sconosciuta. Per questo motivo, identificare la causa primaria risulta fondamentale per la prognosi, in quanto il trattamento della patologia scatenante può determinare la normalizzazione della pressione arteriosa. In parallelo, la terapia farmacologica mira a migliorare il benessere clinico del paziente e a prevenire le lesioni secondarie agli organi bersaglio. Il consiglio è di chiedere al vostro Medico Veterinario di fiducia di effettuare periodicamente una visita generale ed esami di controllo fra cui anche la misurazione della pressione sistemica.Le immagini sono gentilmente concesse dall'Autrice. “Med. Vet., GPCert in Cardiologia - Dipl. ECVIM-CA Cardiology” Dr.ssa Marta ClarettiAutore

Falsi miti e vecchie leggende: 10 domande sui parassiti gastrointestinali del cane e del gatto

Falsi miti e vecchie leggende: 10 domande sui parassiti gastrointestinali del cane e del gatto

1 - I parassiti gastrointestinali sono un problema tipicamente o prevalentemente giovanile? Certamente no. È questo un concetto che si è insediato nelle menti di proprietari e talora medici veterinari perché i trattamenti antiparassitari di routine per anni sono stati erroneamente programmati solo nei cuccioli e gattini. Se è vero che alcuni parassiti come Toxocara canis e Toxocara cati, per la possibilità di trasmissione verticale sono virtualmente presenti nella totalità dei soggetti giovani, è anche vero che gli stessi parassiti sono presenti in tutti i soggetti in tutto il corso della loro vita nel cane, con picchi di prevalenza senile (14 anni), e a giovane (2 anni), media (8anni) e tarda età (14 anni) nel gatto. Per quanto concerne poi le infestazioni da Ancylostoma, il rischio di infestazione nel cane non è legato all’età ma alla frequentazione di ambienti terricoli caldo umidi (più frequente nei soggetti adulti), mentre nel gatto, oltre ad un picco di alta prevalenza tipicamente post svezzamento, si registra un aumento del rischio di infestazione attorno ai 5 e 12 anni di età. Pensando ad altri parassiti che possono infestare sia il cane sia il gatto come Dipylidium caninum (il cestode di più frequente riscontro) il suo ritrovamento nel cane è frequente indipendentemente dall’età (con maggiori probabilità nella fase giovanile e senile) mentre nel gatto le fasce di età a maggior rischio sono quelle incluse tra 1 e 4 anni e tra 8 e 11. Trichuris vulpis infine è il nematode di più frequente riscontro nel cane sia in ambiente urbano sia rurale, in particolar modo nelle comunità di cani o ove siano presenti numerosi soggetti conviventi. La prevalenza di questo parassita nei soggetti non sottoposti a trattamenti periodici rimane stabilmente alta (3-6%) dai 6 mesi ai 15 anni. Questi dati indicano pertanto come sia necessario mantenere alta l’attenzione nei confronti dei parassiti gastrointestinali lungo il corso di tutta la vita, e in alcuni casi anche nei soggetti di età medio avanzata che erroneamente si è portati a credere non toccati dal problema. 2 - Tutti i cani e gatti sono esposti al rischio di contrarre parassiti gastrointestinali? Con i necessari distinguo correlati al ciclo biologico di ciascun parassita (trasmissione diretta o indiretta e nel caso di trasmissione indiretta caratteristiche dell’ospite intermedio), la risposta è si. I cani per le loro caratteristiche hanno necessariamente accesso all’ambiente esterno o vivono stabilmente in ambiente esterno e quindi sono tutti esposti al rischio di infestazione. Questo vale anche per i cani che vivono in ambito urbano che addirittura sono più esposti alle infestazioni da Trichuris. Per quanto concerne il gatto è opportuno ricordare che solo il 10% dei gatti è strettamente indoor (ossia non ha mai nel corso della sua vita accesso all’ambiente esterno) e che la maggior parte di quelli considerati “casalinghi” per alcuni periodi dell’anno o momenti della giornata escono di casa. Inoltre deve essere considerata l’attitudine predatoria: i gatti che predano, anche occasionalmente, oltre a essere maggiormente esposti alle parassitosi a ciclo indiretto in cui la loro preda è l’ospite intermedio, sono esposti al rischio dei cosiddetti ospiti paratenici, cioè ospiti in cui non ha luogo una fase del ciclo biologico del parassita ma che sono in grado di fungere da carriers delle forme infestanti. Infine per i gatti strettamente indoor non deve essere assolutamente dimenticata la possibilità di convivenza con il cane che può veicolare all’interno dell’ambiente domestico parassiti comuni ad entrambe le specie (Toxascaris leonina) o ospiti intermedi in grado di infestare il gatto stesso (pulci nel caso di Dipylidium caninum). 3 - I farmaci contro i parassiti gastrointestinali sono tutti uguali? Nell’ambito della parassitologia la terapia o un piano di chemioprofilassi sono messi in atto a fronte di una diagnosi precisa (esame copro microscopico) o un rischio di infestazione specifico. La scelta della o delle molecole da utilizzare si deve basare sicuramente sull’ampiezza dello spettro d’azione antiparassitaria, ma deve anche prendere in considerazione l’efficacia, l’indice terapeutico e la facilità di somministrazione, che sono caratteristiche di pari rilievo. È inoltre indispensabile conoscere l’efficacia di un farmaco sui diversi stadi del parassita, la sua azione (esclusivamente “locale” per i farmaci con scarso assorbimento gastrointestinale come il pyrantel, o locale/sistemica per farmaci con buon assorbimento) per scegliere correttamente numero e cadenza dei trattamenti. L’approccio al problema parassitario cambia ulteriormente qualora si programmi correttamente il trattamento antiparassitario con cadenze fisse ripetute adeguate al tipo di parassita, all’ambiente in cui vive il cane o il gatto e al loro stile di vita (come suggerito dalle linee guida ESCCAP). In quest’ambito, al di là della scelta della molecola, un ruolo determinante è svolto dalla valutazione della compliance del proprietario e dall’eventuale presenza di problemi o rischi concomitanti che suggeriscano l’uso di molecole o associazione con spettro ampio. È comunque indispensabile per ogni farmaco disponibile sul mercato, non limitarsi a conoscere il nome del brand ed associarlo ad uno spettro (“questo farmaco copre tutti i “Parassiti Gastrointestinali “ad esempio), ma conoscere la farmacocinetica e farmacodinamica dei principi attivi, esattamente come avviene per gli antibiotici nei confronti delle patologie ad eziologia batterica. Fig. 1 - Uovo di Toxocara canis 4 - Il diverso rapporto che si sta instaurando con gli animali d’affezione può contribuire a ricadute sulla salute umana per quanto concerne i parassiti zoonosici? Certamente. È importante considerare non tanto e solo la convivenza del cane e del gatto nell’ambito dello stesso ambiente domestico ma piuttosto l’aspetto globale della loro convivenza con l’uomo nello stesso ambiente, particolarmente quello urbano. Probabilmente l’antropozoonosi più insidiosa per frequenza, gravità ma anche sottostima da parte dei medici umani è la “Sindrome da larva migrans” causata da ingestione di uova larva di Toxocara canis e cati. Il rischio non è legato al convivere strettamente con un cane o un gatto ma alla frequentazione di ambienti (parchi, giardini) altamente contaminati. Si stima che a livello Europeo dal 3 al 8% della popolazione abbia un titolo anticorpale positivo (abbia quindi ingerito accidentalmente uova) per Toxocara sp. Il ruolo del medico veterinario (poiché è impensabile un’azione di decontaminazione con agenti fisici/chimici) sta nel promuovere un responsabile atteggiamento civico (rimozione delle deiezioni) ma soprattutto evitare che cani e gatti (siano essi giovani o adulti) contaminino l’ambiente stesso attraverso trattamenti mirati e pianificati costanti lungo il corso di tutta la vita. Esistono altre zoonosi da parassiti Gastrointestinali in Italia che possono essere sporadiche, accidentali e di gravità lieve (Dipylidium caninum per ingestione di pulci infestanti, specie nei bambini), non frequentissime ma gravi (Echinococcus granulosus per il quale il mancato controllo delle abitudini alimentari del cane e l’assenza di una chemioprofilassi nelle aree endemiche riveste un ruolo centrale) o solo a potenziale futura diffusione (Echinococcus multilocularis per il quale il gatto potrebbe svolgere un ruolo da ponte verso l’uomo se si creasse in ambito peri-urbano condizioni per il ciclo del parassita). Anche in questi casi il ruolo e l’attenzione del medico veterinario sono fondamentali in termini di prevenzione. 5 - Esistono parassiti gastrointestinali sopravalutati o sottovalutati per il loro impatto clinico? Tra i parassiti gastrointestinali Giardia duodenalis è il più sopravvalutato, indagato e discusso in medicina veterinaria, in parte per la facilità nella diagnosi (estrema sensibilità e facilità d’uso dei test antigenici sulle feci), in parte per la facilità di re infestazione (oocisti infettive appena emessa nell’ambiente esterno) ed in parte per il suo supposto potenziale ruolo zoonosico. Giardia duodenalis è difficilmente un enteropatogeno primario. Probabilmente in presenza di infestazioni massive (ed in coabitazione con altri agenti infettivi) nei soggetti di giovane età la giardiosi può indurre segni clinici come diarrea, dimagramento ed algia addominale. Nei pazienti adulti con diarrea (sia acuta che cronica) invece il rilevare la Giardia non deve essere confuso con l’aver individuato la causa del sintomo, in quanto, presumibilmente, nel cane adulto Giardia è un comune elemento del microbioma intestinale. Inoltre il rilevare Giardia in cani e gatti adulti non sintomatici è un reperto molto frequente e non dovrebbe condurre all’esecuzione di un trattamento medico in quanto inutile. Anche nei casi in cui siano rilevati nel cane gli assemblaggi specie-specifici dell’uomo (A I e AII) il rischio zoonosico, ossia la possibilità che siano trasmessi all’uomo, non è stato ancora mai dimostrato. Al contrario i Tricocefali, parassiti responsabili di quadri clinici anche nei cani adulti o anziani, sono spesso sottostimati per le difficoltà diagnostiche legate alla scarsa sensibilità dell’indagine copro microscopica e non sono inoltre inclusi nello spettro di molte molecole o associazioni usate di routine per i trattamenti antiparassitari 6 - L’esame copro microscopico è affidabile per la diagnosi dei parassiti gastrointestinali? L’esame copro microscopico è il principale ausilio diagnostico per identificare i parassiti gastro-intestinali. Deve però essere eseguito in modo adeguato per essere sufficientemente affidabile. Deve essere effettuato su campioni freschi (idealmente prelevati da meno di 1 giorno), con un quantitativo minimo che va da 1 a 3 gr. Per alcuni parassiti (metastrongili polmonari / Giardia duodenalis / Trichuris vulpis) è poi consigliabile raccogliere campioni multipli (usualmente 3 volte a giorni alterni) Tra i parassiti gastro-intestinali comuni il Trichuris vulpis è il nematode che principalmente può sfuggire all’identificazione copro microscopica, anche in presenza di malattia clinica evidente. L’elevato peso specifico delle uova, spesso ad eliminazione intermittente, impedisce la loro flottazione in soluzione non adeguatamente preparate ed il tempo di prepatenza particolarmente lungo (fino a 3 mesi) riducono la sensibilità dell’esame a non oltre il 75%. Per questo motivo nell’iter diagnostico della diarrea cronica riferibile al colon nel cane è consigliabile l’esecuzione di terapia ex-juvantibus con farmaci efficaci. Fig. 2 - Uovo di Ancylostoma caninum 7 - Esistono parassiti più pericolosi di altri e verso cui avere maggiore attenzione? Il concetto di pericolosità quando si parla di parassiti gastro-enterici è riferibile a due diversi aspetti: da una parte il rischio zoonosico e dall’altra il rischio che una parassitosi possa compromettere la qualità di vita (o raramente la vita) del cane o del gatto. Relativamente a questo secondo punto, negli ascaridi le migrazioni larvali (microascaridiosi) decorrono quasi sempre in forma asintomatica; ma in corso di elevata carica parassitaria si possono verificare polmonite (e conseguenti segni clinici respiratori), vomito e diarrea. Le gravi infestazioni da parte di parassiti adulti, invece, provocano segni clinici quasi esclusivamente nei cuccioli come: crescita stentata, diarrea, vomito, condizioni scadenti del mantello e crisi epilettiformi per azione sottrattiva di sostanze nutritive (come il glucosio). Nel caso di infestazioni massive, la matassa di vermi adulti può indurre un processo ostruttivo meccanico vero e proprio a livello enterico con conseguente addome gonfio, dolorante, vomito, depressione, ittero (se si verifica ostruzione del coledoco) fino ad arrivare anche a perforazione intestinale e peritonite. In queste condizioni anche il trattamento antiparassitario può essere rischioso in quanto la morte di un numero ingente di parassiti, senza che vengano espulsi, determina oltre a blocchi intestinali parziali o totali, un maggior riassorbimento di sostanze irritanti e pro infiammatorie. Anche Ancylostoma caninum può essere un patogeno grave nel cucciolo. Questo agente è ematofago, un singolo parassita può succhiare fino a 0,1 ml di sangue al giorno e quando l’infestazione è sostenuta da centinaia di parassiti la perdita ematica può essere importante ed indurre grave anemia da carenza da ferro. Infine i Tricocefali possono indurre gravi colonpatie iperemico-emorragiche anche in soggetti adulti massivamente infestati e con anamnesi di diarrea cronica o indurre quadri clinici simili al morbo di Addison. Per quanto concerne invece gli aspetti zoonosici Toxocara sp., forse il nematode gastrointestinale di più comune riscontro nel cane e nel gatto, è responsabile nell’uomo di patologie gravi e frequenti (Sindrome da Larva Migrans Viscerale e Oculare) ma ancora sottostimate nell’ambito della medicina umana e anche veterinaria, mentre Echinococcus granulosus (Idatidosi cistica)ed Echinococcus multilocularis (Idatidosi alveolare) rappresentano un rischio ben conosciuto, specialmente nelle aree classicamente endemiche, ma con rischio concreto di espansione sul territorio nazionale. Al contrario, a dimostrazione di come l’impatto mediatico possa creare allarmismi o disinformazione è bene ricordare che il reale rischio zoonosico di Giardia duodenalis è ancora dubbio negli uomini immunocompetenti e non è considerato comunque significativo dal Center for Disease Control and Prevention (CDG) che non consiglia controlli/trattamenti a scopo di protezione dell’uomo in cani e gatti. 8 - Le parassitosi Gastrointestinali sono oramai scomparse o rivestono un ruolo minimo nelle patologie gastroenteriche? I parassiti gastrointestinali sono tutt’altro che scomparsi nel cane e nel gatto come dimostrano le indagini epidemiologiche ma anche i report dei laboratori che eseguono esami copro microscopici. Sicuramente si è allentata l’attenzione e riduzione del numero di esami effettuati di routine, specie nei soggetti adulti, e conseguente inevitabile riduzione del numero di soggetti positivi rilevati. Per gli aspetti inerenti i quadri clinici bisogna fare un distinguo. Nei cani di giovane età le parassitosi gastroenteriche rivestono un ruolo patogeno rilevante, soprattutto in regime di coinfezione con altri agenti infettivi. Nei cani adulti invece i parassiti gastrointestinali non sono generalmente un fattore primario di patologia. Questo non significa che non possano giocare un ruolo rilevante come fattore copatogeno, soprattutto nei casi in cui il paziente sia sottoposto a eventi stressanti o debilitanti sia di natura fisiologica che patologica (gravidanza, malattie sistemiche concomitanti, terapie con immunosoppressori). Per esempio la Tricuriasi è una parassitosi in grado di indurre segni clinici nei cani adulti e va quindi sempre presa in considerazione ed esclusa prima di eseguire procedure diagnostiche più costose ed invasive come l’endoscopia. 9 - La convivenza di più cani e gatti come contribuisce a variare la diffusione dei parassiti gastrointestinali e come influenza l’approccio del medico veterinario? Non vi è dubbio che la presenza di numerosi conviventi modifichi ed aumenti la probabilità di diffusione di parassiti Gastrointestinali. Questo appare ovvio nei confronti di parassiti a trasmissione diretta come Trichuris vulpis che trova la massima diffusione in comunità e canili o ambienti urbani frequentati da molti cani e per il quale si consigliano trattamenti di tutti i soggetti che convivano con un cane infestato e/o piani di chemioprofilassi periodica nei soggetti a rischio (canili, rifugi). Ma lo stesso vale anche per i parassiti con in ciclo indiretto quale Dipylidium caninum. In caso di positività di un soggetto (cane o gatto) tutti i conviventi dovrebbero essere trattati periodicamente almeno fino a che il piano di eradicazione dell’ospite intermedio (pulce) nello stesso ambiente non abbia raggiunto un pieno risultato. Fig. 3 - Capsula proligera di Dipylidium caninum 10 - Quando e come sospettare una parassitosi Gastrointestinale in un cane o in un gatto? La parassitosi gastrointestinali dovrebbero ovviamente sempre sospettate in presenza di segni clinici gastro-enterici. La presunzione di malattia parassitaria nel medico veterinario e anche nel proprietario è “storicamente” molto più elevata nei cuccioli, ma qualsiasi iter diagnostico anche nei soggetti adulti con diarrea acuta o cronica dovrebbe iniziare con accurato esame copro microscopico. Come le patologie urinarie non possono prescindere da un esame chimico fisico delle urine è impensabile che una patologia gastroenterica non comprenda come primo step la ricerca di parassiti gastroenterici. Tra i dati anamnestici che portano al sospetto di parassitosi ci sono il contatto/convivenza con altri animali o con ambienti frequentati da altri animali o anche solo il libero accesso all’ambiente esterno che nel cane è fisiologico ma che ha luogo anche solo sporadicamente in molti gatti considerati “indoor”. Anche alterazioni non classicamente gastroenteriche quali quelle dell’emogramma (anemia microcitica ipocromica) pur in assenza di una chiara alterazione delle feci possono essere espressione di anemia da carenza di ferro per la presenza di parassiti ematofagi. Così come una condizione di iperoesinofilia devono essere indagate escludendo in primis la presenza di nematodi gastro intestinali. In corso di diarrea cronica (anche del cane adulto) la presenza di inversione elettrolitica (riduzione del rapporto Na+/K+) impone di escludere le parassitosi del colon (Trichuris vulpis in primis ma anche Prototheca sp) spesso causa di quadri simil Addisoniani. Indagini più specifiche che esulino dalla copromicroscopia (PCR, esame culturale) si rendono necessarie in caso di patologie come quelle indotte da Tritrichomonas foetus nel gatto in cui anche la partecipazione a mostre feline o la permanenza in pensioni, allevamenti sono fattori predisponenti dal punto di vista epidemiologico, quando uno o più soggetti presentino diarrea riferibile a colonpatia. Immagine di copertina - Uovo di Trichuris vulpis Tutte le immagini sono gentilmente concesse dall'Autore. “DVM, Specialista in Clinica dei Piccoli Animali, Diplomato EVPC, EBVS® - European Veterinary Specialist in Parasitology”. Dr. Luigi VencoAutore

“Il mio gatto è giallo”: cause di ittero nella specie felina

“Il mio gatto è giallo”: cause di ittero nella specie felina

Vi sono diverse patologie che possano far assumere una colorazione “gialla” al nostro gatto, e con questo articolo vogliamo chiarire la nomenclatura e i diversi stati patologici che possono portare a questa condizione. La bilirubina è un prodotto di degradazione dell’emoglobina contenuta prevalentemente nei globuli rossi (eritrociti). Questo processo rientra all’interno del fisiologico invecchiamento degli eritrociti: una volta completata la loro vita vengono “distrutti” e alcune loro componenti riciclate ed altre eliminate. La bilirubina si divide in tre frazioni: Coniugata: bilirubina resa idrosolubile in seguito a un processo di coniugazione a livello epatico che consente poi di eliminarla tramite le urine e le feci; Non coniugata: bilirubina non idrosolubile, per lo più legata all’albumina, prima del processo di coniugazione; Delta: piccola frazione di bilirubina coniugata ma legata alle albumine. Con ittero si intende una colorazione giallastra che possono assumere i tessuti, la pelle e le sclere in seguito al deposito di pigmento biliare. Con iperbilirubinemia si intende un aumento patologico della bilirubina sierica, mentre con bilirubinuria si fa riferimento alla sua concentrazione nelle urine, alterazione che compare solitamente più precocemente rispetto all’aumento ematico di bilirubina, sottoforma di urine di color ambrato/intensamente giallo. Una piccola frazione di bilirubina nel cane, soprattutto maschio intero e con urine concentrate, è considerato un reperto fisiologico, mentre nel gatto è sempre da considerarsi patologico salvo in corso di interferenze analitiche (es. presenza di urine pigmentate/colorate). In medicina, la bilirubina ematica viene utilizzata come marker di funzionalità epatica, di patologia colestatica e come supporto a una diagnosi di anemia emolitica; pertanto, le cause di ittero possono essere svariate, e si possono riassumere nelle seguenti categorie: ITTERO PRE-EPATICO Questa categoria è correlata ad un’aumentata produzione di bilirubina in seguito ad aumentata distruzione degli eritrociti in corso di processi emolitici, come ad esempio in seguito a distruzione immunomediata (es. auto-anticorpi contro gli eritrociti), stress ossidativo (es. esposizione a sostanze ossidanti endogene o esogene), frammentazione (es. vasculiti) etc. I pazienti che presentano questo tipo di ittero sono gravemente ed acutamente anemici e possono presentare alterazioni della morfologia dei globuli rossi che suggeriscono la patogenesi sottostante. La frazione di bilirubina che aumenta in corso di emolisi è prevalentemente quella non coniugata, soprattutto in una fase iniziale della malattia. L’ittero compare nel momento in cui la produzione di bilirubina supera la capacità del fegato di poterla coniugare e metabolizzare. ITTERO EPATICO Questa categoria è correlata a una ridotta captazione della bilirubina non coniugata da parte del fegato e una sua incapacità di coniugarla (quindi rendere la bilirubina idrosolubile per poterla eliminare). Gli stati patologici che si annoverano in questa categoria sono quelli che portano a una riduzione della massa funzionante del fegato (disfunzione/insufficienza epatica). Le cause possono essere le più svariate, tra cui patologie congenite (es. shunt porto-sistemici in soggetti giovani), metaboliche (es. lipidosi, diabete mellito), neoplastiche (es. patologie infiltrative, linfoma), infettive/infiammatorie (es. peritonite infettiva felina, epatite cronica, epatite batterica), tossiche e ipossiche. In questa categoria, le bilirubine coniugata e non coniugata possono risultare ugualmente aumentate. ITTERO POST-EPATICO Questa categoria è correlata a una ridotta escrezione di bilirubina coniugata in seguito patologie colestatiche, e possono essere divise in colestasi ostruttiva o funzionale. La colestasi ostruttiva indica un ridotto/rallentato flusso della bile nei canalicoli e nei dotti biliari (quindi all’interno del fegato o a livello extra-epatico); esempi di patologie colestatiche ostruttive sono presenza di calcoli biliari, neoplasie e processi infiammatori (es. colangiti, pancreatiti). In questi casi, la frazione della bilirubina maggiormente presente è quella coniugata: il fegato funziona bene, ma non riesce a escretare la bilirubina correttamente. In corso di patologie ostruttive, l’ittero e l’iperbilirubinemia risultano essere molto più marcati e gravi rispetto alle categorie riportate in precedenza. La colestasi funzionale invece è correlata a fenomeni settici o flogistici gravi di natura sistemica, e non direttamente correlati al fegato o alle vie biliari. In corso di queste patologie, l’alterato/rallentato flusso di bile dal fegato in assenza di ostruzione meccanica viene indotto da una ridotta capacità delle proteine di trasporto della bilirubina con le quali competono sostanze pro-infiammatorie prodotte dall’organismo. Rispetto alla specie canina, nel gatto non è infrequente riscontrare ittero clinico, e la presenza di questa alterazione è indicativa di un processo patologico grave e da indagare rapidamente. Se ci sia accorge di questa “colorazione anomala”, è importante portare il proprio gatto il prima possibile dal Medico Veterinario in modo che possa eseguire approfondimenti diagnostici mediante esami di laboratorio di base (esame emocromocitometrico, profilo biochimico ed esame delle urine) e mediante diagnostica per immagini. “DVM, dipl. ECVCP, EBVS® European Specialist in Veterinary Clinical Pathology; Esperto MyLav in Ematologia e Patologia Clinica. Dr.ssa Giulia MangiagalliAutore

Alopecia X: una malattia dermatologica del cane, dalla diagnosi alla terapia

Alopecia X: una malattia dermatologica del cane, dalla diagnosi alla terapia

L'Alopecia X è una malattia dermatologica che affligge principalmente cani giovani-adulti, ed è caratterizzata dalla perdita dei peli primari progredendo fino all'alopecia completa prevalentemente su tronco, collo e cosce, risparmiando la testa e le estremità distali. Spesso si osserva iperpigmentazione cutanea nelle aree affette, e per questo è altrimenti denominata, soprattutto dagli allevatori, “Black Skin Disease”. Alcune razze sono più predisposte, soprattutto quelle con mantello doppio e folto come Volpini di Pomerania, Alaskan Malamute e Chow Chow. Segnalata anche in Barboncini nani e Toy, può comunque presentarsi in qualsiasi altra razza. Eziologia e Nomenclatura Colpisce cani maschi e femmine, giovani adulti, senza correlazione con lo stato di castrazione/sterilizzazione. Si ipotizza una base ereditaria, data la predisposizione di razza, ma necessita di ulteriori studi. La condizione è conosciuta con vari nomi: "Black Skin Disease (BSD)" o "coat funk" (tra gli allevatori), e nella letteratura scientifica come “deficit di ormone della crescita ad esordio adulto”, “alopecia responsiva all'ormone della crescita”, “alopecia responsiva alla castrazione”, “alopecia responsiva alla biopsia”, “sindrome simile all'iperplasia surrenale congenita”, e più recentemente, Alopecia X. La varietà di nomi riflette la mancanza di comprensione della causa, ad oggi ancora sconosciuta. Segni Clinici L’alopecia nel cane si presenta da parziale a totale, bilaterale e simmetrica, clinicamente non infiammatoria, localizzata a tronco, collo, cosce, perineo e coda. Testa ed estremità distali sono risparmiati (Fig. 1).In alcuni cani la malattia si manifesta con la mancata ricrescita del pelo dopo la tosatura. Le aree affette possono presentare cute iperpigmentata e secca; dermatite papulare, pustolosa e crostosa e collaretti epidermici possono essere presenti in caso di follicolite batterica secondaria e, in questo caso, determinare prurito.Il paziente non presenta segni clinici sistemici e, ad eccezione del problema cutaneo, è sano. Fig. 1 ed in copertina - cane affetto da "Alopecia X". Presenta alopecia bilaterale e simmetrica, localizzata a tronco, collo, cosce, perineo e coda. Testa ed estremità distali sono risparmiati. Diagnosi Differenziali ed Esami Collaterali Le diagnosi differenziali da considerare sono le endocrinopatie (ipercortisolismo, ipotiroidismo, iperestrogenismo) e altri disordini follicolari (demodicosi, follicolite batterica, dermatofitosi). Per escludere queste patologie, gli esami collaterali che il Medico Veterinario potrà effettuare sono, nell’ordine: Raschiati cutanei multipli per la ricerca di acari Demodex spp (negativi in corso di Alopecia X); Esame citologico per apposizione dopo rimozione di eventuali croste o da pustola integra per valutare eventuale presenza di flogosi neutrofilica settica e batteri (in corso di follicolite batterica); Tricogramma: prevalenza di peli secondari, radici in fase telogena; possibile tricoressi nodosa. Lampada di Wood ed esame colturale per dermatofiti (negativi in corso di Alopecia X). Esame ematobiochimico completo ed esame chimicofisico delle urine: in caso mostrino alterazioni compatibili con ipotiroidismo o ipercortisolismo, occorrerà effettuare i relativi test specifici. E’ inoltre indicato l’esame ecografico dell’addome con particolare attenzione a surreni e gonadi (ovaie e testicoli nei pazienti non sterilizzati). L’esame istopatologico della cute è necessario per la diagnosi definitiva e va eseguito come ultimo esame dopo avere escluso le endocrinopatie.E’ diagnostico quando evidenzia le seguenti alterazioni istopatologiche: atrofia del derma, arresto diffuso del ciclo pilifero con telogenizzazione prominente dei follicoli piliferi e presenza di follicoli dismorfici e in kenogen, e "flame follicles" (follicoli a fiamma, così denominati a causa dell’aspetto determinato dall’eccessiva cheratinizzazione trichilemmale (Fig. 2). Fig. 2 - follicoli piliferi di cane a fiamma, così denominati a causa dell’aspetto determinato dall’eccessiva cheratinizzazione trichilemmale. Terapia I trattamenti che il Medico Veterinario potrà impostare sono molti, ma l'efficacia varia a seconda del paziente ed il successo non è prevedibile. Considerato che l’Alopecia X è solo un difetto cosmetico, il cane potrebbe non essere trattato (scientific neglect) ma solo sottoposto a cure ed attenzioni per evitare l’eccessiva secchezza cutanea o i danni derivanti dall’azione dei raggi UV. Qualora si decida, in accordo con il Medico Veterinario, di effettuare una terapia per la risoluzione dell’alopecia, quelle proposte più di frequente sono le seguenti: Integrazione di Melatonina: Il meccanismo d'azione non è completamente noto, e diversi studi hanno mostrato efficacia in circa il 30% dei cani. La dose somministrata per via orale due volte al giorno, a seconda del peso, deve essere proseguita per almeno 3-4 mesi. Promuoverebbe la transizione da telogen ad anagen, ossia riattiverebbe la fase di crescita follicolare. Castrazione/sterilizzazione chirurgica dei cani interi: limitata ai cani maschi interi (non c’è evidenza di efficacia della ovaroisterectomia nelle femmine). Può esitare in ricrescita parziale o completa (43% dei casi) che può verificarsi in settimane, mesi o anni. In alcuni casi non c'è ricrescita (40%), o si verifica una recidiva (17%). Trilostano a basse dosi è apparso efficace nell’85% dei pazienti trattati; tuttavia deve essere prescritto solo da medici con esperienza poiché sono necessari monitoraggi frequenti e può avere effetti avversi gravi. Deslorelin: l'effetto sul follicolo pilifero non è noto, ed è stato segnalato che causi la ricrescita dei peli nel 75% dei cani maschi intatti. La ricrescita inizia 2-3 mesi dopo l'inizio del trattamento. Non si è dimostrato efficace nelle femmine. Il trattamento risulta reversibile, sicuro e facile da somministrare. Osaterone acetato, utilizzato con lo stesso protocollo suggerito per il trattamento dell’iperplasia prostatica benigna, ha dimostrato aneddoticamente successo variabile (25-50%) in maschi e femmine. Microneedling: è una procedura mediante la quale la cute viene punta più volte con aghi sottili (circa 2.5 mm) posti su un rullo (DermaRoller® ), inducendo irritazione e riparazione tissutale; in questo modo sarebbe in grado di stimolare la transizione alla fase anagen. I pazienti devono essere sottoposti ad anestesia generale/sedazione profonda; la ricrescita è variabile, e l’alopecia può in seguito recidivare. Terapia Laser a Basso Livello e Biomodulazione a Fluorescenza: singoli case reports e segnalazioni aneddotiche ne dimostrano l’efficacia, in assenza di effetti collaterali. Creme, unguenti, lozioni contenenti diversi principi attivi ed eccipienti sono presenti in commercio senza evidenza o studi scientifici, pertanto vengono proposti da allevatori di Volpini di Pomerania o toelettatori. Anche in questi casi, i risultati sono variabili e si pensa che la ricrescita del pelo sia conseguente a stimolo irritativo.Le immagini sono gentilmente concesse dall'Autore. “DVM, Dipl. European College of Veterinary Dermatology (ECVD); Esperto MyLav in Dermatologia e Allergologia Dr.ssa Roberta SartoriAutore

Ulcera corneale indolente: una patologia che colpisce il cane e raramente il gatto

Ulcera corneale indolente: una patologia che colpisce il cane e raramente il gatto

Il vostro cane ha una lesione corneale che nonostante le cure tende a non guarire e perdurare nel tempo (da settimane o mesi), caratterizzata da momenti in cui l’occhio colpito sta “bene” (sembra “aperto”) ed altri in cui risulta al contrario “dolente e chiuso” (i proprietari di solito lo definiscono “gonfio”): potrebbe allora essere affetto da una cosiddetta “ulcera indolente o ricorrente”, che da alcuni anni viene internazionalmente denominata SCCEDs (spontaneous chronic corneal epithelial defects).Le ulcere “indolenti” o erosioni epiteliali recidivanti (REE), sono delle lesioni ulcerative superficiali della cornea, inizialmente non infette, caratterizzate dalla spontaneità di insorgenza e difficoltà di guarigione, che vengono riscontrate frequentemente nel cane, ma che possono colpire più raramente anche il gatto ed il cavallo. Si presentano con improvviso fastidio o dolore oculare (l’animale tende a tenere l’occhio chiuso e a grattarsi) e risultano “refrattarie” alle terapie comunemente utilizzate (antibiotiche o altro). Sono di solito colpiti soggetti di età adulta/anziana (> 5-8 anni) di cani di razze diverse, meticci compresi, ma sembrano maggiormente predisposti Boxer, Bouledogue Francese, Bulldog Inglese, Pinscher e Corgi. La loro origine risiede in un difetto dell’epitelio corneale (distrofia) che tende a “ulcerarsi da solo” e non è in grado di riparare velocemente come avviene nei cani normali, perché il “collante” intercellulare, costituito da piccole propaggini (desmosomi), nei soggetti malati non viene prodotto adeguatamente. Ne consegue che queste ulcere possano diventare “croniche” (da qui il termine “indolente”), con una sintomatologia altalenante e ricorrente; spesso gli animali colpiti ricevono terapie topiche per mesi senza raggiungere la guarigione completa e prima che venga emessa la diagnosi corretta. Queste lesioni infatti devono essere trattate dal Medico Veterinario con particolari tecniche che possiamo definire “parachirurgiche” e che nel 98% dei casi portano alla risoluzione della sintomatologia. Le procedure in anestesia locale consistono in una “pulizia” (debridement) dell’area ulcerativa con cotton fioc sterili e in una “stimolazione” delle zone limitrofe e sottostanti con la punta di un piccolo ago (cheratotomia a griglia) o con una fresa corneale diamantata (diamond burr), favorendo così l’arrivo di cellule epiteliali sane in grado di riparare il difetto. I tempi di guarigione medi sono di circa 15-20 giorni durante i quali il cane dovrà portare il collare elisabetta, ricevendo terapie topiche a base di antibiotici e lacrime artificiali. Solo nel 2% dei casi si dovrà ricorrere ad una “vera” chirurgia in anestesia generale (cheratectomia superficiale). Questa patologia non è di solito grave per l’integrità della visione, anche se possono residuare cicatrici corneali più evidenti e, specialmente in soggetti brachicefalici, rare complicanze legate a infezioni batteriche secondarie. Inoltre, è bene ricordare che queste “ulcere indolenti” possono recidivare sullo stesso occhio e, più frequentemente, comparire sull’altro anche a distanza di tempo. In caso il vostro cane (o gatto) mostri dolore oftalmico è bene portarlo rapidamente a visita presso il Medico Veterinario per risparmiare tempo e dolore all’animale, rivolgendosi, quando necessario, ad uno specialista.Foto di copertina gentilmente concessa dall'Autore “DVM, Dottore di Ricerca in Oftalmologia Veterinaria Specialista in Clinica e Malattie dei Piccoli Animali (Oftalmologia)” Dr. Domenico MultariAutore

Informazioni

Via Colajanni 23 A - 70125 Bari
P.Iva: 06180570720

Orari di Apertura

Aperti 24 ore