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Il mio cane anziano inizia a fare “cose strane

Il mio cane anziano inizia a fare “cose strane" ... può essere demenza o disfunzione cognitiva senile ?

Il mio cane anziano, soprattutto di notte, è irrequieto, cammina avanti e indietro, sembra spaventato e piange, devo preoccuparmi? (un cane di taglia gigante/grande è anziano a 6-8 anni, se di taglia medio/piccola è anziano a 7-10 anni) Il vagare senza meta, dimenticare i comportamenti appresi, non rispondere perfettamente agli stimoli, incunearsi negli angoli, andare in circolo, sono alterazioni del comportamento che spesso il proprietario riconosce nel proprio animale anziano. Con l’avanzare dell’età anche il cervello del cane invecchia, si chiama demenza o disfunzione cognitiva senile. Come per l’uomo anche per gli animali da compagnia l’invecchiamento non è una malattia ma è parte dell’evoluzione fisiologica della vita.In seguito all’allungamento medio della vita dei nostri animali, che si verifica grazie al buono stile di vita ed alle cure ed attenzioni dei proprietari premurosi, non è infrequente notare queste modificazioni del comportamento quotidiano di un cane anziano. Oltre all’invecchiamento cerebrale, esistono però malattie strutturali acquisite del cervello che possono “mimare” la stessa sintomatologia, basti pensare all’ictus, alle infezioni, ai tumori. Per cui se nei nostri animali anziani dovessimo notare anche solo uno dei cambi di comportamento sopra citati, il consiglio è di rivolgersi prontamente al proprio veterinario curante che effettuerà o richiederà una visita neurologica specialistica. I dati che emergeranno dall’esame neurologico potranno rendere necessari alcuni approfondimenti diagnostici come per esempio esami del sangue e risonanza magnetica del cervello. In questo modo il Medico Veterinario potrà distinguere tra il fisiologico invecchiamento cerebrale (demenza senile) e le malattie strutturali del cervello. Se la diagnosi confermerà la disfunzione cognitiva senile il veterinario potrà suggerire di inserire nella vita quotidiana del nostro “vecchietto” piccoli e divertenti giochi di problem solving che serviranno a rallentare il progressivo invecchiamento. Se, invece, la risonanza magnetica sarà suggestiva di malattia strutturale acquisita, il neurologo, analizzando caso per caso, potrà indicare per il nostro Pet l’appropriato iter terapeutico e la prognosi. Med. Vet., PhD, Diplomata ECVN, EBVS® - European Specialist in Veterinary Neurology - (Neurologia)Dr.ssa Floriana GernoneAutore

ALOPECIA CICLICA DEL CANE

ALOPECIA CICLICA DEL CANE

Cos’è l’alopecia ciclica del cane? L’alopecia ciclica o ricorrente del cane è una malattia ad eziologia non definita, caratterizzata da episodi di alopecia che interessano principalmente la regione dei fianchi. L’alopecia si evidenzia generalmente in alcuni periodi dell’anno, differenti nei diversi emisferi geografici, e regredisce spontaneamente, con ricrescita del pelo, in alcuni mesi. Nel nostro emisfero l’alopecia ciclica del cane compare nei mesi di novembre/marzo per poi regredire in tarda estate, anche se le variazioni climatiche e la continua esposizione alla luce artificiale dei cani che vivono in appartamento, possono modificare la cronologia del suo sviluppo. La stagionalità con cui si manifestano le lesioni suggerisce la possibile influenza della luce e del fotoperiodo. Si è ipotizzato che la causa possa essere legata a modificazioni dei livelli ematici di melatonina o prolattina che sono ormoni strettamente correlati al numero di ore di luce e di buio durante la diverse stagioni. Fig. 1 - Rarefazione del pelo sul fianco di un cane con alopecia ciclica. Ci sono razze predisposte?   Alcune razze canine sono particolarmente predisposte allo sviluppo dell’alopecia ciclica il che fa sospettare che possa esistere una predisposizione genetica. Pur potendosi osservare in diverse razze e incroci l’alopecia ciclica si riscontra frequentemente nel Boxer, nell’Airedale terrier, nel Bulldog inglese, nello Schnauzer, nel Lagotto e nel Bull mastiff. Come si manifesta l’alopecia ciclica del cane ?   Le lesioni sono caratterizzate da una distribuzione simmetrica localizzata alla regione dei fianchi; talvolta può essere interessato un solo fianco oppure è possibile che uno dei due fianchi manifesti lesioni più marcate rispetto all’altro. Le aree alopeciche possono essere di forma e dimensioni variabili; nelle fasi iniziali si osserva generalmente una rarefazione dei peli a margini sfumati. Alla perdita del pelo si associa frequentemente iperpigmentazione e, spesso, all’interno dell’area alopecica iperpigmentata, è possibile osservare la presenza di peli integri che fanno assumere all’alopecia forme morfologiche bizzarre, da lineari ad arciformi, definite da alcuni autori “a carta geografica o a bersaglio”. Fig. 2 - Alopecia ciclica in un Bulldog inglese: notare l’area alopecica di aspetto a bersaglio    La cute alopecica si presenta non infiammata e non pruriginosa anche se in alcuni soggetti è possibile osservare l’insorgenza di follicoliti secondarie che possono generare prurito. In alcuni soggetti l’alopecia si può estendere alle natiche e al costato o può addirittura interessare tutto il tronco. Alcuni soggetti manifestano alopecia ogni anno, in altri può non presentarsi per uno o due anni, e, in altri ancora, è possibile osservare episodi di alopecia simmetrica una sola volta nel corso della vita. Fig. 3 e in copertina - Alopecia ciclica localizzata tra fianco e groppa in un Airedale terrierFig. 4 - Estesa area di alopecia in un Lagotto con alopecia ciclicaCome si tratta l’alopecia ciclica del cane? L’alopecia ciclica rappresenta un problema esclusivamente estetico e nella maggior parte dei casi si risolve spontaneamente per cui non necessita di terapia. L’utilizzo della melatonina è molto controverso e sembra che i migliori risultati si ottengano con la somministrazione preventiva ovvero qualche mese prima del periodo in cui si attende l’inizio dell’alopecia. Recentemente è stato hanno utilizzato con successo il laser terapeutico da alcuni medici veterinari.Immagini: Tutte le immagini sono gentilmente concesse dall'Autore. “Medico Veterinario - (Dermatologia, Allergologia, Otologia veterinaria e Parassitologia cutanea).”Dr. Federico LeoneAutore

Il mio cane e gatto sono diventati gialli … CHE COS’E’ L’ITTERO ?

Il mio cane e gatto sono diventati gialli … CHE COS’E’ L’ITTERO ?

Si definisce ittero la condizione in cui le mucose o la pelle del cane e del gatto assumono un colore giallastro. Questo colore anomalo si sviluppa a causa dell’accumulo nei tessuti di un particolare pigmento, la bilirubina. Questo pigmento viene normalmente prodotto dall’organismo in seguito alla degradazione dei globuli rossi, in cui è presente l’emoglobina, una proteina che trasporta l’ossigeno dai polmoni verso i vari organi dell’organismo. Quando gli eritrociti invecchiano e vengono degradati, l’emoglobina viene trasformata in bilirubina indiretta. Questa si trova libera nel sangue, finché non viene captata dal fegato e trasformata nella bilirubina diretta, in modo che possa essere espulsa nella bile attraversando la cistifellea. Una volta che la bilirubina si trova nell’intestino viene ulteriormente degradata dai batteri intestinali in stercobilina, il pigmento che dona alle feci il caratteristico colorito marrone. Quando la bilirubina aumenta in eccessive quantità, si può accumulare in diversi organi, quali le mucose (Foto 1), la pelle (Foto 2) e il sangue (Foto 3). Foto 1 - Nella foto si può osservare un cane le cui mucose della bocca risultano intensamente colorate di giallo.In tal caso si parla di ittero mucosale.Foto 2 - Nella foto si può osservare un colore intensamente giallastro nella cute di un cane (ittero cutaneo).Per poter evidenziare correttamente questa alterazione negli animali è spesso necessario rasare il pelo (freccia). In questi casi si parla di ittero, un anomalo colorito intensamente giallo che può essere apprezzato durante la visita clinica o durante le comuni procedure degli esami del sangue. L’elevata colorazione del siero, in questi casi, può causare disturbi nelle metodiche di analisi, dando risultati non attendibili degli altri valori all’esame biochimico. Foto 3 - Per effettuare un’analisi biochimica è necessario centrifugare il sangue, prelevato in provette senza anticoagulante, ottenendone così il siero.La foto mostra due provette di siero: quello di destra si presenta con il caratteristico colorito lievemente giallastro e limpido, quello di sinistra (freccia) è invece intensamente giallo.In tal caso si parla di siero itterico. Le varie cause di ittero possono essere generalmente riassunte in tre categorie 1) ittero pre-epatico, se è presente una eccessiva distruzione degli eritrociti 2) ittero epatico, se è presente una grave disfunzione del fegato 3) ittero post-epatico, se è presente una ostruzione nelle vie biliari. Ognuna di queste tre condizioni può avere diverse cause scatenanti. Una delle cause di ittero pre-epatico più comuni nel cane è l’anemia emolitica immunomediata, una malattia per la quale il sistema immunitario distrugge eccessivamente i propri globuli rossi. In questi casi la loro distruzione causa un aumento dell’emoglobina nel sangue. Una volta trasformata in bilirubina, il fegato non riesce a però captarla a causa dell’eccessiva quantità,  finendo così per accumularsi nei tessuti. In alcuni casi, l’anemia emolitica può insorgere in seguito a malattie infettive, assunzione di alcuni farmaci e allo sviluppo di tumori. Altre cause meno comuni di eccessiva distruzione dei globuli rossi possono essere una carenza di fosforo (ipofosfatemia) e difetti genetici congeniti che colpiscono i globuli rossi. Una grave disfunzione del fegato rende invece impossibile processare ed espellere la bilirubina prodotta dall’organismo (ittero epatico). Le cause di ittero epatico più comuni sono la lipidosi epatica (accumulo eccessivo di grasso nel fegato), soprattutto nel gatto, malattie infettive o malattie del sistema immunitario che colpiscono il fegato, assunzione di farmaci e piante epatotossiche, tumori del fegato e lo sviluppo di una insufficienza epatica. Quando la bilirubina prodotta del fegato non riesce ad essere correttamente espulsa attraverso bile a causa di una ostruzione delle vie biliari si parla di ittero post-epatico. Un accumulo di calcoli o di muco (mucocele) nella cistifellea sono alcune delle cause più comuni nel cane. Altre cause possono essere una infiammazione o infezione delle vie biliari (colangite) o del pancreas (pancreatite), tumori delle vie biliari o del fegato, che possono causare un’ostruzione al flusso della bile, oppure ingestione di oggetti o “corpi estranei” che si bloccano nell’intestino, vicino allo sbocco della cistifellea, causando un blocco nel flusso della bile. Nel caso di una completa ostruzione delle vie biliari, la bile non riesce ad essere correttamente espulsa nell’intestino. Ciò determina una carenza di pigmento nelle feci, il cui classico colorito marrone viene a mancare: in questo caso si possono osservare delle caratteristiche feci molto pallide, dette “acoliche”. Poiché le cause di ittero sono diverse e molto differenti tra di loro, il Medico Veterinario potrà richiedere un serie di analisi per evidenziarne le cause: un esame emocromocitometrico e un esame biochimico sono gli esami preliminari essenziali che verranno richiesti. Sulla base dei primi risultati e delle informazioni cliniche, il Medico Veterinario potrà richiedere ulteriori accertamenti diagnostici (esame ecografico dell’addome, esami sierologici o batteriologici, esame citologico del fegato, esame delle urine, etc.). Un’adeguata terapia è sempre necessaria per poter risolvere l’ittero negli animali: il trattamento farmacologico verrà impostato dal Medico Veterinario sulla base della malattia sottostante. Nel caso in cui l’ittero sia dovuto ad un’ostruzione delle vie biliari, potrà essere necessario intervenire con un intervento chirurgico tempestivo. La prognosi dipende strettamente dalla causa scatenante dell’ittero: pertanto è sempre importante indagare attentamente l’ittero nel cane e nel gatto il prima possibile.Tutte le immagini sono gentilmente concesse dall'autore.Articolo redatto con la collaborazione del Dr. Francesco Lunetta “DVM, Diplomato ECVIM-CA, EBVS® - European Veterinary Specialist in Small Animal Internal Medicine - Animali da compagnia, Endocrinologia non riproduttiva, medicina interna e terapia (Malattie Metaboliche).”Prof. Federico FracassiAutore

IL DOTTO ARTERIOSO PERVIO (PDA)

IL DOTTO ARTERIOSO PERVIO (PDA)

Il dotto arterioso è una struttura vascolare che mette in comunicazione la circolazione sistemica (aorta ascendente) con la circolazione polmonare (arteria polmonare) durante la vita fetale. Subito dopo la nascita, mediante dei meccanismi che si instaurano nelle prime fasi di vita, il dotto arterioso si oblitera, trasformandosi in legamento arterioso (che è dunque presente nell’animale adulto). Si parla pertanto di dotto arterioso pervio (PDA) quando vi è la mancata obliterazione di tale struttura, con conseguente passaggio continuo di sangue dall’aorta all’arteria polmonare. Questa patologia è più frequente nel cane, nel quale rappresenta anche la malattia cardiaca congenita (ovvero presente sin dalla nascita) più frequente, ma non raramente la si riscontra anche nel gatto. Tra le razze canine maggiormente colpite sono annoverate il Pastore Tedesco, il Maltese, il Barboncino, il Terranova, il Border Collie. I cani di sesso femminile risultano più predisposti di quelli di sesso maschile, mentre nel gatto non è stata dimostrata alcuna predisposizione di sesso.    Sintomatologia    La sintomatologia dei soggetti affetti da PDA varia in funzione delle dimensioni del dotto e dalla conseguente quota di sangue che lo attraversa. Solitamente i cuccioli affetti da questa cardiopatia congenita rimangono più piccoli rispetto ai fratelli della stessa cucciolata e l’accrescimento risulta stentato, o comunque ridotto. I cani con dotti di piccole dimensioni possono essere completamente asintomatici, e l’unica anomalia sarà il soffio (definito di tipo continuo) riscontrato alla visita del Medico Veterinario, altrimenti vengono riportati riluttanza all’attività fisica e scarsa tollerabilità della stessa. Nei pazienti con dotti di dimensioni più ampie si possono manifestare sintomi relativi allo scompenso cardiaco già a partire dai primi mesi di vita, quindi il cane avrà un aumento della frequenza respiratoria (tachipnea), difficoltà respiratoria (dispnea) con respiro a bocca aperta ed una compartecipazione addominale importante; potrà comparire tosse, il paziente potrà tenere la testa allungata sul collo, in segno di fame d’aria, essere riluttante al coricarsi ed essere disappetente, fino ad anoressico completamente. Se il PDA è di dimensioni tali da determinare un importante rimodellamento cardiaco, questa patologia può essere anche responsabile di morte se non trattato.    Indagini diagnostiche necessarie per la diagnosi e stadiazione della patologia   Il sospetto della presenza di un PDA viene emesso dal Medico Veterinario dopo la visita clinica del paziente.  All’auscultazione cardiaca del pet affetto infatti sarà presente e ben riconoscibile un soffio cardiaco con delle caratteristiche specifiche: un soffio continuo (indicativo del passaggio di sangue attraverso il dotto durante tutte le fasi del ciclo cardiaco) con massima intensità sotto l’ascella sinistra, esattamente dove si trova il focolaio di auscultazione del Dotto di Botallo, solitamente di alta intensità con la percezione di un fremito precordiale (sensazione di fruscio sotto le nostre mani poggiate lievemente a livello toracico nell’area di proiezione cardiaca). Nelle fasi avanzate della cardiopatia si può percepire un ulteriore soffio nel focolaio mitralico, determinato dall’insufficienza mitralica funzionale instauratasi in seguito alla dilatazione cardiaca, nello specifico del ventricolo sinistro. Un altro segno clinico caratteristico è il polso femorale martellante.  Per formulare una diagnosi conclusiva è necessario eseguire un esame ecocardiografico, il quale fornisce non solo informazioni relative alle dimensioni del dotto, alle sue caratteristiche anatomiche e del flusso (direzione e velocità), permettendone una diagnosi di certezza escludendo le altre patologie congenite che possono dare rilievi clinici molto simili, ma fornisce anche informazioni sulle alterazioni determinate dal PDA, come la presenza e severità di rimodellamento cardiaco.  I pazienti con dotto arterioso pervio (PDA) vengono inoltre sottoposti ad esame elettrocardiografico per indagare il ritmo cardiaco e studiarne eventuali alterazioni (la più frequente in questo caso è la fibrillazione atriale che si instaura solitamente nei soggetti con importanti rimodellamenti cardiaci). L’esame radiografico del torace è un esame altrettanto importante che viene eseguito per valutare la cardiomegalia, la congestione vascolare e l’eventuale presenza di infiltrato polmonare; questo esame è di fondamentale importante in fase pre e post chirurgica.   Terapia del dotto arterioso pervio   I soggetti affetti da PDA con shunt sinistro-destro devono essere sottoposti alla chiusura del dotto, mediante metodica chirurgica od interventistica. Queste procedure determinano la risoluzione del problema consentendo ai soggetti operati qualità ed aspettativa di vita.  Il primo PDA è stato chiuso in medicina veterinaria attraverso metodo chirurgico nel 1968. Ad oggi il Gold Standard è rappresentato dalla metodica interventistica, mentre l’approccio chirurgico, che consiste nella legatura del dotto pervio tramite toracotomia, è riservato a pazienti di dimensioni e peso ridotti (che quindi avranno un ridotto accesso vascolare per la metodica mininvasiva), a pazienti con dotti di grandi dimensioni (> 9mm) o nei rari casi in cui la morfologia del dotto si presenta tubulare (dotto tipo III).  La metodica interventistica permette un approccio mini-invasivo, in cui l’accesso viene eseguito da un’arteria periferica (l’arteria femorale), attraverso cui si raggiungere il dotto con specifici cateteri atti al posizionamento del dispositivo per la chiusura del dotto. Negli ultimi anni la chiusura del PDA viene effettuata utilizzando il dispositivo ACDO® (Amplatzer Canine Duct Occluder), una struttura progettata sulla base dell’anatomia del PDA canino; in alternativa vengono utilizzati i COIL, che sono delle spirali di metallo che, rilasciate all’interno del dotto, determinano un’embolizzazione controllata. Anche altri dispositivi vengono posizionati in casi più particolari. La scelta del dispositivo più idoneo è correlata alla taglia del soggetto e alle dimensioni del dotto, misurate dapprima tramite l’ecocardiografia transtoracica (TTE) e successivamente con l’ecocardiografia transesofagea (TEE). Nel caso quest’ultima non permetta la visualizzazione appropriata del dotto viene eseguita un’angiografia (iniezione di mezzo di contrasto).   Quando sottoporre il paziente a chiusura del PDA   Si vuole sottolineare quanto sia importante la celerità e la precocità con cui questo difetto venga corretto, difatti la chiusura precoce del dotto (entro l’anno di età) aumenta la possibilità di un rimodellamento inverso e dunque il ripristino di condizioni cardiache di normalità. Altrettanto importante è sottolineare il fatto che, in accordo con le linee guida di medicina umana, non tutti i soggetti affetti da PDA devono essere sottoposti ad intervento di chiusura, difatti in assenza di alterazioni secondarie di morfologia e funziona cardiaca, con dotti di piccole dimensioni, si può decidere di monitorare il paziente e valutarne l’evoluzione.  Discriminatoria e di fondamentale importanza sulla prognosi del paziente risulta dunque essere la valutazione cardiologica. Una volta chiuso il dotto l’aspettativa di vita di questi soggetti può diventare pari a quella di un animale sano, a seconda del quadro clinico sviluppato dal paziente: soggetti che presentano alterazioni del ritmo cardiaco (fibrillazione atriale) avranno ovviamente una prognosi differente rispetto a quelli con debole/assente rimodellamento cardiaco secondario.   dotto arterioso pervio (PDA) inverso   In presenza di dotti di grandi dimensioni può verificarsi quella che viene definita “sindrome di Eisenmenger”, caratterizzata da un’inversione dello shunt (quindi il flusso ematico diventa destro-sinistro). In questi casi, nei primi mesi di vita del soggetto, le arteriole polmonari subiscono un rimodellamento tale da determinare ipertensione polmonare, portando quindi ad una condizione clinica differente da quanto descritto in precedenza. In questi soggetti non è difatti presente il soffio cardiaco e si osserva frequentemente policitemia, indotta dalla scarsa perfusione polmonare. La terapia in questi casi consiste nella somministrazione di antagonisti della fosfodiesterasi (PDE) per ridurre l’ipertensione polmonare. La prognosi è peggiore rispetto a quella dei soggetti con shunt sinistro-destro in quanto non è possibile trattare in modo definitivo la causa principale, tuttavia se si riesce a ridurre le pressioni tanto da invertire ulteriormente lo shunt, può diventare possibile la chiusura del difetto con miglioramento della prognosi stessa.    In copertina - Scansione ecografica transtoracica parasternale destra ottimizzata per il dotto arterioso: lo studio color Doppler identifica il flusso che attraversa il dotto come jet sinistro-destro e rappresentato nell’immagine ecografica come mosaico di colori. In copertina: Le foto sono gentilmente concesse dagli Autori.“Med. Vet., Med Vet, GPCert in Cardiologia - (Cardiologia)”Dr.ssa Marta ClarettiAutore

LA DERMATITE ALLERGICA ALLE PULCI NEL CANE

LA DERMATITE ALLERGICA ALLE PULCI NEL CANE

Cos’è la dermatite allergica alle pulci?   La dermatite allergica alle pulci (DAP), o ipersensibilità al morso della pulce, è la malattia pruriginosa più frequente nel cane. E’ essenziale effettuare una distinzione tra infestazione da pulci (pulicosi) e dermatite allergica alle pulci in quanto nella prima il prurito è proporzionale al numero di parassiti presenti sull’animale mentre la seconda è una malattia allergica immunomediata in cui il prurito non è proporzionale alla carica parassitaria ma è legato a una risposta immunitaria contro allergeni salivari della pulce anche se presenti in dosi minime. Gli allergeni salivari inducono, in alcuni soggetti, una risposta di ipersensibilità di tipo I e IV ma anche ipersensibilità basofila o una risposta ritardata IgE mediata.   Come si manifesta la dermatite allergica alle pulci?   Il segno clinico principale e costante che il proprietario può evidenziare è il prurito che può essere intenso.  Il prurito ha spesso un comportamento caratteristico in quanto il cane tende a girarsi improvvisamente e mordicchiare il punto in cui la pulce ha inoculato la saliva (cosiddetto “prurito a scatto”). La distribuzione delle lesioni è molto suggestiva in quanto interessa tipicamente la regione dorso-lombare, posteriore delle cosce, inguinale e base della coda.  Inizialmente le lesioni sono rappresentate da una dermatite eritematosa-papulare che con il progredire del prurito esita in alopecia autoindotta, escoriazioni, croste e dermatite piotraumatica.  Nei cani a mantello chiaro si può notare una colorazione ruggine del pelo dovuta al leccamento.  Nei casi cronici si osservano complicazioni da batteri e lieviti con comparsa di pustole, desquamazione, lichenificazione e iperpigmentazione. Fig.1 - Eritema, alopecia e desquamazione che si estendono dal dorso fino alla coda in un cane meticcio con dermatite allergica alle pulci.   Nei casi cronici si osservano complicazioni da batteri e lieviti con comparsa di pustole, desquamazione, lichenificazione e iperpigmentazione. Fig.2 - Lichenificazione e desquamazione della regione dorso lombare in un cane meticcio con lesioni croniche da dermatite allergica alle pulci. Come si fa la diagnosi di dermatite allergica alle pulci?   La diagnosi di dermatite allergica alle pulci che il Medico Veterinario emette, si basa sull’anamnesi (profilassi antiparassitaria eseguita non correttamente o assente), l’esame clinico (topografia e tipologia delle lesioni), sull’evidenziazione di parassiti adulti o loro escrementi sull’animale e sulla risposta ad una corretta terapia antiparassitaria. L’esame visivo o con lente d’ingrandimento può talvolta permettere di evidenziare i parassiti adulti in movimento sul mantello e sulle aree più glabre dell’animale o i loro escrementi visibili come piccoli residui nerastri immobili sul mantello. La tecnica di elezione è rappresentata dall’esame microscopico del materiale raccolto con nastro adesivo trasparente previo spazzolamento del mantello. La tecnica prevede di spazzolare energicamente con un pettine a denti stretti o con le mani il mantello dell’animale facendo cadere il materiale sul tavolo che successivamente viene raccolto con il nastro adesivo e osservato al microscopio. Con questa tecnica è possibile raccogliere pulci adulte e loro escrementi, questi ultimi riconoscibili per la loro caratteristica morfologia a virgola o a spirale e il loro colore rosso vivo legato all’elevato contenuto ematico. Fig. 4 - Immagine microscopica di escrementi di pulce con la loro tipica forma a virgola Come si tratta la dermatite allergica alle pulci? Il trattamento della dermatite allergica alle pulci che il Medico Veterinario imposta si basa sul concetto di lotta integrata alle pulci che comprende: Rapida uccisione delle pulci adulte sull’animale utilizzando un adulticida in grado di ridurre al minimo o eliminare l’esposizione agli antigeni salivari della pulce al fine di prevenire le manifestazioni cliniche Utilizzo continuativo e regolare dell’adulticida per tutti i mesi dell’anno Terapia ambientale utilizzando prodotti in grado di prevenire la schiusa delle uova e lo sviluppo delle larve Trattamento di tutti gli animali conviventi Terapia anti infiammatoria e anti pruriginosa  Trattamento delle eventuali sovrainfezioni batteriche e/o fungine In copertina: Escrementi di pulce sul mantello di un cane con dermatite allergica da pulci.Tutte le immagini sono gentilmente concesse dall'Autore.  “Medico Veterinario - (Dermatologia, Allergologia, Otologia veterinaria e Parassitologia cutanea).”Dr. Federico LeoneAutore

Cos'è la Cheyletiellosi ?

Cos'è la Cheyletiellosi ?

La cheyletiellosi è una malattia parassitaria e contagiosa causata dall’acaro Cheyletiella spp. Le tre specie di interesse dermatologico sono rappresentate da Cheyletiella blakei, Cheyletiella yasguri e Cheyletiella parasitivorax, morfologicamente molto simili; una specie si è adattata prevalentemente al gatto (Cheyletiella blakei), una al cane (Cheyletiella yasguri) e una al coniglio (Cheyletiella parasitivorax) pur essendo possibili infestazioni interspecifiche.   La cheyletiellosi è contagiosa?   La Cheyletiellosi è una malattia altamente contagiosa e la trasmissione avviene in genere tramite contatto diretto. Meno frequentemente il contagio si verifica per via indiretta in quanto le femmine adulte, a differenza delle forme immature e dei maschi che muoiono immediatamente in assenza dell’ospite, sono più resistenti riuscendo a sopravvivere sino a 10 giorni nell’ambiente rappresentando possibili fonti di re-infestazione. Cheyletiella può essere inoltre veicolata da altri parassiti come pulci, pidocchi e mosche.  La Cheyletiellosi è una zoonosi e l’uomo può essere infestato transitoriamente manifestando macule e papule raggruppate soprattutto su arti tronco e natiche intensamente pruriginose.  Eliminando la fonte di infestazione, tramite trattamento acaricida dell’animale malato, si ottiene, in circa tre settimane, la regressione spontanea delle lesioni nell’uomo.   Come si manifesta la cheyletiellosi?   I segni clinici nel cane e nel gatto variano notevolmente di intensità da soggetto a soggetto.  Inizialmente la maggior parte degli animali manifesta una dermatite esfoliativa localizzata nella regione dorso-lombare caratterizzata dalla presenza di piccole scaglie biancastre, asciutte che si staccano facilmente dalla superficie cutanea. Successivamente l’esfoliazione può diventare più importante tanto da determinare un aspetto polveroso del mantello. Gli autori anglosassoni utilizzano il termine “walking dandruff” (“forfora che cammina”) per descrivere i movimenti degli acari sulla superficie cutanea che presentano un colore biancastro simile a quello delle scaglie con le quali si confondono. Il prurito è di intensità variabile, da assente a molto intenso e non sembra proporzionale al numero di acari presenti facendo sospettare l’instaurarsi, in alcuni soggetti, di fenomeni di ipersensibilità.  Fig. 1 - Piccole scaglie biancastre sul dorso di un cane con cheyletiellosi. Nel gatto l’attività di grooming può determinare la rimozione sia delle scaglie che degli acari per cui questi segni clinici iniziali possono passare inosservati determinando una progressione della malattia più lenta rispetto al cane. Diversi gatti manifestano dermatiti papulo-crostose (dermatite miliare) altri alopecia simmetrica autoindotta. Fig. 2 e in copertina - Alopecia autoindotta e dermatite miliare in un gatto con cheyletiellosi. Come si fa la diagnosi di cheyletiellosi?   La diagnosi di Cheyletiellosi si effettua osservando il parassita o le sue uova al microscopico anche se talvolta le dimensioni dell’acaro consentono un esame visivo diretto con l’ausilio di una lente di ingrandimento direttamente sul corpo dell’animale. La tecnica di elezione per la ricerca di Cheyletiella è l’esame con nastro adesivo trasparente (“scotch test”) che può essere realizzato dal medico veterinario direttamente sull’animale o previo spazzolamento. Un’altra tecnica che può essere utilizzata dal veterinario è il raschiato superficiale cutaneo, soprattutto nel caso in cui siano presenti pochi parassiti, mentre l’esame microscopico del pelo permette di osservare le uova del parassita ancorate al fusto pilifero. Gli animali che manifestano prurito, soprattutto i gatti, possono ingerire in seguito a intenso leccamento gli acari e/o le loro uova che possono essere identificati anche nel corso di un esame coprologico per flottazione. Fig. 3 - Raschiato cutaneo superficiale: adulto e uova di Cheyletiella spp.Notare i due prominenti uncini contrapposti tipici del genere Cheyletiella. Come si tratta la cheyletiellosi? Il trattamento della cheyletiellosi si basa sull’utilizzo di molecole ad attività acaricida. Attualmente in Italia non ci sono molecole registrate per il trattamento della cheyletiellosi ma è provata l’efficacia di preparazioni sia in formulazione spot-on che in formulazione orale che il medico veterinario potrà prescrivere. Essendo la cheyletiellosi una malattia estremamente contagiosa è fondamentale recarsi rapidamente dal veterinario per una diagnosi precoce ed il trattamento di tutti gli animali conviventi per evitare ricontaminazioni. “Medico Veterinario - (Dermatologia, Allergologia, Otologia veterinaria e Parassitologia cutanea).”Dr. Federico LeoneAutore

Il collasso tracheale nel cane

Il collasso tracheale nel cane

Il Collasso Tracheale nel cane è una malattia caratterizzata dall’ appiattimento in senso dorso ventrale degli anelli tracheali, associato a lassità del muscolo tracheale dorsale. Le cause di questa alterata consistenza degli anelli tracheali non sono completamente conosciute; si ritiene tuttavia che dipenda dall’associazione di una anomalia primaria e congenita della cartilagine, con conseguente indebolimento degli anelli, associata ad una o più cause secondarie “scatenanti” in grado di aggravare il problema primario, come a esempio bronchiti o altro. Gli anelli cartilaginei degli animali con collasso tracheale presentano una diminuzione delle glicoproteine e del contenuto di glicosaminoglicani della cartilagine ialina, come mostra l’esame istologico di una trachea collassata; a questo consegue una diminuita capacità della cartilagine stessa di trattenere acqua, con conseguente diminuzione della sua rigidità funzionale. In alcuni animali il problema si manifesta in giovanissima età, entro l’anno di vita, e questo avvalora la teoria che vi sia una predisposizione genetica a tale problema e che il difetto sia congenito. Si ritiene, quindi che animali con questo problema inizino la loro vita con una maggiore debolezza della cartilagine tracheale e che fattori scatenanti acquisiti nel corso della crescita precipitino il quadro clinico. Fra questi possibili fattori si citano l’obesità, la cardiomegalia, i traumi al collo, l’intubazione, l’inalazione di allergeni irritanti, le bronchiti. La possibilità che patologie ostruttive delle vie respiratorie superiori (paralisi laringea) e inferiori (patologia polmonare ostruttiva cronica) possano avere un ruolo nella genesi del collasso tracheale nel cane è controversa ma probabilmente anche queste possono scatenare la malattia in un soggetto geneticamente predisposto. Il Collasso Tracheale nel cane è una patologia dinamica, dove il diametro della trachea varia durante le varie fasi del respiro. Quando il collasso è presente a livello di trachea cervicale (collo) lo schiacciamento dell’organo si manifesta in fase inspiratoria poichè la pressione subatmosferica, generata durante l’inspirazione stessa, crea una pressione negativa nel tratto di trachea cervicale e conseguente si genera il collasso (appiattimento). Diversamente, se il collasso è presente nel tratto toracico della trachea, la riduzione del diametro tracheale si evidenzia in fase espiratoria, poiché durante l’espirazione, l’aumento della pressione intrapleurica supera la pressione presenta nel lume della trachea causandone il collasso. Infine, se il collasso coinvolge tutta la trachea, vi sarà sempre un tratto tracheale collassato, sia in inspirazione che in espirazione. Il Collasso Tracheale nel cane colpisce quasi esclusivamente razze toy e cani di piccola taglia, come lo Yorkshire terrier, il Barboncino toy, il Pinscher, il Chihuahua mentre solo occasionalmente affligge animali di taglia medio-grande. Non vi è alcuna predilezione di sesso. La tosse rappresenta il segno clinico principale in corso di Collasso Tracheale nel cane: si tratta di episodi parossistici, scatenati da eventi come l’eccitazione, l’attività fisica anche molto modesta o la trazione del guinzaglio sul collare. E’ una tosse secca, aspra e sonora, a volte simile al verso di un’anatra, particolare che, in una piccola percentuale di casi, la rende caratteristica. Talvolta agli accessi di tosse seguono episodi di grave dispnea fino alla cianosi o al colpo di calore. I pazienti con collasso tracheale anche grave possono essere a volte quasi completamente asintomatici e possono svolgere attività fisica moderata senza particolari segni clinici: è importante sottolineare come il quadro clinico non sempre si correli alla gravità della deformazione tracheale. I pazienti vengono generalmente portati a visita presso il Medico Veterinario verso i 6-7 anni di età anche se l’indagine anamnestica evidenzia la presenza di tosse progressivamente ingravescente da anni. Fra gli esami che il Medico Veterinario potrà richiedere, l’esame radiografico rappresenta un utile screening in caso di sospetto collasso tracheale ma possono essere possibili sia falsi positivi che falsi negativi.A volte, infatti, l’esofago e la muscolatura del collo si possono sovrapporre alla silhouette tracheale in corrispondenza dell’ingresso del torace, dando un quadro radiografico simile a quello atteso in presenza di collasso tracheale (falso positivo), inoltre, poichè i pazienti portati a visita risultano spesso tachipnoici (respirano velocemente) è difficile eseguire il radiogramma nel momento desiderato (inspirazione o espirazione) e la trachea potrebbe risultare falsamente normale (falso negativo). L’esame fluoroscopico, a tal proposito, risulta invece molto più utile e consente di vedere la variazione di diametro dell’organo in tempo reale. L’esame radiografico risulta comunque fondamentale per evidenziare eventuali altri problemi concomitanti e aggravanti il quadro clinico, quali alterazioni polmonari, presenza di masse, cardiomegalia, megaesofago e decidere la miglior opzione terapeutica da proporre al proprietario per il paziente. Fig. 1 - Valutazione radiografica di Collasso Tracheale: confronto fra la larghezza tracheale misurata in fase inspiratoria e quella valutata in fase espiratoria. Esame endoscopico di trachea e bronchiUn esame che permette un’accurata stadiazione in corso di Collasso Tracheale nel cane è la tracheobroncoscopia.Il collasso tracheale viene classicamente diviso in 4 stadi a seconda della riduzione di diametro del lume tracheale (Fig. 2). Fig. 2 - collasso di I grado: la riduzione di diametro rispetto ad una trachea normale è minore del 25%, nel II grado minore del 50%, nel III grado minore del 75% e nel IV grado maggiore del 75%.Il primo grado non presenta in realtà una deformazione degli anelli, ma più spesso un prolasso del muscolo tracheale dorsale, gli altri gradi sono associati ad un sempre più evidente schiacciamento degli anelli tracheali. La tracheobroncoscopia permette inoltre di valutare lo stato della mucosa di trachea e bronchi (eritema, edema, irregolarità della superficie, micro noduli), la presenza di essudato, eventuali dislocazioni, eventuale presenza di collasso anche livello di bronchi principali e lobari. Fig. 3 e in copertina - Esame endoscopico della trachea: collasso tracheale di IV grado.La tracheobroncoscopia permette inoltre di eseguire il campionamento di fluido (lavaggio bronco-alveolare) necessario ogni qualvolta si identifichi anche un minimo aspetto di flogosi, specie in presenza di essudato per poter poi eseguire un esame citologico e colturale. La terapia del Collasso Tracheale nel cane varia a seconda della presentazione clinica: acuta o cronica.  Nella prima, il cane che si presenta con distress respiratorio acuto che deve essere considerato una emergenza medica che il Medico Veterinario tratterà rapidamente e secondo il caso specifico (sedazione, ossigenoterapia, antinfiammatori, trattamento dell’ipertermia). In caso di presentazione "cronica" il problema clinico principale dei cani con collasso tracheale sarà la tosse e la terapia si baserà pertanto sul suo controllo farmacologico. Le sostanze più efficaci per il controllo sintomatico della tosse sono sedativi oppioidi. L’impiego di broncodilatatori è controverso ed alcuni autori ritengono che l’effetto di miorilassamento sul muscolo tracheale dorsale possa addirittura aggravare il quadro clinico.  I cortisonici per via sistemica vanno eventualmente usati solo per ridurre l’eventuale infiammazione presente a livello laringeo e tracheo-bronchiale, ogni qualvolta sia ritenuto necessario. Al contrario, l’impiego di steroidi somministrati per aerosol rappresentano un valido aiuto nella gestione della terapia cronica in presenza di collasso tracheale che ha come segno clinico principale la tosse. Il controllo dei fattori complicanti riveste un ruolo di primaria importanza: l’obesità rappresenta un elemento di aggravamento per tutte le patologie respiratorie e cardiache, per cui un programma di riduzione del peso deve essere sempre tentato in animali obesi. Altre possibili cause scatenanti che devono essere controllate sono le patologie cardiache, le infezioni concomitanti, le polveri e gli irritanti ambientali ed il collare che deve essere sostituito con una pettorina. Con un adeguato controllo sia farmacologico che dello “stile di vita” è possibile controllare e mantenere a livelli accettabili per il paziente che il proprietario, la maggior parte dei problemi collegati al collasso tracheale, anche per periodi anche abbastanza lunghi. L’uso di “anabolizzanti” da alcuni proposti come terapia in grado di aumentare la rigidità degli anelli tracheali, non è mai stato supportato da lavori scientificamente rigorosi e deve essere considerato ad oggi privo di fondamento; questo principio attivo inoltre, essendo un anabolizzante, potrebbe provocare l’indesiderato aumento di peso nei nostri pazienti.  Infine, in presenza di un collasso cervicale di IV grado, con segni clinici di soffocamento, è possibile, e necessario, un approccio più aggressivo che prevede procedure chirurgiche come per esempio applicazione di protesi anulari extratracheali (FIGURA 4) oppure di procedure interventistiche (applicazione di stent intraluminali). Fig. 4 - Applicazione chirurgica di protesi anulari extratracheali. Per ognuna di queste opzioni terapeutiche vi sono pro e contro e la scelta della giusta procedura verrà fatta dal Medico Veterinario che valuterà numerosi fattori fra i quali l’età del cane, la presenza di comorbidità, la disponibilità nel fare controlli seriali anche endoscopici, la possibilità di eseguire una terapia cronica, etc. La terapia per il Collasso Tracheale del cane, la sarà impostata dal Medico Veterinario in base al caso specifico.In caso di tosse ripetura e persistente è sempre meglio far visitare il proprio cane dal Medico Veterinario il più precocemente possibile.Ringraziamenti: Tutte le immagini sono gentilmente concesse dall'autore. Med. Vet., Dottore di Ricerca in Fisiopatologia e Clinica degli Animali da Compagnia. Specialista in Clinica e Patologia degli Animali da Compagnia - (Malattie dell’apparato respiratorio e otorinolaringoiatriche - Citopatologia generale)Dr. Davide De LorenziAutore

I tumori cardiaci del cane

I tumori cardiaci del cane

I tumori cardiaci sono patologie piuttosto rare nel cane, sia in forma primaria che metastatica, presentando un’incidenza dello 0,19% (nel gatto si attesta allo 0,003%). I tumori cardiaci possono essere classificati in base alla loro origine in primari o secondari ed in funzione della loro localizzazione anatomica. La neoplasia cardiaca primaria più frequente nel cane è l’emangiosarcoma dell’atrio e dell’orecchietta di destra, che rappresenta il 69% di tutte le neoplasie cardiache, seguito dai tumori della base del cuore (Heart Base Tumor, HBT), così denominati per la loro localizzazione in corrispondenza della radice aortica e del tronco polmonare comune; di questi i primari più frequentemente descritti sono i chemodectomi (8%), seguiti dai linfomi (4%) e dal carcinoma tiroideo ectopico (1%). I tumori cardiaci secondari o metastatici sono relativamente frequenti; a livello cardiaco sono state descritte metastasi da emangiosarcoma, linfoma e carcinoma di origine epatica, splenica, polmonare, intestinale, ossea. Le metastasi cardiache sono più frequentemente localizzate nella parete ventricolare rispetto ad atrio o auricola, probabilmente in relazione alla maggiore vicinanza ai vasi sanguigni e linfatici. Anche se i tumori cardiaci possono colpire soggetti di tutte le età, l’incidenza aumenta nei soggetti anziani di età compresa tra i sette ed i quindici anni.   Quali sono i tumori cardiaci nel cane?   Emangiosarcoma L’emangiosarcoma è un tumore che si localizza tipicamente a livello di orecchietta ed atrio destro, originante dall’endotelio vascolare (ovvero dalla superficie interna dei vasi sanguigni). Tra le razze maggiormente colpite ritroviamo il Pastore Tedesco, Golden Retriever, Labrador Retriever, Boxer, Cocker Spaniel Americano, Doberman, Setter Inglese, Bovaro del Bernese, Beagle, mentre è raramente descritto nei gatti. Purtroppo questa neoplasia cardiaca è tipicamente maligna e presenta una prognosi infausta a breve termine. A causa della sua tendenza al sanguinamento determina frequentemente versamento pericardico (ovvero accumulo di liquido, solitamente ematico, nel sacco pericardico, quindi tra il cuore ed il pericardio, che è quella struttura anatomica che forma come un “sacco” intorno al cuore, verso cui svolge un ruolo anche di protezione), che può evolvere verso il tamponamento cardiaco. Si parla di “tamponamento cardiaco” quando le pressioni all’interno del sacco pericardico superano, in questo caso a causa dell’accumulo di liquido, quelle intracardiache (e nello specifico di atrio e ventricolo destro, che sono i settori in cui le pressioni cardiache sono minori), determinandone un alterato riempimento e rappresentando un’emergenza.  La tendenza dell’emangiosarcoma a metastatizzare è alta e frequentemente, al momento della diagnosi, sono già presenti metastasi a livello epatico, splenico, renale, polmonare e muscolare. Ecocardiograficamente le lesioni di piccole dimensioni sono difficilmente identificabili; la presenza di versamento pericardico può aiutare nella loro visualizzazione durante l’esame ecocardiografico, anche se va ricordato che neoplasie di dimensioni tali da non poter essere individuate ecocardiograficamente possono comunque esitare in un versamento pericardico. Non è raro infine il reperto di trombi all’interno dell’atrio o dell’auricola destra, che possono portare alla sovrastima delle reali dimensioni della neoplasia. Il trattamento di questo tumore va attentamente valutato alla luce delle indagini strumentali effettuate, infatti è importante determinare una stima dei rischi/benefici prima di procedere col drenaggio del versamento pericardico, in quanto si possono verificare una serie di complicazioni a seguito di sanguinamento acuto, causato dalla rimozione della compressione esercitata dal versamento stesso sulle strutture neoplastiche. Anche la pericardiectomia, che consiste nella rimozione chirurgica di parte del pericardio e può presentare un’opzione palliativa, va valutata in concerto con un oncologo e chirurgo, in seguito a molteplici eventi di tamponamento cardiaco.  L’approccio integrato chirurgico e chemioterapico, a seguito di valutazione cardiologica specialistica, rappresenta infatti ad oggi la scelta di elezione qualora si decida di intervenire.Tumori della base del cuore  Questo gruppo di neoplasie cardiache comprende le così dette neoplasie dei chemorecettori (chemodectomi, paragangliomi) ed i tumori tiroidei ectopici. Il solo esame ecocardiografico non è sufficiente per emettere diagnosi di certezza.  I tumori che hanno origine dai chemorecettori presentano una prevalenza maggiore nelle razze brachicefale (Bulldog, Boxer, Boston Terrier), probabilmente a causa dello stato di ipossia cronico favorito dalla conformazione delle prime vie aeree in queste razze canine, che induce una iperplasia dei chemorecettori, predisponendo le cellule alla degenerazione neoplastica; i soggetti di sesso maschile sembrano inoltre più predisposti rispetto alle femmine. I chemodectomi sono tumori con scarsa tendenza a dare metastasi e sono di norma localmente invasivi e a lenta crescita; la sopravvivenza è variabile e dipende dalla possibilità di resezione chirurgica e dal grado di compressione esercitata dalla neoplasia sui grossi vasi. I tumori tiroidei ectopici rappresentano il 5-10% dei tumori della base del cuore, hanno la tendenza a svilupparsi nel mediastino craniale (più raramente in sede intracardiaca) ed a metastatizzare maggiormente rispetto ai chemodectomi. La terapia dei tumori tiroidei ectopici è chirurgica nei casi possibili; in alternativa sono aggredibili tramite radioterapia. La sopravvivenza media varia tra i 9 e i 17 mesi ed è influenzata da invasività locale e possibilità di resezione chirurgica.Linfoma Il linfoma è una neoplasia sistemica che si riscontra molto più frequentemente nel gatto rispetto al cane. Il linfosarcoma cardiaco è un tumore infiltrativo del miocardio, ovvero del muscolo cardiaco, di frequente riscontro nel gatto in cui rappresenta il 30% delle neoplasie cardiache; esso è segnalato nel 10-15% dei gatti affetti da linfoma multicentrico e ha maggiore prevalenza nei soggetti FeLV positivi.Neoplasie intracardiache Le neoplasie intracardiache sono decisamente meno frequenti rispetto alle precedenti, tuttavia è bene ricordare le più frequenti, che sono il mixoma/mixosarcoma, il lipoma ed il rabdomiosarcoma. Il mixoma è un tumore benigno dell’endocardio, ovvero della membrana che riveste internamente le pareti del cuore e le altre formazioni presenti nelle cavità cardiache, estremamente raro in medicina veterinaria. La localizzazione è molto variabile e può coinvolgere atrio e ventricolo destri, valvole atrioventricolari, atrio sinistro. I segni clinici dipendono da localizzazione e dimensioni, molto frequentemente sono reperti occasionali. Il mixosarcoma invece è un tumore maligno, con carattere infiltrativo e può coinvolgere arteria polmonare, atrio e ventricolo destri, tratto di efflusso del ventricolo destro, ventricolo sinistro e pericardio. La terapia chirurgica in questo caso non è sempre possibile e sono frequenti le recidive e le metastasi in altre sedi. Il lipoma è neoplasia benigna che può svilupparsi sia in sede intracardiaca che pericardica; questo è un tumore a crescita lenta e spesso non causa sintomatologia clinica, fino a quando non crea ostacolo al flusso ematico nelle varie camere cardiache.Mesotelioma Il mesotelioma è una neoplasia che coinvolge le sierose (ovvero quelle membrane sottili che delimitano le cavità del nostro corpo e di quelle del cane e del gatto), in particolare pleura e peritoneo, meno frequentemente il pericardio. Quando viene coinvolto quest’ultimo, si assiste alla formazione di versamento siero-emorragico che può essere causa di tamponamento cardiaco.  L’esame ecocardiografico può permettere la visualizzazione di noduli pericardici, mentre sicuramente è fondamentale per l’evidenziazione del versamento pericardico e l’eventuale tamponamento cardiaco. La visualizzazione di noduli pericardici può indirizzare nella formulazione di un sospetto diagnostico, tuttavia non è sufficiente per emettere una diagnosi di certezza, effettuabile solo mediante esame bioptico del pericardio. L’esame del liquido pericardico può mettere in evidenza la presenza di cellule mesoteliali, ma non è un esame che può permettere la differenziazione di uno stato neoplastico da uno stato infiammatorio/reattivo. Il trattamento del mesotelioma prevede la pericardiectomia associata a chemioterapia. Foto 1 - Cuore con versamento pericardico in un cane Come viene effettuata la diagnosi delle neoplasie cardiache?   Come per tutte le malattie, il primo step importantissimo è la visita clinica del nostro animale. I tumori cardiaci possono causare differenti segni clinici in base alla loro localizzazione anatomica. Il reperto più frequente è il versamento pericardico, che spesso esita in un tamponamento cardiaco con i segni clinici associati, altrimenti possiamo avere segni riferibili ad insufficienza cardiaca congestizia o ridotta gittata cardiaca. Le neoplasie che si sviluppano nello spessore del muscolo cardiaco possono causare alterazioni della contrattilità e possono essere presenti, in tutti i casi, delle aritmie. I sintomi clinici che possono essere riferibili a neoplasie cardiache sono sincopi (quindi svenimenti del cane, con o senza perdita di urina, ma sempre in assenza di sintomi nelle fasi immediatamente pre e post l’evento) e debolezza, collasso acuto, dovuto ad esempio ad un’emorragia massiva per rottura della neoplasia, soprattutto in presenza di emangiosarcoma. Bisogna però considerare che non sempre sono presenti sintomi clinici, soprattutto se la neoformazione è di piccole dimensioni. In caso di masse che si estendono nel mediastino anteriore, il Medico Veterinario potrà riscontrare, alla visita clinica, l’assenza di rumori respiratori all’auscultazione ed un certo grado di ottusità alla percussione del torace.  L’esame radiografico del torace in duplice proiezione è sicuramente uno dei primi esami che verrà proposto dal Medico Veterinario. Negli animali con versamento pericardio le radiografie del torace potranno mettere in evidenza una silhouette cardiaca aumentata o di forma globosa, in alcuni casi visualizzare aree compatibili con metastasi nel parenchima polmonare o riscontrare versamento pleurico o alterazioni del parenchima e della vascolarizzazione dei polmoni. L’esame elettrocardiografico potrà essere normale o mostrare delle alterazioni del tracciato o aritmie di vario grado e tipologia.  L’esame ecocardiografico è l’esame di elezione per la diagnosi dei tumori cardiaci. L’ecocardiografia bidimensionale e tridimensionale, quando disponibile, fornisce importanti informazioni sulle dimensioni, localizzazione, estensione della massa neoplastica e sul tipo di base d’impianto. Queste rappresentano tutte informazioni fondamentali per valutare la possibilità di un approccio chirurgico.  La possibilità di emettere una diagnosi di certezza del tipo di neoplasia cardiaca avviene anche attraverso l’esecuzione di un esame citologico/bioptico della neoformazione, mediante metodica ecoguidata, valutando attentamente per ogni singolo caso rischi/benefici. In letteratura è stata descritta la possibilità di eseguire un esame bioptico di neoplasie intracardiache mediante cateterismo cardiaco. Foto 2 - esempio di neoformazione cardiaca di piccole dimensioniFoto 3 - esempio di neoformazione cardiaca di grandi dimensioni Esiste una terapia per i tumori cardiaci?   Nei cani che presentano tamponamento cardiaco è possibile, dopo attenta valutazione del Medico Veterinario, effettuare un drenaggio (quindi un’aspirazione) del versamento pericardico, mediante guida ecografica. Il detamponamento cardiaco non è una procedura scevra da rischi e sarà il Medico Veterinario, sulla base del quadro clinico, a valutare e spiegare al proprieario i rischi ed i benefici. Una volta effettuata l’aspirazione del liquido, parte di esso verrà anche sottoposto ad esame citologico per averne quante più informazioni possibili. Questa procedura è ovviamente una procedura palliativa, che serve a ridurre la compressione esercitata dal liquido nel sacco pericardico sul cuore, ma in base alla neoplasia sottostante il versamento si potrà riformare, con tempistiche e velocità differenti. A seconda della localizzazione e dell’invasività della neoplasia è possibile attuare una resezione chirurgica sia delle masse dell’atrio e dell’orecchietta di destra, sia delle neoformazioni della base del cuore. L’intervento chirurgico può essere effettuato a cuore battente oppure con la tecnica del blocco del flusso cavale, scelta che verrà effettuata dal cardiochirurgo valutando il caso.  Nel caso in cui, dalle indagini diagnostiche, la neoplasia risulti non approcciabile chirurgicamente, sarà possibile effettuare una biopsia/citologia che potrà dare importanti informazioni prognostiche ed anche necessarie per instaurare un protocollo terapeutico adeguato. Nel caso dei chemodectomi non asportabili, si potrà decidere di effettuare una pericardiectomia parziale; si tratta di una procedura palliativa, utile nei casi di versamento pericardico ricorrente, da affiancare sempre ad un’adeguata chemioterapia. La sopravvivenza media dei soggetti trattati con la sola terapia medica è riportata essere di 129 giorni, contro i 661 giorni di quelli trattati con la pericardiectomia associata. Va ricordato infine che, in corso di neoplasie cardiache, per le quali non si può intervenire chirurgicamente, nel caso comprimano grossi vasi, potrebbe essere possibile posizionare degli stent, in modo da ritardare o ridurre la sintomatologia clinica e migliorare la prognosi del paziente. “Med. Vet., Med Vet, GPCert in Cardiologia - (Cardiologia)”Dr.ssa Marta ClarettiAutore

OTOACARIASI NEL CANE E NEL GATTO

OTOACARIASI NEL CANE E NEL GATTO

Cos’è l’otocariasi? L’otoacariasi, conosciuta anche come rogna auricolare o rogna otodettica, è una malattia parassitaria del condotto uditivo esterno sostenuta dall’acaro Otodectes cynotys. La malattia può interessare il cane e il gatto in cui è responsabile di più del 50% delle otiti esterne riscontrate in questa specie.    L’otoacarisi è contagiosa? L’otocariasi è estremamente contagiosa e la trasmissione avviene principalmente tramite contatto diretto da soggetti infestati come frequente è il passaggio da un orecchio all’altro dello stesso animale. La parassitosi interessa gattini e animali adulti ma i gatti giovani sembrano essere più sensibili. E’ possibile un contagio temporaneo nell’uomo caratterizzato da lesioni papulari prevalentemente localizzate sul tronco e sulle braccia mentre estremamente rara è la comparsa di otite parassitaria.   Fig.1: Otite con cerume dal caratteristico aspetto a “fondo del caffè” in un gatto con otoacariasi Come si manifesta l’otocariasi? L’infestazione è responsabile dell’insorgenza di otite eritematosa-ceruminosa pruriginosa, quasi sempre bilaterale, caratterizzata da abbondante cerume secco, bruno nerastro che ricorda l’aspetto del “fondo del caffè”. L’instaurarsi di fenomeni di ipersensibilità è responsabile dell’intenso prurito presente in molti soggetti, la cui intensità non è proporzionale al numero di acari presenti nel condotto uditivo. In alcuni soggetti, viceversa, è possibile evidenziare grandi quantità di acari nel condotto uditivo esterno in assenza di prurito e questo potrebbe essere spiegato dall’assenza di reazioni di ipersensensibilità. Sono possibili infezioni secondarie da batteri e/o lieviti. L’intensità del prurito è responsabile della comparsa di lesioni periauricolari da auto traumatismo (alopecia, erosioni, ulcere, croste), otoematomi e lesioni anche su testa, faccia e collo. Sono possibili anche lesioni cutanee extra auricolari in quanto Otodectes può abbandonare il condotto uditivo determinando lesioni cutanee in altre aree corporee (“acari ectopici”). Fig.2: Lesioni erosivo-ulcerative autoindotte in un gatto con otoacariasiFig. 3 - Otoematoma in un gatto con otoacariasi Come si fa la diagnosi di otoacariasi? La diagnosi di otoacariasi si effettua osservando il parassita o le sue uova al microscopio.  La tecnica d’elezione per la ricerca di Otodectes è l’osservazione microscopica del materiale presente nel condotto uditivo esterno campionato dal medico veterinario mediante un tampone auricolare. I campioni devono essere prelevati prima di aver applicato prodotti ceruminolitici o di aver eseguito la pulizia auricolare.   Per aumentare la sensibilità dell’esame è consigliabile eseguire diversi prelievi raccogliendo il materiale anche nel tratto orizzontale del condotto utilizzando il cono dell’otoscopio come guida per l’introduzione del tampone.  Fig.4 - Esame microscopico del cerume raccolto mediante tampone auricolare in un gatto con otoacariasi.Come si tratta l’otoacarisi? Il trattamento dell’otoacariasi che il Medico Veterinario sceglierà si potrà basare sull’utilizzo di molecole ad attività acaricida, sia topiche che sistemiche. Prima di iniziare la terapia antiparassitaria specifica è consigliabile eseguire un lavaggio auricolare che permette di rimuovere meccanicamente un gran numero di parassiti nonché l’eccesso di cerume indotto dalla loro presenza. In Italia sono disponibili molecole, ad uso topico e sistemico, registrate per il trattamento dell’otoacariasi canina e felina. La terapia sistemica presenta dei vantaggi rispetto alla terapia topica.  La facilità di somministrazione garantisce un livello superiore di compliance che si traduce in una maggior continuità nella terapia.  L’attività sistemica è, inoltre, efficace nei confronti di eventuali localizzazioni ectopiche da parte di Otodectes.   Al di là del trattamento scelto, tutti gli animali a contatto con quello malato devono essere sottoposti a terapia a causa dell’estrema contagiosità della malattia nonché per la possibile presenza di portatori asintomatici.“Medico Veterinario - (Dermatologia, Allergologia, Otologia veterinaria e Parassitologia cutanea).”Dr. Federico LeoneAutore

La stenosi polmonare nel cane

La stenosi polmonare nel cane

La stenosi della valvola polmonare (SP), ovvero della valvola che si trova tra il ventricolo destro e l’arteria polmonare (il vaso che permette il passaggio di sangue ai polmoni per essere ossigenato) è uno dei difetti cardiaci congeniti, quindi presente sin dalla nascita, più comuni nel cane. Nella maggior parte dei casi si presenta come patologia congenita isolata, a volte può essere associata ad altre anomalie, quali la persistenza del dotto arterioso di Botallo, il difetto interatriale, il difetto interventricolare, o fa parte del complesso malformativo della Tetralogia di Fallot. Soprattutto nel Boxer la stenosi della valvola polmonare si può trovare associata a gravi forme di stenosi subaortica. Le razze in cui la stenosi della valvola polmonare (SP) è riscontrata più frequentemente sono il Bulldog Francese, Bulldog Inglese, Boxer, Pinscher, West Highland White Terrier, American Stafforshire, Cavalier King Charles Spaniel e Cocker.    Come si classificano i soggetti affetti da stenosi polmonare?   La stenosi polmonare viene classificata sulla base dell’anatomia e della gravità dell’ostruzione.  Anatomicamente viene distinto un tipo valvolare A e B, una stenosi sottovalvolare e sopravalvolare.  Le forme A e B sono le più comuni ed a volte alcune delle caratteristiche distintive di questi due morfotipi possono coesistere nello stesso soggetto, ed in questi casi si parla di stenosi di tipo misto. Dal punto di vista anatomico quello che contraddistingue la SP tipo A, rispetto alla B, è l’annulus di dimensioni normali e la valvola è caratterizzata da un ispessimento con fusione dei lembi valvolari, che si comportano come un diaframma unico. Nella SP tipo B invece l’annulus si presenta di dimensioni inferiori rispetto alla norma.  La stenosi sopravalvolare, rara nel cane, riportata soprattutto in Bulldog Inglesi e Francesi, è caratterizzata dal restringimento dell’arteria polmonare principale o delle sue porzioni distali. Una forma di questa anomalia è quando l’arteria polmonare assume un aspetto cosiddetto a clessidra. Solitamente questa morfologia corrisponde a stenosi molto gravi, con un maggiore rischio operatorio e deve essere attentamente valutata prima di sottoporre il paziente a qualsiasi procedura. Altre forme ancora più rare sono rappresentate dall’ipoplasia dei rami arteriosi polmonari. Per la diagnosi corretta di questi casi particolari è fondamentale, oltre l’esame ecocardiografico, uno studio angiografico selettivo. Un tipo di stenosi sottovalvolare è quello che ritroviamo nell’anomalia congenita del ventricolo destro doppia camera, in cui è presente una membrana fibromuscolare che divide il ventricolo destro in due camere, una ad alta ed una a bassa pressione. In questa membrana sono solitamente presenti degli osti, delle fessurazioni, che consentono il passaggio di sangue a pressioni elevate.  Infine sono presenti nel cane delle anomalie, sia di insorgenza che del decorso, delle arterie coronariche, che possono portare ad un restringimento dell’annulus polmonare. Il tipo più frequente di anomalia coronarica è il tipo R2A, frequente nei Bulldog Inglesi. La presenza di questa anomalia coronarica rappresenta sempre una controindicazione alla procedura di valvuloplastica polmonare, in quanto in questi pazienti l’intervento potrebbe essere mortale poiché la dilatazione del pallone comporterebbe un trauma compressivo sul vaso coronario anomalo, con conseguente ischemia e arresto cardiaco. È quindi di fondamentale importanza effettuare preventivamente uno studio approfondito della morfologia coronarica, qualora si sospetti un’anomalia di questo tipo, attraverso l’ecografia transtoracica tridimensionale, transesofagea ed uno studio angiografico.  La gravità dell’ostruzione del flusso ematico in arteria polmonare si basa sulla misura del gradiente pressorio, ed in base a questo possiamo distinguere una stenosi polmonare lieve, moderata e severa. Fig. 1 - Lo studio Doppler del flusso in arteria polmonare evidenzia un flusso anterogrado a velocità elevata, compatibile con la stenosi evidenziata precedentemente all’esame bidimensionale della valvola, in associazione ad un flusso retrogrado riferibile alla quota di insufficienza valvolare. Quali sono i sintomi di un cane affetto da stenosi polmonare? I soggetti affetti da stenosi della polmonare sono, per lo meno in età giovanile, nella maggior parte asintomatici. Alla visita clinica dei pazienti con SP è possibile ritrovare un soffio cardiaco, localizzato sul focolaio di auscultazione polmonare. La comparsa di una sintomatologia clinica, caratterizzata da facile affaticabilità e crisi sincopali legate allo sforzo (con rischio di morte improvvisa), è spesso correlata all’aggravarsi della patologia. Il quadro sintomatologico legato ad insufficienza cardiaca destra si riscontra negli stadi avanzati della patologia e si può manifestare con epatomegalia (aumento delle dimensioni epatiche da stasi ematica), ascite, ovvero accumulo di liquido libero in cavità addominale, e turgore delle vene giugulari. I soggetti che sviluppano insufficienza cardiaca destra presentano una sopravvivenza media di 12 mesi, la quale è direttamente e positivamente correlata all’età della diagnosi.   Quali sono le indicazioni terapeutiche? Un cane con SP lieve (gradiente transvalvolare polmonare inferiore a 50 mm Hg) ha un’aspettativa di vita normale e tendenzialmente rimarrà asintomatico nel corso degli anni. Qualora compaia la sintomatologia clinica o si verifichino eventuali modifiche morfologiche, anche in questi soggetti invece potrà essere indicata la procedura di valvuloplastica polmonare. La valvuloplastica polmonare (VPP) è una tecnica mininvasiva di cardiologia interventistica, introdotta in Italia in ambito veterinario nel 1992, che prevede un approccio tramite vena femorale o vena giugulare.  Attraverso uno di questi vasi, selezionato dal cardiochirurgo a seconda del caso, viene introdotto un catetere con pallone, necessario per la dilatazione della valvola stenotica, che verrà spinto fino a livello di annulus polmonare. Una volta posizionato correttamente, il pallone viene gonfiato per “rompere” la fusione dei lembi valvolari, responsabile della stenosi. La scelta delle dimensioni del pallone da valvuloplastica richiede un accurato studio morfologico sia in fase pre operatoria con l’ecografia transtoracica (TTE) bidimensionale e tridimensionale, sia in fase perioperatoria mediante ecografia transesofagea (TEE), bidimensionale e tridimensionale, e la fluoroscopia (questa è una tecnica radiologica che permette di ottenere immagini radiografiche in tempo reale). È proprio l’utilizzo combinato di tali metodiche che consente di ottenere una maggiore sicurezza ed efficacia nelle procedure interventistiche. L’utilizzo della TEE consente una valutazione più esaustiva della morfologia valvolare e dell’area valvolare, rispetto all’ecografia transtoracica, oltre che uno studio adeguato dell’anatomia coronarica in fase preoperatoria/intraoperatoria e si dimostra uno strumento di monitoraggio molto utile durante la procedura di valvuloplastica. La valvuloplastica polmonare (VPP) è indicata, secondo le evidenze scientifiche, nei pazienti che presentano un gradiente transvalvolare superiore a 60 mmHg; infatti uno studio retrospettivo ha evidenziato come i cani con gradiente transvalvolare polmonare maggiore di 60 mmHg, non sottoposti a procedura di VPP, presentano un rischio maggiore di morte per causa cardiaca. I soggetti con gradiente inferiore sono da valutare singolarmente.  Il tipo di stenosi e la relativa anatomia rappresenta un altro elemento importante nella selezione del paziente da sottoporre a VPP. La SP di tipo A presenta la morfologia più favorevole, in quanto caratterizzata dalla sola fusione dei lembi della valvola polmonare. Viene considerato un esito positivo della procedura una riduzione del gradiente di flusso anterogrado transvalvolare uguale o maggiore al 50 % del valore gradiente di partenza Nei cani con SP di tipo B, il grado di ipoplasia dell’annulus ed il grado di fusione tra i lembi presenti sono le caratteristiche della valvola che più influenzano i risultati della VPP. In molti casi di SP di tipo B, la parziale riduzione del gradiente ottenuto è sufficiente a ridurre il rischio di morte improvvisa o di scompenso cardiaco destro, garantendo una buona aspettativa di vita. In ultimo, nella valutazione di un paziente da sottoporre a procedura di valvuloplastica polmonare (VPP)  bisogna considerare il peso e le dimensioni del cane stesso; in cani di peso inferiore ai 2 Kg l’approccio vascolare può infatti essere particolarmente complesso o non eseguibile (il cut-off è determinato dalle dimensioni del vaso più che dai Kg del soggetto, pur essendo questi dati ovviamente interconnessi).   Quali sono i rischi di una procedura di valvuloplastica polmonare? Le complicazioni gravi in corso di valvuloplastica polmonare (VPP) sono estremamente rare, tra queste si segnalano le aritmie fatali e la perforazione cardiaca e/o vascolare. Bisogna sottolineare che la perforazione cardiaca può esitare in emorragie autolimitanti, grazie allo spessore del muscolo cardiaco, che tende a chiudere le soluzioni di continuo, ma se la perforazione avviene a livello di atrio destro o dell’arteria polmonare può richiedere interventi di toracotomia d’urgenza per arrestare l’emorragia. Durante la procedura si possono verificare aritmie secondarie al passaggio di guide e cateteri, tuttavia raramente esse presentano caratteri di malignità o devono essere considerate rischiose per la vita del paziente. Una complicanza che deve essere considerata è il cosiddetto “infundibulo destro suicida”. In seguito alla VPP difatti, in seguito ad una riduzione importante ed improvvisa dell’ostruzione si verifica una caduta della tensione parietale tale da generare un movimento eccessivo della parete ventricolare, che può ostruire in modo più o meno severo la cavità cardiaca. Tra le complicanze a lungo termine della procedura di valvuloplastica polmonare (VPP) si segnalano il rielevarsi del gradiente transvalvolare polmonare che, dopo un intervento considerato efficace, può aumentare nuovamente, riaggravando il quadro cardiologico.Anche in questi casi una seconda procedura di valvuloplastica polmonare (VPP) è stata dimostrata efficace e non presenta rischi maggiori. “Med. Vet., Med Vet, GPCert in Cardiologia - (Cardiologia)”Dr.ssa Marta ClarettiAutore

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